di Don Antonino De Maria

Il 15 marzo il nostro Arcivescovo Luigi ci ha proposto ( a noi presbiteri e diaconi) una meditazione in occasione del ritiro di Quaresima che, mi sembra, possa completarsi con la meditazione del 16 marzo in Cattedrale rivolta ai fedeli presenti o collegati attraverso i social.

In entrambi i casi si nota una sottolineatura comune a partire dalla compassione, mediata da due testi diversi: nel primo caso Geremia 14, 17-20; nel secondo caso la parabola del Buon Samaritano riletta nel contesto dell’enciclica Fratelli tutti.

Innanzitutto queste due meditazioni mi hanno particolarmente colpito e se da un lato so di essere mancante, dall’altro lato mi hanno aiutato e confermato nel mio ministero.

Geremia è chiamato a condividere il dolore, a stare in mezzo al popolo condividendo: da lì nasce il comprendere e il discernimento. Nessuno ha la verità in tasca e troppo spesso ci sentiamo i detentori di risposte che al massimo cercano di attrarre a sé l’altro facendogli sentire quelle parole che, in fondo, vuole sentire. Il discernimento è qualcosa di più: mentre condivide il dolore, il profeta si mette in ascolto di ciò che il Signore vuole dire come parola di salvezza, come indicazione di speranza, di futuro. Il non comprendere ha fondamento in una malattia del cuore: la sclerocardia. Un cuore sclerotizzato, impietrito, ha perso “ la sensibilità umana necessaria per piangere con coloro che piangono e gioire con coloro che gioiscono (….) Essere cristiano, infatti, significa “ avere gli stessi sentimenti di Gesù che furono in Cristo Gesù “ (Fil 2,5), sentimenti di umiltà e di donazione, di distacco e di generosità.”[1] Un prete dal cuore sclerotizzato è malato di una sorta di alzheimer spirituale, di smemoratezza dell’incontro con il Signore che ha suscitato quel desiderio di donarsi e che è il contenuto stesso di quel donarsi come di un innamoramento che fa uscire da sé per andare verso l’altro, verso l’Altro. Chiuso nel proprio ruolo, come il levita e il sacerdote della parabola del buon Samaritano, diventato carestia, aridità, vuoto ma che non sa gridare come il salmista “ O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua” (Sl 62). Piange con il popolo chi si sente parte del popolo e ne condivide il dolore, il grido, come anch’egli fatto povero e in attesa di Dio. Diventa così voce del popolo nella preghiera perché sa che Dio guida la storia; che il futuro è di Dio come il presente. Svegliatosi diventa sentinella. Così il nostro ministero diventa ministero di consolazione: “ Non apro lo scenario di una nuova condizione del cattolicesimo che si profila nel futuro, ma semplicemente sento che dobbiamo raccogliere la sfida di questo cambiamento epocale, cominciando dalla comprensione di tutto in spirito di fede e dalla condivisione delle domande della nostra gente. Lo richiede la grandezza della nostra vocazione, tesoro posto in vasi di argilla.”[2]

Ciò richiede che la preghiera e la celebrazione dei sacramenti siano vissuti come un tempo in cui sperimentiamo la consolazione di Dio, nel dialogo con Lui, con la sua Parola che cresce con noi, apprendendo la speranza dal compatire[3], valorizzando il ministero della riconciliazione come esperienza di un dare tempo che è frutto del dono sacramentale e da un esame di coscienza, a partire da quelle promesse battesimali attraverso le quali abbiamo aderito al mistero pasquale di Cristo, facendoci suoi discepoli.

Il buon Samaritano è immagine di Dio, perciò uomo vero, fatto secondo quell’immagine e quella somiglianza che fa dell’uomo il riflesso di ciò che Dio è, della sua bellezza e del suo Amore. Come Dio, si lascia commuovere, si lascia smuovere le viscere davanti all’uomo percosso dai briganti e diventa misericordia: si offre per prendersene cura, dà il suo tempo e chiede aiuto, fa alleanze nel bene dell’altro, per il bene dell’altro. Non si crede un super eroe ma coinvolge. Perché la misericordia è agapica, condivide e cerca condivisione, alleanze, comunione, contagio.

È tempo di meditazione, di memoria, questo della Quaresima, è tempo di speranza e chiave di lettura del nostro vivere in Cristo quotidiano e pasquale.


[1] Papa Francesco, Discorso alla Curia romana, 22 dicembre 2014

[2] Mons. Luigi Renna, Meditazione al ritiro di quaresima dei sacerdoti e dei diaconi, 15 marzo 2022

[3] Cfr. Benedetto XVI, Spe salvi, 39

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