Bastano due nomi per fermare una guerra, almeno per qualche minuto: Cristiano Ronaldo e Lionel Messi. Giuseppe La Venia è a Leopoli, inviato del Tg1. Entra in un ospedale pediatrico oncologico per cercare storie da raccontare e incontra Dimitri, cinque anni, malato di leucemia. Il bambino gioca con un pallone. La Venia gli parla, prova a farsi capire, però tra loro sembra esserci un muro: uno conosce soltanto l’ucraino, l’altro l’italiano. Poi Dimitri pronuncia due parole che entrambi comprendono: «Cristiano Ronaldo». La Venia risponde: «Messi». Cominciano a giocare. E per cinque minuti, ricorderà il giornalista, è come se la guerra fosse finita.

Quella storia, però, ha un epilogo che arriva quattro anni dopo tra i banchi dell’Istituto comprensivo “Italo Calvino” di Catania. La Venia racconta che Dimitri riuscì ad arrivare in Italia per curarsi. Lui lo ritrovò, gli portò un pallone e una maglia con il nome del suo idolo. Poi la malattia ebbe il sopravvento. Dimitri morì e suo padre volle riportarlo in Ucraina per seppellirlo nella sua terra.

In sala cala il silenzio. Gli studenti fissano La Venia, qualcuno con gli occhi lucidi, qualcuno lascia scendere una lacrima. Fino a pochi istanti prima stavano ascoltando il racconto di una guerra lontana. Adesso quella guerra ha un nome, un volto, cinque anni e un pallone tra i piedi.

È forse racchiuso in questa scena il senso dell’incontro “Giornalismo e pace. La forza del racconto”, che ha portato il giornalista del Tg1 per quasi due ore a dialogare con gli studenti della Calvino. Un incontro sul giornalismo diventato presto una lezione sulla pace, sulla violenza, sul perdono e soprattutto sulla capacità di riconoscere le persone dietro le notizie.

Per La Venia la guerra è anche un’altra immagine che continua a portarsi dentro.  «Per me la guerra è anche questo: medici coraggiosi che, oltre a combattere con la malattia, sono costretti a prendere in braccio quei bambini, scendere nel bunker e proteggerli anche dalla guerra».

Le storie si susseguono e i ragazzi ascoltano. C’è Giulia Cecchettin, una vicenda che lo stesso La Venia ha raccontato come una di quelle che più lo hanno segnato. C’è poi Davide Simone Cavallo, studente ventiduenne della Bocconi, aggredito e accoltellato a Milano per una rapina da cinquanta euro, con una grave lesione al midollo spinale. La Venia racconta ai ragazzi soprattutto ciò che accade dopo: Davide sceglie di perdonare, incontra alcuni dei suoi aggressori, li abbraccia. Alla violenza ricevuta sceglie di non aggiungere altro odio.

Le storie cambiano, dalla guerra alla cronaca quotidiana, eppure conducono alla stessa domanda: che cosa scegliamo di vedere quando scorrono davanti a noi? Un fatto, una vittima, un colpevole oppure una persona con la sua storia? È qui che il giornalismo può fare la differenza: fermare per un istante la corsa delle notizie e restituire un nome e un volto a chi rischia di diventare soltanto cronaca.

Ed è questa anche la lezione di giornalismo che La Venia consegna ai ragazzi: «L’importanza di raccontare non sta soltanto nei grandi eventi. Bisogna andare in fondo nelle storie, dare un nome e un volto a ciò che raccontiamo, altrimenti rimangono notizie vuote. Persino una truffa agli anziani cambia quando si entra nella casa di chi l’ha subita, si conosce la sua storia e si comprende ciò che quella violenza ha lasciato».

Dare un nome. Dare un volto.

Sono le stesse parole che, pochi giorni prima, la Calvino aveva trasformato in un altro gesto educativo. Il 30 settembre la scuola ha ospitato il Sudario della Memoria Viva di Pozzallo: settanta metri di lenzuola sui quali sono stati scritti a mano oltre 18.300 nomi di bambini di Gaza. Gli studenti lo hanno sorretto e accompagnato lungo il Parco Gioeni, fermandosi a leggere quei nomi uno dopo l’altro. Le note di “Mission” di Ennio Morricone, i momenti di silenzio, i “Corpi bianchi”, la danza, le poesie, le parole di Giorgio La Pira, fino all’alfabeto corporeo con cui i ragazzi hanno composto insieme cinque lettere: PACE.

Due esperienze diverse, a pochi giorni di distanza, finiscono così per incontrarsi nello stesso punto. Sul Sudario ci sono migliaia di nomi perché le vittime cessino di essere soltanto numeri. La Venia racconta Dimitri perché la guerra smetta di essere soltanto una parola. Il giornalismo e la scuola fanno, in fondo, la stessa operazione: restituiscono un volto alla realtà.

«Per noi è un onore avere Giuseppe La Venia qui – sottolinea il dirigente scolastico Salvatore Impellizzeri –. È un grande professionista che seguiamo con attenzione, soprattutto nei suoi viaggi e nei suoi racconti dai luoghi segnati dai conflitti. Averlo oggi tra i nostri ragazzi significa offrire loro la possibilità di incontrare, attraverso le sue storie, volti e vite che spesso rischiano di rimanere nascosti dietro le immagini di una guerra. Viviamo un tempo in cui il pericolo più grande è abituarsi alla violenza, considerare normale ciò che normale non dovrebbe mai diventare. La scuola ha il compito di tenere desta la coscienza dei ragazzi, educandoli all’ascolto, al dialogo, al rispetto dell’altro e alla pace. Per questo di pace dobbiamo parlare sempre di più, soprattutto quando intorno a noi sembra prevalere il linguaggio delle armi».

L’incontro con La Venia e il Sudario sono le tappe più recenti di un percorso che l’Istituto porta avanti da anni attraverso cittadinanza, dialogo, responsabilità e attenzione all’altro. Perché l’educazione alla pace, prima ancora di arrivare ai grandi conflitti, passa dalle parole pronunciate in classe, dal modo di affrontare uno scontro, dalla capacità di ascoltare chi è diverso, dai piccoli gesti quotidiani.

Impellizzeri lo riassume in una frase: «La nostra scuola deve far fare rumore alla pace. Ecco perché questa è la seconda attività, dopo il Sudario della Memoria, che organizziamo per sensibilizzare i ragazzi su questo tema e non sarà l’ultima. Lavoriamo da anni in questa direzione, partendo proprio dai piccoli insegnamenti nella scuola».

Alla fine, dopo quasi due ore, rimane l’immagine da cui tutto era cominciato. Un giornalista era entrato in un ospedale ucraino cercando una storia da raccontare. Aveva trovato un bambino con un pallone.

Dimitri oggi non c’è più. Eppure il suo nome continua a viaggiare. È arrivato fino a una scuola di Catania, davanti a ragazzi che forse d’ora in poi, sentendo parlare di guerra, penseranno anche a lui. Perché il rumore delle armi può attraversare migliaia di chilometri. La scuola ha un compito ancora più difficile: insegnare ai ragazzi a fare abbastanza rumore perché si senta la pace.

Un commento su “Alla Calvino la pace fa rumore: le storie di Giuseppe La Venia entrano in classe”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *