Comunione, partecipazione e missione: le parole del Sinodo che ci apprestiamo a vivere

di Don Antonino De Maria

Con una celebrazione in San Pietro il 10 ottobre, Papa Francesco ha avviato la stagione sinodale di tutta la Chiesa che, partendo dal basso cioè dalle diocesi, si metterà in ascolto e discernimento a partire da tre parole chiave: comunione, partecipazione e missione. Sono tre parole che esprimono, secondo Papa Francesco, il manifestarsi della Chiesa in quanto tale, oggi.

Cercherò con piccoli interventi di sviluppare questi temi perché si costruisca una traccia sulla quale si possa realizzare l’ascolto, il dialogo e il discernimento.

La Chiesa è la realtà comunionale nella quale questa comunione con Cristo che dà la Sua vita nello Spirito, continua a comunicarsi nella storia. Lo dice San Giovanni nella sua prima lettera: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo.”

In questo senso il concetto di popolo di Dio indica la struttura trinitaria, la comunione tra le Persone della Trinità, come la struttura fondante di ciò che è la Chiesa che, dunque, non esiste per se stessa ma per essere strumento di Dio per radunare gli uomini intorno a Lui, finché Dio sia tutto in tutti. Una Chiesa che esiste solo per se stessa, come dice papa Francesco e come ha detto tante volte Benedetto XVI, una Chiesa autoreferenziale, sarebbe superflua: “ E la gente lo nota subito. La crisi della Chiesa, quale si rispecchia nella crisi del concetto di popolo di Dio, è “crisi di Dio”; essa risulta dall’abbandono dell’essenziale. Ciò che resta è solo una lotta per il potere: Di questa ve ne è già troppa altrove nel mondo, per questa non c’è bisogno della Chiesa.”[1]          Già dopo il Concilio ma soprattutto a partire dal Sinodo  straordinario dei Vescovi del 1985 si parla della Chiesa come communio, comunione. Questo concetto trova il suo fondamento nel testo della Prima Lettera di San Giovanni che abbiamo già citato. Il punto di partenza della communio è l’incontro con il Figlio di Dio che raggiunge gli uomini di ogni tempo attraverso l’annuncio della Chiesa, già attraverso la Chiesa. Cristo è il tramite di questa comunione tra Dio e gli uomini e la Chiesa, Corpo di Cristo, ne è il sacramento, cioè il segno storico attraverso il quale questa comunione si realizza per compiersi. “La parola communio ha quindi, a partire da questo contesto biblico, un carattere teologico, cristologico, storico salvifico ed ecclesiologico. Porta quindi in sé anche la dimensione sacramentale.”[2] L’eucarestia esprime questa dimensione sacramentale come ci dice San Paolo nella Prima Lettera ai Corinti 10, 16ss. Parlare di comunione nella Chiesa significa guardare all’eucarestia.“Nell’eucarestia Cristo, presente nel pane e nel vino e donandosi sempre nuovamente, edifica la Chiesa come suo corpo e per mezzo del suo corpo di risurrezione ci unisce al Dio uno e trino e fra di noi. L’eucarestia si celebra nei diversi luoghi e tuttavia è allo stesso tempo sempre universale, perché esiste un solo Cristo e un solo corpo di Cristo. L’eucarestia include il servizio sacerdotale della representatio Christi e quindi la rete del servizio, la reciprocità di unità e molteplicità…”[3] Il rischio che continuiamo a vivere è quello di ridurre ad immagine delle società moderne, la comunione come espressione di un’organizzazione orizzontale, senza riferimento vero a Dio, alle questioni dei rapporti tra Chiese particolari e Chiesa universale, alla democratizzazione dell’autorità, cioè del potere, all’interno della Chiesa, all’ugualitarismo, figlio del femminismo sessantottesco, per cui si è uguali se tutti possono fare tutto. Torna la questione di chi è il più grande tra i discepoli. La comunione implica che ognuno viva la propria appartenenza e il proprio ruolo nella Chiesa all’interno della missione della Chiesa: così i laici collaborano con i ministri non cercando di sostituirsi ma vivendo ciascuno la propria peculiare missione a servizio dell’opera di Dio, cioè della missione della Chiesa, che è annunciare e far incontrare l’uomo e Cristo.

Comunità ben organizzate ma chiuse in se stesse fanno emergere solo le proprie convinzioni, le proprie attività, le proprie scelte mentre la comunione implica apertura al carisma proprio dell’altro e alla comunione fra comunità che non si chiudono nel proprio territorio o nella propria autoreferenzialità. Tutto va certamente condotto all’unità della Chiesa che non è solo giuridica ma essenzialmente frutto dell’opera dello Spirito e del riconoscimento della Chiesa come qualcosa che ci precede, una chiamata di Dio che ci precede e nella quale siamo accolti e generati alla fede. A volte, mi sembra, viviamo la Chiesa come se tutto avesse inizio da noi e dipendesse da noi. Ciò può generare familiarità tra i suoi componenti che ci fa credere che esista una vera comunione tra di noi: di fatto viviamo la comunità come una nicchia affettiva, come una comunità umana alla quale si appartiene nella misura di un coinvolgimento affettivo e che si allarga solo per l’allargarsi di questo coinvolgimento affettivo: simpatia, antipatia, status sociale etc diventano i criteri di aggregazione, mentre ciò che ci costituisce nella Chiesa è il battesimo e in forza del battesimo tutti partecipiamo alla missione della Chiesa.

“ Il battesimo viene da essa e genera essa. Chi parla del battesimo parla, tratta di per se stesso anche della parola di Dio, che per la Chiesa intera è solo una e continuamente la precede in tutti i luoghi, la convoca e la edifica.”[4] Vorrei concludere con queste parole che sono ancora di papa Benedetto: “E il Concilio, giustamente, ha accettato questo elemento, che nei Padri è considerato come espressione della continuità tra Antico e Nuovo Testamento. Nel testo del Nuovo Testamento, la parola “Laos tou Theou”, corrispondente ai testi dell’Antico Testamento, significa – mi sembra con solo due eccezioni – l’antico Popolo di Dio, gli ebrei che, tra i popoli, “goim”, del mondo, sono “il” Popolo di Dio. E gli altri, noi pagani, non siamo di per sé il Popolo di Dio, diventiamo figli di Abramo, e quindi Popolo di Dio entrando in comunione con il Cristo, che è l’unico seme di Abramo. Ed entrando in comunione con Lui, essendo uno con Lui, siamo anche noi Popolo di Dio. Cioè: il concetto “Popolo di Dio” implica continuità dei Testamenti, continuità della storia di Dio con il mondo, con gli uomini, ma implica anche l’elemento cristologico. Solo tramite la cristologia diveniamo Popolo di Dio e così si combinano i due concetti. Ed il Concilio ha deciso di creare una costruzione trinitaria dell’ecclesiologia: Popolo di Dio Padre, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo. Ma solo dopo il Concilio è stato messo in luce un elemento che si trova un po’ nascosto, anche nel Concilio stesso, e cioè: il nesso tra Popolo di Dio e Corpo di Cristo, è proprio la comunione con Cristo nell’unione eucaristica. Qui diventiamo Corpo di Cristo; cioè la relazione tra Popolo di Dio e Corpo di Cristo crea una nuova realtà: la comunione. E dopo il Concilio è stato scoperto, direi, come il Concilio, in realtà, abbia trovato, abbia guidato a questo concetto: la comunione come concetto centrale. Direi che, filologicamente, nel Concilio esso non è ancora totalmente maturo, ma è frutto del Concilio che il concetto di comunione sia diventato sempre più l’espressione dell’essenza della Chiesa, comunione nelle diverse dimensioni: comunione con il Dio Trinitario – che è Egli stesso comunione tra Padre, Figlio e Spirito Santo -, comunione sacramentale, comunione concreta nell’episcopato e nella vita della Chiesa.”[5]


[1] J. Ratzinger, La comunione nella Chiesa, San Paolo 2004, p. 135

[2] Ibidem, p. 137

[3] Ibidem, pp. 137-138

[4] Ibidem, p. 150

[5] Benedetto XVI, Discorso al clero di Roma- 14 febbraio 2013

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *