Di Gabriella Ventaloro

È ufficiale: Novaya Gazeta, dopo più di 30 anni di servizio, chiuderà i battenti. Il giornale era stato fondato nel 1993 da un gruppo di ex giornalisti della Komsomolskaya Pravda, in parte grazie ai fondi provenienti dal Premio Nobel per la Pace di Mikhail Gorbachev. Nel corso degli anni, Novaya Gazeta si è costruita una solida reputazione grazie al suo incrollabile impegno nel giornalismo d’inchiesta, specialmente durante i tumultuosi anni che seguirono lo scioglimento dell’Unione Sovietica.

Nei primi anni della presidenza di Vladimir Putin, mentre il vento del cambiamento soffiava forte in Russia, Novaya Gazeta continuò a rappresentare una voce stabile, divulgando con coraggio la verità sul potere, sulle autorità e su ciò che stava realmente accadendo nel Paese. La sua copertura giornalistica in quel periodo fu fondamentale per analizzare le azioni della nascente amministrazione Putin, ma anche per fornire informazioni importanti sul panorama in evoluzione della politica e della società russa.

Punto di riferimento per l’informazione libera

Tuttavia, fu forse durante gli anni della Seconda Guerra cecena che Novaya Gazeta divenne un vero e proprio punto di riferimento per il giornalismo d’inchiesta. Nel mezzo della violenza di questo conflitto, infatti, la testata ha dimostrato un coraggio e una dedizione senza pari nel denunciare le violazioni dei diritti umani e le atrocità commesse durante il conflitto, ma ha anche reso pubbliche tutte le complessità ad esso inerenti, scomode al governo.

Attraverso un lavoro giornalistico meticoloso e un’incrollabile determinazione, il quotidiano ha raccontato le realtà affrontate sia dai civili che dai soldati, mettendo in luce il profondo impatto della guerra sugli individui e sulle comunità.

Sei giornalisti assassinati

A causa di questo lavoro importante ma anche pericoloso, da quando Putin è salito al potere nel 2000, sei collaboratori sono stati assassinati per aver svolto il proprio lavoro: Igor Domnikov, Yuriy Shchekochikhin, Anna Politkovskaya, Stas Markelov, Anastasia Baburova, Natalia Estemirova. Nonostante ciò, ma anche proprio per questo, Novaya Gazeta è sempre stata un punto di riferimento per tutti coloro che volessero delle informazioni non filtrate dal governo.

Il Nobel per la pace 2021

Se nel 2021 il caporedattore Dmitry Muratov è stato insignito del Premio Nobel per la Pace, l’inizio della “spedizione speciale” russa in Ucraina nel 2022 ha complicato la situazione, portando ad un inasprimento della propaganda e della censura. Nel marzo di quell’anno, i nuovi emendamenti hanno infatti causato problemi ai giornalisti, costringendo molti di loro a lasciare il proprio Paese e a cercare la libertà di informazione altrove. Tra questi, i collaboratori di Novaya Gazeta. Di fronte alle crescenti pressioni da parte delle autorità russe, Novaya Gazeta è stata quindi costretta a sospendere temporaneamente la propria attività, pubblicando inizialmente pagine vuote, alcune delle quali con disegni che illustrano l’impossibilità di parlare e di dire la verità. È stato proprio questo a portare alla creazione di una versione europea del giornale, per evitare la censura: Novaya Gazeta Europe, con sede a Riga, in Lettonia.

Adesso, però, i cittadini russi hanno definitivamente perso un’importante voce non corrotta.

“Siamo stati uccisi”, si legge su uno degli ultimi articoli pubblicati dal giornale. “Il 9 novembre spegneremo la luce in casa nostra, dove viviamo da 30 anni, spegneremo i server e ce ne andremo. Il giornale non c’è più. Le autorità russe e i servizi speciali russi hanno costretto la redazione a interrompere il lavoro”. E ancora: “Trent’anni di vita insieme al Paese e ai suoi cittadini finiranno in strada, senza mezzi di sussistenza, sotto la costante minaccia della repressione”.

Il 9 novembre, dunque, nella redazione russa si spegneranno le luci. Ma se un’azienda si può chiudere e un server si può spegnere, più difficile è cancellare ciò che trent’anni di inchieste hanno documentato. Resta il lavoro dei suoi giornalisti, pagato a caro prezzo, e di chi, anche dall’esilio, continua a portarlo avanti.

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