Con questo intervento di don Piero Sapienza apriamo una serie di approfondimenti sul messaggio lanciato da papa Leone XIV durante il suo viaggio a Lampedusa del 4 luglio 2026.
Papa Leone stava per lasciare Lampedusa e già i giornalisti intervistavano i politici presenti sul problema dell’immigrazione: le loro risposte sono state penose, ed evasive, come se non avessero ascoltato nulla delle cose dette dal Pontefice, ripetendo le loro posizioni ideologiche, espresse nel Decreto Legge (n 23/2026) sui migranti di alcuni mesi fa e che il nostro Forum diocesano “Leone XIV” ha criticato in un apposito documento, alla luce del Magistero sociale della Chiesa.
La parabola del buon Samaritano, proclamata durante la celebrazione eucaristica, e la sua applicazione alle drammatiche circostanze storiche delle migrazioni, è stato il filo conduttore dell’omelia di Leone, il quale ha sottolineato che Lampedusa “è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti”. Aggiungendo, inoltre, che “oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico”, dove i morti in mare e i sopravvissuti interpellano alla prossimità concreta “che molti fra voi hanno scelto di esercitare”. Diciamo che questa solidarietà vicina e immediata si può paragonare (usando un’immagine del filosofo M.F. Sciacca) a un uomo che ha un occhio miope e l’altro présbite. Con il primo vede da vicino e con l’altro vede lontano. Così, il Papa evidenzia che è necessaria anche una solidarietà lunga che mira a eliminare le strutture di peccato, che a causa della corruzione, dell’ingiustizia e di molteplici altri mali sociali, creano le condizioni per cui le persone sono costrette a emigrare. Perciò Leone denuncia: “C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate”. Ovvero, le cause che stanno a monte sono “il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione […]”, che devono essere contrastati realizzando “il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise”. Occorre, pertanto, un pensare in grande che si traduce nella carità politica la quale non ha “la fretta di passare oltre”, puntando, invece, a edificare la Civiltà dell’amore, “immaginando un ordine sociale in cui giustizia e carità si intrecciano e l’amore diventa principio di organizzazione della vita economica, politica e culturale”.
Un progetto esigente che traduce la carità in strutture di giustizia e dà concretezza storica alla speranza
Non si tratta, nota ancora Leone, di “un’utopia ingenua, ma di un progetto esigente”, che traduce “la carità in strutture di giustizia, dando corpo istituzionale alla fraternità […] per la costruzione del bene comune”. Inoltre, “solo questo amore sociale, capace di farsi cultura e norma, può generare un ordine internazionale stabile, trasformando la convivenza da semplice coesistenza armata a comunità di destino” (MH n186). Ma la Civiltà dell’amore presuppone “una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione» (MH n 213). Così Papa Leone sottolinea la responsabilità che spetta a ogni persona, pur riconoscendo che “non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà” per “dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore” e così “dare concretezza storica alla speranza”. Nella sua omelia, Leone lancia anche un chiaro appello all’UE (ma non ci risulta alcun riscontro): “da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee, che per storia e cultura, possono affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare”. E ciò è in linea con Papa Francesco: “l’ideale sarebbe evitare le migrazioni non necessarie e a tale scopo la strada è creare nei Paesi di origine la possibilità concreta di vivere e di crescere con dignità”, mancando queste condizioni allora “i nostri sforzi nei confronti delle persone migranti che arrivano si possono riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare” (F. T.n 129). E con Leone si può dire: questo “è un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa”. La mentalità corrente piuttosto diffusa, anche tra molti cattolici, fa guardare con sospetto le persone migranti, considerate spesso soggetti pericolosi, ma le parole di Leone ci interpellano perché“Abbiamo tutti in Dio un porto sicuro, e ogni comunità cristiana è chiamata a esserne un riflesso sulla terra”.
Foto: Vatican Media/SIR