Nella sua opera La società della stanchezza, Byung-Chul Han evidenzia come il passaggio dalla società disciplinare (fatta di divieti e obblighi esterni) alla società della prestazione (fatta di “sì, possiamo”, autorealizzazione e spinta incessante all’azione) abbia prodotto soggetti non più oppressi dall’esterno, ma esauriti e stanchi di sé stessi; l’individuo contemporaneo diventa sfruttatore di se stesso, vittima dell’imperativo dell’ottimizzazione, del profitto e del rendimento.

Quando questo paradigma penetra anche nella vita ecclesiale, genera una distorsione del ministero presbiterale. Il sacerdote non viene più percepito o misurato come “padre” o “pastore”, ma come erogatore di servizi pastorali, coordinatore di eventi e burocrate. L’efficienza richiede attività costanti e quantificabili e il tempo dedicato alla preghiera, al silenzio e all’ascolto viene letto, paradossalmente, come pigrizia. Un sacerdote carismatico, che suscita vita e comunità, è portatore di fecondità e, a volte, genera una presenza non facilmente imbrigliabile in “caselle pastorali” da spuntare per compiacere solo ad alcuni. Può accadere che l’ansia di controllo istituzionale scambi la “fedeltà radicata” per “fossilizzazione” e l’esuberanza carismatica per “stravaganza disfunzionale”. Un superiore è chiamato a scorgere l’opera dello Spirito nei sacerdoti, valorizzando la fecondità carismatica evitando di ridurla a rigidi parametri organizzativi. Facendo un’analisi realista che non si fermi al solo “si dice che”, la vera “fossilizzazione” non è la stabilità di chi lavora in un luogo o in un carisma, ma l’inaridimento interiore di chi esegue ordini senza cuore o, di chi, si isola privandosi della dimensione ecclesiale autentica.

La riscoperta del dialogo

Invece di radicare la conoscenza dell’altro nell’esperienza personale, nella prossimità fisica o nel dialogo, oggi si tende ad adagiarsi su una “narrazione eterodiretta” in cui il pregiudizio sostituisce il giudizio critico riducendo la complessità relazionale a una caricatura. Il dialogo viene bypassato a favore del giudizio preventivo e la relazione si riduce a mero formalismo o a mero consumo comunicativo: non ci si chiede più “chi sei tu?” ma si accetta passivamente “ciò che si dice di te” con la conseguenza della nascita di comunità fragili fondate sul sospetto reciproco, sull’omologazione del giudizio e su una profonda e sottile solitudine esistenziale.

La paura che un presbitero “si fossilizzi” può nascondere, quindi, l’incapacità dell’istituzione di gestire carismi e relazioni autentiche. Un sacerdote radicato e amato dalla sua comunità è una ricchezza di paternità, non un problema contabile; invece di cogliere l’imperfezione, male comune dell’ontologia della persona, dovremmo iniziare a dire (e pensare): “Grazie per come ami Cristo e il popolo che ti è affidato”.

Il sacerdote non è un manager di Dio

La società della stanchezza si vince nella Chiesa riconvertendo le strutture all’essenziale del Vangelo: il sacerdote non è un manager di Dio, ma un testimone della gratuità dell’Amore.

Quando la “fossilizzazione” diventa un’impressione (o un’etichetta) anziché una realtà oggettiva, ci troviamo di fronte a un cortocircuito diagnostico.

Nel contesto della sociologia dell’organizzazione ecclesiale e della dinamica spirituale, scambiare per “fossilizzazione” ciò che in realtà è “radicamento”, “fecondità silenziosa” o “fedeltà al carisma” rivela una patologia dello sguardo relazionale.

Perché nasce l’impressione di “fossilizzazione”?

L’impressione di fossilizzazione è quasi sempre una proiezione dell’osservatore determinata dal metro di misura utilizzato. Nella logica manageriale moderna, l’efficienza richiede dinamismo costante, “turnover” o continuous change. In questa prospettiva, chi rimane saldo in un luogo, in una modalità di presenza o in un carisma ben definito per un tempo più o meno lungo viene automaticamente percepito come “fermo” o “fossilizzato”. Si confonde la stabilità spirituale con la stagnazione.

Una paternità reale

La società cambia continuamente così come i programmi pastorali diocesani e se un presbitero non si allinea immediatamente al progetto pastorale – perché magari è già impegnato nel ministero reale e nella cura animarum -, allora si tende a bollare questa “diversità di ritmo” come “resistenza al cambiamento” o “fossilizzazione”. Chi è abituato a misurare solo le foglie sparse dal vento scambia le radici profonde per immobilismo.

Nella tradizione della Chiesa, la stabilità (stabilitas) non è mai stata un difetto, ma una virtù cardine e nella vita presbiterale, la presenza carismatica in un territorio o in una comunità permette di realizzare la paternità reale. Il giudizio di “fossilizzazione”, quindi, usato come impressione è spesso una autodifesa nei confronti della novità del carisma.

Prima di temere la “fossilizzazione” immaginaria di un presbitero, bisognerebbe applicare il criterio di Gamaliele (At 5,38-39): “se questa opera viene dagli uomini, si distruggerà; ma se viene da Dio, non potrete distruggerla”. Se c’è vita, carisma e comunione, non c’è un “immobile fossile”: c’è la Chiesa viva.

* Parroco

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