di Don Antonino De Maria

Da tempo sentiamo parlare di un oscuramento del padre, di una volontà culturale di abolizione della figura paterna: prima biasimato come espressione di una società agricola e patriarcale; poi contrapposto alla figura della donna, nella sua ricerca di emancipazione; fino all’attuale riduzione ad un ruolo neutro, eventuale, non necessario, nonostante il battage pubblicitario nel quale si mostrano due uomini abbracciati ad un bambino o ad una bambina con la tenerezza genitoriale nella quale immagine non importa la provenienza del bambino e ognuno può accollarsi il titolo di genitore 1 o genitore 2.

In questo contesto suona contraddittoria e provocante l’indizione di un anno dedicato a san Giuseppe, nel 150° della proclamazione da parte del Beato Pio IX di questo santo quale patrono della Chiesa.

È già presente questa contraddittoria provocatorietà nei titoli dei capitoli nei quali è suddivisa la Lettera Apostolica Patris Corde di Papa Francesco dell’8 Dicembre: padre amato; nella tenerezza; nell’obbedienza; nell’accoglienza; dal coraggio creativo; lavoratore; nell’ombra.

In ognuno di questi capitoli emerge la figura di un uomo che non subisce gli eventi, come se riguardassero Maria e il Bambino, ma vi entra, se ne appropria offrendo tutto se stesso e tutta la sua umanità al compito di accompagnare la crescita umana di Gesù, divenuto pienamente figlio suo nell’accoglienza della madre come sposa e nell’assegnazione del nome.

Da quel momento vive nei confronti di quel bambino la stessa tenerezza e responsabilità di chi si riconosce padre. Padri si diventa riconoscendosi dentro una relazione creativa, educativa e comunionale, poiché si è padri in comunione con la madre, nella condivisione di un mistero che emerge nel tempo. Così papa Francesco ci offre uno spaccato del significato della paternità nella contemplazione della figura di san Giuseppe: “ Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti. (…) Essere padri significa introdurre il figlio nell’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze. (…) La paternità che rinuncia alla tentazione di vivere la vita dei figli spalanca sempre spazi all’inedito. Ogni figlio porta sempre con sé un mistero, un inedito che può essere rivelato solo con l’aiuto di un padre che rispetta la sua libertà.”[1]

È un testo che vale la pena di leggere interamente, da soli, in famiglia e in comunità. Un testo che diventa proposta in una società come la nostra dove tutto è spersonalizzato e intercambiabile. Viviamo seriamente questo anno come una grande occasione di ripensamento e di ringraziamento per ogni figura paterna che ci ha accompagnato nella nostra crescita umana e cristiana.

Per noi preti è una grande occasione per uscire dal marciume del clericalismo e per le famiglie una grande possibilità di “rinfrescamento”, di risurrezione; per i figli di nuova, grata consapevolezza di sé.


[1] Papa Francesco, Lettera apostolica Patris Corde, 8 dicembre 2020, n 7

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