Caro Direttore,

«Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per essere data?»
È la domanda di Violaine, protagonista dell’opera di Claudel “L’Annuncio a Maria”, che bacia il lebbroso Pietro di Craon guardandolo negli occhi e contrae essa stessa la lebbra.
Non credo si possa spiritualizzare troppo facilmente questa espressione, perché il sacrificio di chi dona la vita non è una metafora. Lo suggerisce anche l’antica immagine di Gesù come pio pellicano: secondo una tradizione, il pellicano si ferisce il petto per nutrire i propri piccoli con il suo sangue.


Molti hanno dato la vita per un ideale più grande di sé: la propria terra, la libertà, la fede, una causa ritenuta giusta. Sono stato recentemente in Vandea, dove si tramanda, come una pietra preziosa, la storia del comandante La Charette, morto, secondo la memoria di quel popolo, per difenderne le credenze e le tradizioni dalla pretesa rivoluzionaria di cancellarle. Vicende lontane che, in qualche modo, sembrano riproporsi ancora oggi.

Ma il dono di sé, questo farsi «mangiare dai propri piccoli», appartiene anche alla normalità della vita di ciascuno di noi: un genitore che si sacrifica per i figli, un amico che aiuta un altro ad affrontare le spese di una malattia, chi sostiene una famiglia vicina in difficoltà economiche. Sono soltanto alcuni esempi; ognuno può riconoscerne altri nella propria vita.
Eppure, come tutti possiamo constatare, i conti spesso non tornano. C’è un proverbio che mio padre aveva ricevuto a sua volta da sua nonna: «L’amore discende, non ascende». Chi dona, insomma, non sempre riceve altrettanto da chi è amato.
«Che vale la vita se non per essere data?»

Può essere un’esperienza amara, perché dono e sacrificio sembrano inseparabili. E allora perché continuiamo a farlo? Che cosa ci corrisponde nel sacrificio?
Una mia amica, raccontando la propria esperienza di caritativa, scrive: «Vedevo che ogni volta che mia sorella tornava dalla caritativa era sempre più felice, più compiuta; sembrava innamorata e desiderava tornare in quel luogo sempre più spesso. Incuriosita, sono andata anche io».

Il sacrificio non è soltanto rinuncia; può diventare il luogo in cui scopriamo qualcosa di decisivo sulla nostra vita. Ciò che ci corrisponde non è lo scambio di doni, come se a ogni gesto dovesse corrisponderne un altro uguale e contrario. È qualcosa che non si può misurare come una transazione economica, perché riguarda un cambiamento che accade nelle persone e nel loro rapporto. Forse ha a che fare con il motivo stesso per cui esistiamo.

Mi sembra che anche la parabola del servo spietato (Mt 18,23-35) possa aiutarci a comprendere questo aspetto. Non colpisce soltanto il fatto che il re condoni un debito immenso e che il servo non faccia altrettanto con il suo compagno. Colpisce soprattutto che quell’uomo, dopo aver ricevuto una misericordia tanto grande e immeritata, esca da quell’incontro come se nulla fosse accaduto. Come se fosse rimasto identico a prima. Il servo non è semplicemente uno che si comporta male: è uno che ha ricevuto qualcosa di straordinario senza lasciarsene trasformare.

Nel donare e nel ricevere, invece, può accadere qualcosa di diverso. L’altro non è più soltanto un bisogno da colmare o un peso da sostenere, ma qualcuno che mi diventa prossimo e attraverso il quale può accadere un incontro.
Quando gli apostoli domandano a Gesù: «Quando ti abbiamo visto, Signore?», la sua risposta è sorprendente: «Ogni volta che lo avete fatto a uno di questi piccoli, lo avete fatto a me» (Mt 25,37-40).

A che vale la vita, se non per essere data? Ma data a chi?
La questione non sta semplicemente nel dare, né nel ricevere qualcosa in cambio. Sta nel significato di ciò che accade, nell’accadere di un incontro.
E la risposta potrebbe essere, ieri come oggi: a qualcuno che, a un certo punto, smette di essere estraneo alla mia storia e si fa prossimo. È forse questo il significato più sorprendente delle parole di Gesù: «Lo avete fatto a me».

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