Avere la stessa origine ci rende fratelli: come vivere la comunione nella diocesi e nella familiarità ?

di Don Antonio Demaria

La nostra Diocesi ha una storia secolare, carica di santità e di contraddizioni, fallimenti, tentazioni che indicano la difficoltà di restare fedeli al Signore e di entrare nelle temperie storiche, nei mutamenti culturali non a gamba tesa o adeguandosi cioè facendosi plasmare dalle mode del tempo, bensì come testimoni dello Spirito che conduce dinamicamente la Chiesa ad annunciare Cristo salvatore a uomini che non restano mai fermi ma che sempre sono nel cuore di Colui che ha dato per loro la sua vita una volta per sempre. Ogni generazione ha visto il sorgere di carismi, di movimenti di vita cristiana che hanno trovato, non senza difficoltà a volte, un riconoscimento e una custodia in chi istituzionalmente è chiamato ad essere sentinella del cammino della Chiesa, del popolo di Dio.

Più una Chiesa è viva, cioè vivificata dal risuonare della Parola di Dio che vive in essa e la genera, mossa dallo Spirito che ha il compito di insegnare il discernimento dei segni dei tempi nella fedeltà a Colui che è sempre lo stesso, ieri, oggi e sempre; più è viva, dicevo, più genera nuovi modi di annunciare il Vangelo, di renderlo attuale e comprensibile.

L’esperienza primaria di una vita non sclerotizzata è la fraternità cioè il riconoscersi gioioso come figli dello stesso Padre nel Figlio attraverso il dono dello Spirito. A molti viene più facile mentre ad altri lo spirito di contrapposizione o un’idea malsana di autorità impediscono di guardarsi e di riconoscere gli altri a partire dalla medesima origine. È Cristo stesso che ci insegna a vivere così come dice la Lettera agli Ebrei, 2, 11-14: “Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli (…) Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe”. Abbiamo un’unica origine, sebbene in modo diverso, dal Padre; ma Cristo facendosi uomo ha assunto il modo di essere della creatura, pur restando il Figlio di Dio. L’avere la stessa origine lo rende fratello, secondo una relazione profonda, una comunione della carne e del sangue, cioè di tutto l’uomo, non soltanto della sua realtà metafisica. Cristo facendosi uomo ha condiviso tutto ciò che è umano: relazioni, desideri, ricerca della felicità, paura della morte, della fatica, esperienza del fallimento, amore. Con una libertà che apre nuovi orizzonti all’uomo stesso e che lo rende Via di salvezza e di compimento per tutti. Eccetto il peccato: poiché tutto è vissuto nella relazione fondante, originaria, con il Padre e riportando l’uomo alla sua divina origine. Solo lì infatti l’uomo, di ogni generazione, ritrova il se stesso perduto.

Questo vale anche per l’uomo di oggi che vuole pensarsi senza radici e autoproduttore di se stesso? Io credo di si. L’uomo vero, provato e risorto dall’incontro con Cristo sa trovare vie nuove per agganciarsi al cuore, all’oggi dell’uomo che ancora una volta pensa di trasferire il compimento del suo desiderio di felicità nel futuro autoprodotto da lui.

L’incontro con Cristo è letteralmente e veracemente umano: viene prima di ogni dottrina teologica o morale da presentare agli altri. Per questo le nostre comunità sono chiamate a riscoprire in Cristo, nell’incontro con Cristo la bellezza della propria umanità e la tenerezza di Dio Padre che ti ama, senza aver timore nemmeno della propria peccaminosità, della propria fragilità.

Se smettessimo di sentirci dei “più uomini” e restassimo semplicemente uomini, coscienti di essere stati graziati per aver conosciuto il Figlio dell’Uomo, ciò accrescerebbe la nostra consapevolezza di essere fratelli e la capacità di parlare agli uomini di oggi con lo stesso linguaggio, poiché viviamo lo stesso tempo e lo stesso spazio.

La comunità cristiana allora diventerebbe capace di dire qualcosa anche a chi non si aspetta nulla da lei poiché la pensa estranea, anzi un impedimento, il residuo di un passato morto che non vuole morire, non vuole cioè cedere il passo al fluire, all’andare oltre della vita.

Queste comunità lievitate dal dono dello Spirito, queste fraternità – e non comitive, club esclusivi di gente matta, sempre attenti a mettere i puntini sulle i sulla vita degli altri; più preoccupati di combattere il demonio che di trovare il linguaggio per comunicare la salvezza con l’empatia della fraternità – queste comunità sono chiamate a far suscitare la santa invidia: perché questi sono così gioiosamente umani, apparentemente diversi da me che cerco altrove la felicità?

Una comunità così non ha paura di ascoltare l’altro anche quando ti giudica, ti sommerge con i suoi insulti: perché non nasce, non si comprende a partire dall’arrogante possesso della Verità ma dalla consapevolezza del perdono, dell’amore misericordioso, che è la Verità: una Persona viva che ha scelto l’uomo.

Amatevi come io vi ho amati…perché il mondo creda: questo vale anche per noi preti. E quanto più un prete si mette in ascolto della sua comunità e insieme del Signore, tanto più salverà se stesso e la sua umanità. Saprà ascoltare il vissuto della sua gente e diventerà discepolo anche lui dello Spirito. Tutto il suo studio emergerà non come astratta valutazione della realtà ma come luce che si accende, si ravviva a favore suo e degli altri. Non sarà un funzionario ma un credente con una autorevolezza che cresce nella sua realtà di carne e sangue, nella sua umanità riconciliata e risanata. Anche la comunione presbiterale diventerà reale e viva: e l’altro fratello e amico in Cristo, non complice di una affettività malata, di un falso senso dell’autorità che lo allontana sempre più dagli altri e lo lascia solo. Al massimo si troverà allo stesso livello dell’evangelico amministratore infedele: scaltro ma mondano, nel senso peggiore del termine. Non è possibile che un prete sia solo, costretto ad affrontare se stesso e la sua vita da solo: una fraternità comunionale e presbiterale è capace di venirgli incontro, di sostenerlo, di accorgersi che qualcosa non va e offrire luoghi di guarigione. Il Vescovo diventa padre quando impara ad ascoltare e non accontentare “ i suoi”. E si fa ascoltare perché ama paternamente: ma l’essere padre dipende dal fatto che non si smette mai di essere figlio e fratello.

Pongo queste riflessioni perché facciano sorgere domande e, forse, anche una preghiera, un desiderio di conversione: in tutti, poiché siamo tutti sulla stessa barca in tempesta, insieme al Signore.

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