Fino al 23 ottobre nel Chiostro del Rettorato di piazza Università la mostra «Profezie per la pace»: un percorso tra volti, amicizie e testimonianze che raccontano come il bene continui a farsi strada nei luoghi della guerra. E anche a Catania.
Ci sono parole che rischiano di consumarsi sotto il peso dell’abitudine. Pace è una di queste. La si invoca, la si affida alla politica internazionale. E intanto continua a sembrarci lontana. Forse perché abbiamo imparato a immaginarla come qualcosa che dipende sempre da qualcun altro.
Per questo, dal 19 al 23 ottobre, vale la pena fermarsi nel Chiostro del Rettorato dell’Università di Catania e lasciarsi provocare dalla mostra Profezie per la pace. Perché una mostra serve a rendere visibile ciò che spesso non vediamo. E qui affiorano volti, storie e incontri nei quali la pace prende corpo anche dentro le ferite della storia.
La presentazione della mostra, venerdì 16 ottobre nell’Aula Magna del Rettorato, ha lasciato intuire la forza di un percorso costruito non su analisi geopolitiche o slogan, ma su volti, storie e incontri.
Volti presenti anche in Aula Magna. Perché la pace non riguarda soltanto i luoghi in cui la guerra esplode, ma anche quelli in cui una comunità si educa e costruisce il proprio futuro. Per questo le parole della prorettrice Lina Scalisi e il saluto del sindaco Enrico Trantino sono apparsi come qualcosa di più di un passaggio istituzionale: il segno di un Ateneo che si lascia interrogare dalle domande del presente e di una città che riconosce in un’iniziativa nata dai giovani un bene per tutti.
Giovani che venerdì pomeriggio hanno avuto in Lorenzo Sortino, studente del CLU (Comunione e Liberazione Universitari), uno dei loro volti. Tra i promotori della mostra, ha accompagnato l’incontro insieme ai ragazzi di GS (Gioventù Studentesca), il movimento delle scuole superiori da cui, insieme agli universitari del CLU, è nato il desiderio di portare questa esperienza a Catania.
Perché Profezie per la pace nasce da una domanda semplice e radicale: è possibile costruire la pace mentre tutto sembra andare nella direzione opposta?
Cercare tracce di umanità anche dentro le tragedie
Richiamando una celebre immagine di Calvino, il professor Emanuele Colombo del Boston College ha ricordato che nell’inferno dei viventi occorre riconoscere ciò che inferno non è e dargli spazio. È il cammino proposto dalla mostra: cercare le tracce di umanità che il male non è riuscito a distruggere. Volti nei quali la pace continua ad accadere.
«Quando l’ho vista per la prima volta al Meeting di Rimini», racconta Marco Rapisarda, studente liceale di GS, «ho pensato subito di portarla nella mia città. Mi aveva colpito perché affrontava il tema della pace con uno sguardo diverso dagli slogan: parlava di volti».
Un’intuizione condivisa da Lorenzo Sortino, che vede nell’arrivo della mostra la risposta a una domanda già presente nell’Università. «L’idea di proporla nel nostro Ateneo è maturata all’indomani delle parole pronunciate dal Magnifico Rettore durante la Messa di Pasqua», racconta. Il desiderio era offrire uno spazio in cui la realtà potesse essere guardata senza le lenti della contrapposizione. «L’Università è il luogo del dialogo, dell’indagine critica della realtà e della costruzione di un pensiero non polarizzato», osserva Sortino. Da qui la scelta del Chiostro del Rettorato, nel cuore dell’Ateneo e della città.
Ma l’aspetto più sorprendente emerso durante la presentazione è che questa dinamica non è rimasta confinata nei pannelli della mostra.
Giuseppe Cucuzza ed Elisabetta Negro, liceali di GS, hanno raccontato l’amicizia nata con alcuni ragazzi ucraini accolti attraverso il gesto della Caritativa. Pomeriggi di studio, gioco e tempo condiviso. Nulla di straordinario. Eppure, è proprio lì che qualcosa ha cominciato a muoversi. In ragazzi arrivati dalla guerra e inizialmente incapaci di fidarsi. Come spesso accade, quella fiducia non è rinata attraverso progetti o discorsi, ma dentro la concretezza di una compagnia. Dalla diffidenza all’affezione, dalla solitudine alla scoperta di un luogo in cui sentirsi accolti.
Così la pace raccontata nei pannelli è diventata esperienza vissuta anche a Catania. E quel nuovo pannello, aggiunto dagli studenti catanesi alla versione originale della mostra, è forse il più sorprendente. Perché mostra che ciò che si cerca tra le ferite del mondo può accadere nella semplicità di un’amicizia.
La mostra finisce così per raccontare qualcosa dei giovani che l’hanno voluta. Siamo abituati a descriverli come una generazione fragile e smarrita. Poi incontri ragazzi che dedicano mesi a preparare una mostra, studiano conflitti dimenticati, accompagnano i visitatori e condividono il proprio tempo con coetanei costretti a lasciare la loro casa. E quelle etichette cadono.
Ci si accorge allora che il problema non sono i giovani. È il modo in cui li guardiamo.
Perché ciò che colpisce non è tanto quello che fanno, quanto il luogo umano da cui nasce ciò che fanno. Un luogo che ha il volto di una compagnia e di un’amicizia. In una società che misura tutto in termini di prestazione e che spesso reagisce al male con una reazione uguale e contraria, questi ragazzi fanno esperienza di uno sguardo diverso: uno sguardo che dice loro una cosa semplice e rivoluzionaria, che la loro vita è un bene.
I “risorti di oggi”
Prima di essere una questione geopolitica, la pace è un fatto educativo. Nasce nello sguardo, quando l’altro smette di essere una minaccia e torna a essere un bene. Per questo le storie raccolte nella mostra hanno il volto di quelli che il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ha definito «i risorti di oggi»: uomini e donne che, dentro guerre e violenze, continuano a spendere la propria vita per il bene. Proprio dove il male sembra avere l’ultima parola, continua ad accendersi una luce. Una luce che non illumina soltanto i pannelli della mostra, ma affiora anche nei volti dei giovani che l’hanno portata a Catania.
Forse è questo il motivo per cui vale la pena attraversare il Chiostro del Rettorato nei prossimi giorni: vedere quelle storie e lasciarsi interrogare da quei volti. Perché, come ricorda ancora Pizzaballa, «essere profeti della pace oggi non significa sapere quando arriverà la pace, ma essere capaci di vederla e di mostrarla là dove essa già si realizza».
Profezie per la pace sarà visitabile nel Chiostro del Rettorato dell’Università di Catania, in Piazza Università, dal 19 al 23 ottobre, dalle 9 alle 17. Ingresso e visite guidate sono gratuiti. Per informazioni e prenotazioni: https://profezieperlapacect.carrd.co/
