A vent’anni dalla scomparsa della maestra di Biancavilla, tra le prime consacrate dell’Ordo Virginum della Chiesa di Catania.
di Antonio Mursia
Nelle prime ore di domenica 22 ottobre 2006 si spegneva, a cinquantasette anni, Franca Maria D’Asero. «Innamorata dell’Eucaristia»: così la salutava, due settimane più tardi, questo giornale, raccogliendo il pubblico ringraziamento dell’arcivescovo Salvatore Gristina. A vent’anni da quel giorno, la Chiesa di Catania torna a guardare a una donna che ha incarnato, nella quotidianità più disadorna, quella «misura alta della vita cristiana ordinaria» di cui parlava Giovanni Paolo II.
Nata a Biancavilla l’11 febbraio 1949, memoria della Madonna di Lourdes, primogenita di tre sorelle, Franca si formò alla scuola magistrale delle salesiane di Catania, nel collegio «Maria Ausiliatrice», e fece dell’insegnamento la sua missione: per oltre trent’anni fu maestra elementare nelle scuole di Biancavilla, educatrice materna ed esigente, capace – ricordò al funerale la sua direttrice, Concetta Scavo – di «opporre alla logica del potere quella del servizio».
L’altra metà della sua giornata apparteneva a Dio. Nella parrocchia di Santa Maria dell’Idria fu catechista, animatrice della liturgia e dei giovani, ministro straordinario dell’Eucaristia. L’esperienza di «deserto» vissuta nel 1973 al centro missionario «Charles de Foucauld» di Cuneo fu per lei una «rinascita spirituale»: si consacrò privatamente a Cristo e ai tre voti unì quello, singolare, dell’adorazione eucaristica – ore silenziose, ogni giorno, davanti al tabernacolo. Il 15 settembre 1997 si offrì vittima «per la santificazione dei sacerdoti e le vocazioni sacerdotali».
Quando nel 2001 l’arcivescovo Luigi Bommarito istituì in diocesi l’Ordo Virginum – l’antichissimo ordine delle vergini restituito alla Chiesa dal Concilio: donne consacrate che restano nel mondo, nel proprio lavoro, dentro la Chiesa locale – Franca vi riconobbe il compimento della propria chiamata: il 17 novembre 2004, in Cattedrale, fu tra le prime consacrate da mons. Gristina. Su queste colonne, nel maggio 2006, raccontò lei stessa la gioia della consacrazione di quattro sue sorelle.
Poche settimane dopo, la scoperta di un tumore raro. Lo attraversò senza lamento: «Non voglio vivere un minuto in più né un minuto in meno di quanto ha stabilito il Signore per me». Alla sorella Elsa, che l’assisteva, sorseggiando la granita al limone – unico sollievo nell’arsura della chemioterapia – ripeteva un’espressione della nonna: «Ho la sensazione che mi lavi il cuore». E a chi si rammaricava: «Dal Cielo potrò fare di più».
Il funerale, nella gremita basilica dell’Elemosina – la stessa in cui era stata battezzata – fu un’apoteosi: all’uscita della chiesa i suoi piccoli alunni lanciarono al cielo palloncini bianchi. Nel messaggio letto alle esequie, l’arcivescovo attestò che «l’amato Sposo» l’aveva trovata «serenamente vigilante e pronta».
Le memorie raccolte dall’amica e collega Anna Marcellino nel volume «Vangelo vissuto nel quotidiano e nella professione» (Klimax) restituiscono il ritratto corale di una donna mite e ferma. Padre Giovambattista Zappalà la paragonò a una lampada che arde davanti al tabernacolo «fino a non lasciare traccia di sé»; la piccola Ilenia, di quarta elementare, le lasciò sulla tomba una lettera: «Non ti dimenticherò mai… Addio, cara maestra Franca». Vent’anni dopo, mentre un’aula del plesso «Giovanni Verga» porta il suo nome, quella lampada continua a illuminare: segno che la santità abita volentieri i registri di classe, i banchi di scuola, le strade di un paese dell’Etna.