Il futurismo antropologico: l’uomo prima di aprire il paracadute

di Don Luca Crapanzano

Il titolo di questo articolo prende le mosse dalla prima esperienza di avanguardia europea conosciuta con il nome di Futurismo, nata ad opera del poeta Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), mentre il sottotitolo richiama il dipinto dell’artista futurista Tullio Crali (1910-2000) che nel 1939 rappresentava un militare che “danza” nell’aria prima di aprire il paracadute, immaginando così l’uomo della modernità. Il Manifesto futurista  – pubblicato da Marinetti nel 1909 a Parigi – presentava un movimento di rottura: “contro ogni passatismo, contro l’inerzia delle accademie, contro le consuetudini stanche di un mondo borghese che fatica a liberarsi dai perbenismi ottocenteschi”. La reazione del Futurismo di fronte a questo stato di cose, giudicato insopportabile, è folgorante e nello stesso tempo pericoloso: l’adesione ad un vitalismo totalizzante, indisciplinato ed aggressivo, l’esaltazione sfrenata del progresso reso possibile dagli avanzamenti scientifici e tecnologici, il culto della tecnica, della velocità, del volo. Marinetti non inventa dall’oggi al domani tale progetto, ne respira i prodromi nelle proposte artistiche francesi e catalane di fine ottocento nonché nell’intuizionismo di Bergson, nella letteratura di Gioberti e nella teoria della relatività di Einstein nonché nella pittura di Pablo Picasso. Sono queste “scoperte” che modificano profondamente il concetto di tempo e di spazio e di conseguenza chiedono una rivisitazione dello stare dell’uomo in un mondo in movimento. All’idea della continuità cronologica si sostituisce quella della durata reale, cioè il flusso, il mutamento indivisibile di tutte le cose in un solo attimo percettivo della coscienza. Sembra avere dinanzi la dinamica dei moderni cibernauti che danno il loro like nei centesimi di secondi immediatamente dopo aver letto “solo”  – e sottolineo solo – il titolo di un articolo ridotto quasi sempre a slogan. Tutto questo mentre si continuano a scorrere con il touch i vari “amici” virtuali e le varie notizie del mondo miste a pubblicità decise dall’algoritmo della divinità consumista, ebbri della  sensazione del dominio sulla vita degli altri e del mondo intero. Senza rendercene conto, ci siamo svegliati tutti futuristi, sempre connessi, dati in flusso di dati!

Il paradosso

Basti pensare al celebre dipinto di Magritte dal titolo La trahison des images (tradimento dell’immagine) che rappresenta una pipa ma reca la scritta ceci n’est pas une pipe (questa non è una pipa). Ma anche le serate dadaiste al Cabaret Voltaire erano paradossali perché si proponevano come letture poetiche ma confondevano le voci e scomponevano i suoni suscitando la derisione degli ascoltatori. Provocazione o sovrabbondanza?  La norma del paradosso  regola tutti gli ambiti dell’operare artistico delle avanguardie ma è applicata con particolare intensità alle sperimentazioni che riguardano il linguaggio verbale e la stessa poesia. Emblematica la rivoluzione linguistica e tipografica proclamata da Marinetti a partire dal suo Manifesto tecnico della letteratura futurista del 1912: “bisogna distruggere la sintassi disponendo i sostantivi a caso, come nascono” che sfocia nella rivista quindicinale La Balza (di vita breve, conosce solo tre numeri) edita a Ragusa e pubblicata a Messina nel 1915 insieme a Guglielmo Jannelli e ai ragusani Luciano Nicastro e Giovanni Antonio Di Giacomo meglio conosciuto come Vann’Antò. L’obiettivo – ribadito volutamente in modo esagerato –  era quello di liberare i concetti dalle parole e di sentirsi parte di un vortice e di un movimento impossibile da fermare. Il paradosso – per restare in tema – sarà quello di gridare la ribellione alla vita confidando in un progresso vitale perennemente insito in essa. 

Il vitalismo

Il vitalismo di cui è pervasa l’intera opera marinettiana non è esente da influenze misticheggianti: quella di Marinetti è però una “mistica della materia”, infatti il movimento, l’azione, il dinamismo, non sono altro che espressioni di quell’energia bergsonianamente intesa come frutto di uno slancio vitale che spinge la materia ad evolversi e ad andare verso un compimento. In teologia questa tensione richiama il compimento e la parusia ed è studiata secondo i canoni dell’escatologia cristiana che – soprattutto a partire dalla proposta del teologo riformato tedesco Jürgen Moltmann – delinea nella speranza della promessa l’orizzonte globale della fede cristiana: “il cristianesimo è orientamento e movimento in avanti e perciò è anche rivoluzionamento e trasformazione del presente”.

Siamo carne piangente in una storia variabile

Nel 1944 Marinetti scrive “L’aeropoema di Gesù” – pubblicato dopo la sua morte a cura di C. Salaris –  evocando la grande opera del gesuita Pierre Teilhard de Chardin e denunciando: «l’illusione di essere di metallo, mentre si è solo povera carne piangente»; nell’Opera il “Quarto d’ora di poesia per la X Mas” pare destreggiarsi tra il ritrovato amore per Dio e la passione per l’azione che l’accompagnò per tutta la vita: «Non vi grido arrivederci in Paradiso – dirà ai combattenti della X – ché lassù vi toccherebbe ubbidire all’infinito amore purissimo di Dio mentre voi ora smaniate dal desiderio di comandare un esercito di ragionamenti dunque autocarri avanti». Se da un lato invita i suoi amici  di continuare a comandare un esercito di ragionamenti, dall’altro è interessante la sottolineatura del purissimo amore di Dio contemplato gratuitamente e che chiede obbedienza. Con l’avanzar degli anni Marinetti farà ritorno alla fede cattolica e negli anni ’30 promuove addirittura il movimento dell’ “arte sacra futurista”, sostenendo che: «Solo gli artisti futuristi, che da vent’anni impongono nell’arte l’arduo problema della simultaneità, possono esprimere simultaneamente i dogmi simultanei del culto cattolico, come la Santa Trinità, l’Immacolata Concezione e il Calvario di Dio». Del resto Marinetti era consapevole che, per il futurismo, la visione del variabile della storia non entra in conflitto con l’invariabilità e l’immutabilità dell’originario, questo perché occorre che “l’origine sia nello stesso tempo storia e non storia, perché essa stessa traversata, ma non risolta nella storia”, quasi a dire che le cose ultime sono in realtà la sostanza della vita presente e che la storia non è fatta solo di storie. Ma l’uomo prima di aprire il paracadute sta sospeso tra la terra e il cielo, tra il già di un cielo che non accoglie e il non ancora di una terra lontana.

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