Intervista a Mons. Renna dopo duecento giorni a Catania: La radice dei mali è l’Individualismo

a cura di Giuseppe Adernò

A conclusione della festa estiva di Sant’Agata, la prima manifestazione religiosa popolare dopo la pandemia, chiediamo all’Arcivescovo Mons. Luigi Renna:

Come ha vissuto la sua prima esperienza nella festa di Sant’Agata. Quale emozione all’apertura del sacello?

È sempre motivo di commozione e di gratitudine al Signore poter accedere al sacello di Sant’Agata, portando nel cuore le aspettative e la devozione di tanta gente che attende questo evento. Mi sento ogni volta “privilegiato” di poter avere accesso tra i primi a questo luogo sacro.

Percorrendo il breve tratto di strada tra una folla di devoti e di turisti cosa prova un Pastore? Quali sono i suoi pensieri?

Lungo la strada osservo i volti e noto i sentimenti che affiorano in ciascuno: lacrime, gioie, dolori e speranze; benedico, avvicino, incoraggio e ho una parola soprattutto per i genitori dei piccoli.

Nei volti dei devoti ha letto una profonda religiosità o come sostengono alcuni scettici soltanto segni di devozione popolare?

La devozione popolare è definita da Papa Francesco “spiritualità popolare”: è un modo semplice di esprimere la fede, povero forse di concetti (la cosiddetta “fides quae”, i contenuti di fede), ma ricco di fiducia in Dio (la “fides qua”).

Ha preparato una preghiera speciale “coroncina per Sant’Agata” grazie per questo dono. Qual è stata la motivazione e l’ispirazione?

Ho voluto riportare l’attenzione alle principali preghiere cristiane: il Padre nostro, l’Ave Maria, il Gloria al Padre, aiutando i devoti a pregare. Mi sono ispirato agli affreschi dell’abside del Duomo: il Padre benedice, mentre il Figlio di Dio e Maria Santissima incoronano Sant’Agata con la corona del martirio.

In vista della festa grande del 4, 5 febbraio quali sono le proposte migliorative per dare alla festa un significato di “normalità rinnovata che centra il cuore dell’uomo”?

Non conosco ancora la “festa grande”, per cui non azzardo proposte. Certamente la preparazione spirituale dovrà essere intensa.

È stato molto apprezzato il forte richiamo all’impegno per vincere la dispersione scolastica ed è stata positiva l’immagine del “sacco bianco” dei devoti e del “grembiule scolastico”. A febbraio dovremmo verificare se questo piccolo seme ha dato i suoi frutti. Quale altro “virus” occorre intaccare per “star bene a Catania”?

Credo che i “messaggi di Sant’Agata” debbano toccare il cuore dei problemi della città, ed uno di essi è l’abbandono scolastico dei ragazzi, che “taglia loro le gambe”. Insisterò ancora su questo tema, consapevole che occorre “fare rete” tra le istituzioni. I “mali” di Catania sono tanti, ma hanno un’unica radice: l’individualismo.

Il 6 settembre il calendario registra DUECENTO GIORNI DI MINISTERO A CATANIA e già sono state apportate alcune innovazioni. Quali i segni di miglioramento per il nuovo cammino sinodale?

Il cammino sinodale vede la nostra Diocesi impegnata e coesa per affrontare il secondo anno de “I cantieri di Betania”. Le premesse del lavoro svolto lo scorso anno fanno ben sperare che riusciamo ad ascoltare più persone, che ci aiutino a crescere nella consapevolezza della missione della Chiesa.

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