La solenne Messa di ringraziamento e di saluto, celebrata domenica 27 settembre, ha concluso uno dei capitoli più intensi e trasformativi della storia religiosa cittadina. Dopo vent’anni di instancabile ministero, monsignor Barbaro Scionti ha lasciato ufficialmente la guida della Basilica Cattedrale di Sant’Agata, apprestandosi ad assumere il nuovo incarico di parroco a Mascalucia. Il suo non è stato un semplice avvicendamento pastorale, ma il culmine di un’autentica “rivoluzione” spirituale e organizzativa che ha affrontato coraggiosamente tradizioni distorte, resistenze feroci e persino l’aperta ostilità di alcuni ambienti cittadini per riconsegnare la devozione agatina alla sua purezza originaria.
L’uomo e la vocazione
Per comprendere a fondo la portata del lavoro di Padre Barbaro, occorre partire dalle sue radici e dal suo percorso personale. Ordinato sacerdote il 14 settembre 1990 nelle mani dell’allora Arcivescovo Mons. Luigi Bommarito, ha vissuto il suo cammino vocazionale affidandosi ciecamente alla promessa di obbedienza. I suoi primi passi lo hanno visto servire la comunità di Tremestieri Etneo, dal 1989 al 2000, per poi assumere la guida pastorale a Pedara dal 2000 al 2006. Egli stesso, con una punta di orgoglio e grande umiltà, ha amato spesso definirsi un semplice «prete di campagna». Non avendo origini catanesi doc, aveva maturato fin da piccolo un approccio intimo alla Festa di S.Agata, ma caratterizzato da un forte timore per le imponenti masse oceaniche che si accalcano in quei giorni.
Il destino, tuttavia, aveva in serbo per lui un disegno ben diverso, che si palesò il 28 giugno del 2006. Quel giorno, in uno scenario suggestivo alle pendici del vulcano, nei pressi del rifugio Sapienza sull’Etna, l’Arcivescovo Mons. Salvatore Gristina gli rivolse una richiesta destinata a cambiare la storia della Diocesi. Durante una passeggiata successiva a una funzione religiosa, l’Arcivescovo gli indicò la città di Catania e l’imponente Cattedrale dall’alto, affidandogliene ufficialmente la gravosa responsabilità. Come ricordato dallo stesso monsignor Scionti, a far pendere l’ago della bilancia verso il “sì” fu un atto di profonda obbedienza. L’insediamento ufficiale avvenne in un clima dimesso il 17 settembre 2006, in un Duomo popolato a malapena da alcuni familiari e amici. I primissimi mesi furono dominati dallo smarrimento; lo storico cerimoniere del Comune, il commendatore Maina, cercò di istruirlo standogli perennemente accanto, ma la complessa macchina organizzativa sembrava un groviglio inestricabile: più cercavano di spiegargliela, più il nuovo parroco si sentiva confuso.
La necessità ferrea di regole
Il mandato di Monsignor Scionti prese il via con la delicata fase successiva alla tragica morte di un devoto avvenuta nel 2004 sulla Salita di Sangiuliano. Quel dramma aveva portato allo svolgimento di un doloroso processo. Questo lutto impose all’intera città, e in primis alla Chiesa, una presa di coscienza radicale. Scionti comprese immediatamente che occorreva riportare ordine, restituendo alla Chiesa il primato gestionale e spirituale che nei decenni precedenti le era stato inesorabilmente sottratto. Il suo primo, dirompente passo fu l’emanazione di un regolamento senza precedenti – scritto quando ancora non era stato istituito il Comitato – volto a disciplinare rigorosamente le procedure per la nomina del Maestro del fercolo e a delimitarne con esattezza le responsabilità.
La tensione e i drammi si riaffacciarono crudelmente anche durante la sua prima grande prova, l’edizione della festa del 2007, funestata dall’omicidio dell’ispettore Filippo Raciti fuori dallo stadio Massimino. L’evento religioso subì drastiche restrizioni, cancellando i fuochi e abbreviando i percorsi, e il solenne Pontificale – presieduto dall’allora appena nominato Cardinale Romeo – si tramutò in un composto funerale cittadino. Fu in quell’istante di immenso dolore collettivo, salendo sul fercolo, che Scionti mise da parte i discorsi preparati e iniziò a parlare “a braccio”, stringendo il suo primo, vero legame emotivo con il cuore dei fedeli.
Il coraggio di dire
Per proteggere Sant’Agata, Monsignor Scionti non ha mai avuto paura di esporsi, di rischiare, né di svelare la propria viscerale umanità. I suoi richiami microfonici, non sempre piacevoli ma invariabilmente necessari, erano diretti a proteggere la dignità del rito. L’episodio che rimarrà per sempre scolpito nella memoria collettiva si verificò in piazza Duomo. Rendendosi conto che mancavano totalmente i requisiti di sicurezza per affrontare la salita di Sangiuliano, il Maestro del Fercolo prese una decisione impopolare: ordinò di staccare il cordone dal fercolo, per riportarlo direttamente in Cattedrale. Padre Barbaro ha condiviso, sostenuto, accompagnato questa scelta e, di fronte alle proteste esagitate di frange della piazza, si impadronì del megafono e urlò: «cari delinquenti, perché di questo si tratta [..] ora zitti che dobbiamo pregare». Questo suo schierarsi senza riserve per l’ordine e la legalità lo ha esposto a minacce e rappresaglie, tanto che il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica dovette persino assegnargli una scorta protettiva (come anche al Maestro del Fercolo). Eppure, Scionti non è mai indietreggiato.
La sua fermezza fu messa a dura prova anche in occasioni di vera e propria tensione sociale, come quando dovette gestire la complessa occupazione della Cattedrale da parte di manifestanti e famiglie in difficoltà che avevano trasformato le navate nel proprio dormitorio. In quell’occasione, Padre Barbaro mantenne un delicatissimo equilibrio tra l’ascolto caritatevole e il dovere fermo di tutelare la sacralità e la fruibilità del luogo di culto, riportando l’ordine senza mai cedere alle provocazioni. In un’altra occasione, stanco di assistere a indecorosi accampamenti notturni in attesa della Messa dell’Aurora, decise di aprire le porte della Cattedrale alle 2:30 del mattino. Contro il parere di molti, sgomberò personalmente l’altare e l’ingresso della cappella da chi si era appropriato degli spazi sacri, distribuendo una proverbiale e “energica sgridata” ai presenti pur di ripristinare il silenzio e la decenza. Infine nel corso degli anni non sono mancate le polemiche strumentali e le dure critiche da parte della cittadinanza e dell’opinione pubblica, come quando Monsignor Scionti si trovò al centro delle bufera per la stesura dell’asfalto posizionato temporaneamente sul sagrato della Cattedrale: il parroco affrontò il problema con la solita fermezza e senza farsi scalfire dai polveroni mediatici.
Questi atti di forza gli hanno inevitabilmente procurato dei fieri detrattori. Egli, tuttavia, ha sempre ribadito che il Vangelo non serve per riscuotere consensi; la pastorale deve educare alla “vita buona”, anche a costo di scontrarsi frontalmente con quell’umana arroganza di chi pretende di imporre consuetudini prive di radici cristiane. Per Scionti, il vero popolo di Sant’Agata merita carità e rispetto, non la sottomissione alle prepotenze.
Le riforme strutturali
L’azione di Padre Barbaro non si è fermata alla sola disciplina delle celebrazioni e della processione. Con la creazione del Comitato per la festa di Sant’Agata, monsignor Scionti ha affrontato un’ulteriore battaglia, rivendicando e ottenendo l’indipendenza della voce della Chiesa all’interno di un organismo prettamente tecnico. Ha ammesso egli stesso di essere stato un interlocutore esigente e severo nei confronti del Comitato, ma si è sempre detto convinto che il duro confronto fosse vitale per produrre buoni frutti per la città.
Sul piano culturale, ha lanciato una grande stagione di Catechesi per spiegare ai fedeli la vera storia e i valori della Martire. Allo stesso tempo, si è reso conto che un evento di portata mondiale come la Festa di Sant’Agata necessitava di strumenti narrativi adeguati. Ha così avviato una vera rivoluzione della comunicazione avviando con il prof. Marco Pappalardo un ufficio stampa della Cattedrale. Questo ha permesso di dialogare efficacemente con i media, aiutandoli a veicolare la dimensione religiosa dell’evento.
La pandemia
Tutto l’equilibrio costruito in quindici anni ha rischiato di sbriciolarsi con l’avvento della drammatica emergenza da Covid-19. Catania si ritrovò paralizzata, la festa blindata. Sono stati due anni segnati dalle restrizioni, dalle mascherine, dal contingentamento rigoroso degli ingressi e dalla desolazione di una piazza vuota. In quelle ore oscure, Scionti incoraggiò i fedeli ricordando loro che bisogna ricercare il segno dell’amore di Dio anche e soprattutto nelle cose sgradite e dolorose. È proprio in quel biennio di distacco forzato che la Cattedrale si distinse per un coraggioso investimento tecnologico, strutturando un sistema di regia per la diretta streaming delle Messe. Grazie a questo sforzo mirato, la Chiesa catanese è riuscita a mantenere vivo il calore della devozione, portando l’abbraccio della Patrona direttamente nelle case e sui dispositivi mobili dei catanesi, impedendo che la solitudine spegnesse la speranza.
Il Giubileo agatino
L’apoteosi del ventennale di monsignor Scionti ha coinciso con l’Anno Giubilare Agatino del 2026, indetto per celebrare il IX Centenario dello storico ritorno delle reliquie da Costantinopoli a Catania (1126-2026). Un evento di risonanza internazionale che ha visto il parroco in prima linea nell’organizzazione di momenti dalla portata spirituale irripetibile. Tra questi spiccano il restauro del Busto e del Velo curato dalle maestranze dei Musei Vaticani e l’ostensione straordinaria del Sacro Cranio – un evento storico che non si verificava dall’ultima ricognizione del 1963. L’estate del 2026 ha regalato alla città pagine memorabili: dalla peregrinatio del Velo nei comuni della diocesi ai gemellaggi di fede con Gallipoli e Galatina, fino ai suggestivi riti di agosto con la veglia ad Aci Castello e il pellegrinaggio alle prime luci dell’alba dal monumento di via del Rotolo fino in Cattedrale per la solenne incoronazione della Patrona da parte del Legato Pontificio il Card. Parolin. Al di là di qualche inutile polemica mossa ad arte, il Giubileo ha restituito alla comunità l’essenza più autentica della devozione popolare. Padre Barbaro ha guidato questo cammino giubilare ricordando a tutti che la Chiesa non deve mai erigere muri, ma farsi ponte vivo tra la Martire e il suo popolo.
Nuovo incarico a Mascalucia
Oggi, al momento del commiato definitivo, Monsignor Scionti porta nel cuore la gratitudine profonda verso chiunque lo abbia affiancato. Ha ringraziato pubblicamente le istituzioni, il Prefetto, il Sindaco, i Magistrati, le donne e gli uomini delle Forze dell’Ordine. Un sentito grazie lo ha esteso al Maestro del fercolo Claudio Consoli, fido compagno di viaggio, e persino alle candelore, ammonendole amabilmente affinché mantengano la loro devozione scevra da interessi di parte.
A raccogliere questo immenso e gravoso patrimonio spirituale è stato chiamato Padre Salvatore Alì, che si insedierà ufficialmente alla presenza dell’Arcivescovo Luigi Renna il prossimo 6 ottobre. Scionti lascia al suo successore una singola ma essenziale raccomandazione: imparare ad amare Sant’Agata e il suo immenso popolo.
Quanto a lui, le valigie sono pronte. Domenica 11 ottobre l’Arcivescovo lo accompagnerà al suo nuovo incarico nelle due parrocchie di Mascalucia. A quanti gli hanno chiesto, mossi dal sospetto, se fosse stato degradato e punito, Padre Barbaro ha risposto con parole liberatorie: «Sono contento!». Contento perché per lui la vera, intima felicità del prete risiede esclusivamente nel fare la volontà di Dio. Scionti lascia la Cattedrale portandosi via per sempre nel cuore lo sguardo d’amore di Sant’Agata. Un amore così forte e autentico da non accettare scorciatoie, disposto a pagare di persona e ad affrontare incomprensioni pur di custodire ciò che è sacro e giusto. Un amore “intransigente”.