Nel maggio 2027 il veliero Bel Espoir approderà nel porto di Catania giungendo da Alessandria d’Egitto. Da questa nave-scuola scenderanno 25 giovani provenienti dalle diverse sponde del Mediterraneo, inclusi contesti segnati da conflitti drammatici come quelli tra Israele e Palestina, Ucraina e Russia, o dalle tensioni nei Balcani e nel Caucaso. La tappa etnea si inserisce nel progetto “MED 27”, la “Scuola di Pace” itinerante promossa dalla rete Medecclesia e guidata da padre Alexis Leproux, Segretario Generale del coordinamento delle Chiese del Mediterraneo.

Catania rappresenta uno snodo storico fondamentale per questa missione: fin dal 1981 la città ha ospitato vari meeting del Mediterraneo, nel solco dell’eredità di Giorgio La Pira. 

Nella tappa etnea, i 25 ragazzi giunti dall’Egitto concluderanno la loro traversata per cedere il testimone ad altri 25 giovani diretti a Malaga.

A Prospettive, padre Alexis Leproux illustra come l’esperienza della Bel Espoir e la Chiesa stiano offrendo risposte concrete ai giovani in tutto il bacino mediterraneo. E offre spunti originali sui temi della pace, sull’accoglienza dei migranti e sulla rinascita della fede in Francia.

Padre Leproux, cos’è la Bel Espoir e perché Catania è stata scelta come tappa centrale della missione MED 27?

Bel Espoir significa “Bella Speranza”: è un grande veliero che si trasforma in una scuola di pace galleggiante. Da marzo a giugno naviga toccando porti chiave del Mediterraneo. Catania è uno snodo naturale e simbolico del Mare Nostrum, data la sua storica indole di accoglienza. Il 14 maggio la nave arriverà da Alessandria d’Egitto con 25 ragazzi; dopo tre giorni di dialogo e accoglienza in città, altri 25 giovani salperanno verso Malaga.

Cosa vivono i ragazzi a bordo e qual è l’obiettivo pedagogico di questo viaggio?

In un Mediterraneo spesso ridotto a cimitero di migranti o teatro di guerre, questo veliero è un laboratorio di fraternità. Mettiamo sullo stesso scafo ragazzi serbi, armeni, israeliani, palestinesi, francesi e nordafricani. Prima della Seconda Guerra Mondiale, Schuman, De Gasperi e Monnet costruirono un’amicizia che permise di rifondare l’Europa. Noi facciamo lo stesso: prepariamo giovani pronti a firmare la pace e a ricostruire quando le armi finalmente taceranno.

Perché l’Europa sembra smarrita di fronte alle frontiere marittime?

Basta vedere i cosiddetti centri di accoglienza sparsi tra le sponde del Mediterraneo. La politica dei ghetti disumanizza i migranti e isola le comunità locali. Rispondere solo con le barriere rappresenta un crollo filosofico per l’Europa. Non possiamo educare le nuove generazioni pensando che la dignità umana dipenda dal lato del mare in cui si è nati.

In questi giorni il Papa è in Francia, dove si assiste a una sorprendente ricerca di senso tra i giovani. Come si manifesta questo risveglio?

Dopo decenni di vuoto materialista, i giovani cercano punti fermi di fronte alle ansie per l’ecologia, le guerre e l’intelligenza artificiale. Nella mia parrocchia, a Marsiglia, siamo passati da 2 a 50 catecumeni adulti in pochi anni. Già con papa Francesco la Chiesa ha rinnovato il suo “software”: meno “proibizionismo” e giudizio sulle coscienze e più spazio all’accoglienza, alla fraternità e alla tutela della dignità umana.

Quali prospettive si aprono per il futuro della Francia e del Mediterraneo intero?

Il futuro appartiene a modelli cosmopoliti, come certamente lo è Marsiglia, dove l’integrazione è quotidiana e persino i musulmani chiedono la benedizione del parroco. Con la rete dei santuari e la formazione di giovani attori di pace, vogliamo restituire al Mediterraneo il suo vero volto: non un confine militarizzato, ma un mare di ponti e di speranza.