Intervista alla scultrice Stefania Pennacchio, in occasione della presentazione dell’installazione Heroes – A ciascuno la sua guerra alla XVI edizione del festival NaxosLegge “Mythos. La sfida del pensiero mitico”, con la direzione artistica di Fulvia Toscano.

La vita, amico, è l’arte dell’incontro. Lo cantava Vinícius de Moraes nel Samba delle Benedizioni. E te ne accorgi subito: quando qualcosa ti sorprende, ti chiama, ti ferma.
È accaduto così, senza preavviso. Un pomeriggio di settembre, in quel luogo dove i Calcidesi fondarono Naxos nel 736 a.C., all’improvviso sono apparsi loro: sette elmi sospesi nell’aria. Non oggetti, ma evocazioni. Qualcosa che ha a che fare con l’eterno, che ti chiama a venire fuori. Mi ci sono avvicinato come un bambino: incuriosito, un po’ intimorito da quella visione. Le schegge di luce che correvano lungo le criniere di chiodi rivolti verso il dentro. Il loro pieno‑vuoto. Presenze vive nel silenzio. Ferite che continuano a respirare.
Accanto agli elmi c’era una donna che osservava. Solo dopo ho scoperto che era lei, l’artista, l’artefice: la scultrice Stefania Pennacchio. Gli elmi dell’installazione HEROES – A ciascuno la sua guerra, inaugurata il 12 settembre 2026 per Naxoslegge, tornano alle grandi figure del mito per interrogare l’essere umano contemporaneo: Odisseo, Penelope, Ettore, Andromaca, Achille, Didone, Enea. Sette destini, sette guerre che non appartengono solo al passato, ma alle battaglie silenziose che attraversano ogni vita. Sette elmi che non proteggono più il corpo, ma custodiscono una memoria, una ferita.
Ferite che Stefania Pennacchio, con discrezione, lascia emergere. Perché l’artista, nel suo gesto più vero, rivela ciò che già esiste. E nel rapporto vivo con la materia, che è la sostanza stessa dell’arte della scultura, questo diventa emblematico.
Così la sua installazione restituisce al mito una voce che non consola, ma interroga. Da questo incontro è nato un dialogo che ha preso forma in questa intervista.

Nelle sue sculture la materia sembra custodire una memoria antica, quasi archetipica. In che modo il rapporto con pietra, bronzo o ceramica diventa un dialogo con ciò che precede l’umano e lo accompagna?

Per me la materia non è inerte. È una creatura del tempo, e porta in sé una memoria che precede l’uomo. La pietra ha conosciuto il silenzio prima della parola; il bronzo conserva nella fusione la memoria del fuoco; la ceramica nasce dalla terra, attraversa l’acqua e il fuoco e, trasformandosi, sembra ricevere una seconda nascita. Quando lavoro, non sento di imporre una forma alla materia. Cerco di ascoltare ciò che essa custodisce. La mano non comanda: interroga. Scava, sottrae, attende. A volte la forma emerge come se fosse rimasta a lungo sepolta, in attesa di essere riconosciuta. È in questo passaggio che per me entra il sacro. Ma il sacro, nel mio lavoro, non è un’idea indistinta del divino. Ha un volto preciso: quello del Dio cristiano, il Dio che crea la materia. La materia non è più soltanto ciò da cui proveniamo; può diventare luogo della presenza.

Molte sue opere evocano una dimensione sacrale, un gesto che apre alla soglia del mistero. Come nasce questa tensione interiore e come si traduce nel processo creativo?

La tensione sacrale nasce, per me, da una mancanza. Da una distanza che l’uomo avverte tra sé e l’Origine, tra la propria vita finita e ciò che la trascende. È forse questa la nostalgia più antica: il desiderio di una presenza che non sia soltanto pensata, ma incontrata. La mia scultura nasce dentro questa frattura. Non parto da un’immagine già compiuta. Parto da una domanda, da una inquietudine, talvolta da una parola. Poi cerco la materia. La terra, il bronzo, la pietra diventano il luogo in cui quella domanda può prendere corpo. Lavorare significa attraversare una resistenza: la materia oppone il suo silenzio, la sua durezza, la sua memoria. Io cerco di ascoltarla fino a quando qualcosa comincia a emergere. È un processo di sottrazione. Tolgo ciò che impedisce alla forma di apparire, ma anche ciò che impedisce a me di vedere. Il sacro, per me, non coincide con una rappresentazione religiosa. È l’istante in cui la forma smette di essere soltanto forma e apre uno spazio verso l’invisibile. Forse il sacro abita proprio questa soglia: quando la materia tace e la forma diventa traccia dell’Origine. La scultura, allora, rivela e ricorda.

Le sue opere sembrano custodire una tensione verso il sacro che non è nostalgia del passato, ma percezione viva del presente. In un tempo che spesso smarrisce il senso del Mistero, come può la scultura restituire uno spazio di sacralità, di ascolto, di presenza?

Non credo che la scultura possa restituire il sacro ricostruendo ciò che abbiamo perduto. Il sacro non è un’epoca, né una forma del passato: è una possibilità del presente, una presenza che può ancora accadere. Viviamo immersi nel rumore, nella velocità, nell’eccesso delle immagini. Forse ciò che ci manca non è un’altra immagine, ma un luogo in cui l’immagine possa finalmente tacere. È qui che la materia diventa essenziale. La terra, la pietra, il bronzo non sono per me semplici materiali: sono materia attraversata dal tempo. Prima di essere plasmati dalla mano dell’uomo, hanno conosciuto il fuoco, l’acqua, la pressione, la frattura, il buio della terra. Conservano una memoria che non è narrativa, ma profonda, quasi originaria. Lavorarla significa entrare in relazione con qualcosa che ci precede. E proprio nella resistenza della materia incontro il Mistero. Il Mistero non è ciò che non comprendiamo ancora. È ciò che, anche quando crediamo di aver compreso, continua a eccedere la nostra comprensione. Forse il Mistero è questo: ciò si lascia incontrare.


* Stefania Pennacchio è una scultrice dedita all’indagine e alla ricerca sperimentale della scultura ceramica e del bronzo. È stata apprezzata da critici come Philippe Daverio, Giordano Bruno Guerri, Angelo Crespi e Jean Blanchaert, è stata ambasciatrice della scultura italiana nel mondo per Expo Milano 2015. Le sue opere sono presenti in numerose gallerie, musei (es: MUSMA, Vittoriale) e collezioni private internazionali (es: Versace, Daverio, etc.). Ha esposto a Monaco, Nizza, Parigi, New York, Biennale di Venezia, Cina, Giappone, Brasile, Cipro. È docente di Arti Applicate e Tipologie dei Materiali presso l’Accademia di Belle Arti di Siracusa MADE Program.

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