Foto: ANSA/SIR
di Fausto Grimaldi *
Le cronache recenti delle rivolte giovanili, esplose in diverse metropoli europee – da Milano alle banlieue francesi – lasciano sgomenti. La devastazione di negozi e attività commerciali, simboli del lavoro e del sacrificio quotidiano, non può essere derubricata a semplice “bizza” generazionale o giustificata frettolosamente sotto l’ombrevola del disagio sociale. Non basta fermarsi alla constatazione del vandalismo o alla legittima richiesta di giustizia e sicurezza per i commercianti e le forze dell’ordine; occorre interrogarsi sulle radici profonde di un fenomeno che interroga la tenuta dell’intera nostra società. Come comunità ecclesiale e civile, siamo chiamati a un esame di coscienza profondo, che rifugga sia dall’indulgenza acritica sia dalla condanna sommaria.
L’analisi delle recenti manifestazioni giovanili – che accomunano le periferie francesi e le piazze di Milano – ci spinge a compiere un ulteriore passo in avanti. Un elemento che colpisce profondamente nell’analisi degli episodi di questi giorni è la scelta dei bersagli: non le banche o i luoghi tradizionali del potere finanziario e politico, come qualcuno sostiene, ma i negozi delle grandi firme e le attività commerciali di prossimità. Questo dettaglio svela una dinamica sociologica e antropologica precisa.
I brand del lusso rappresentano nell’immaginario contemporaneo l’aspirazione massima a uno status symbol irraggiungibile per chi vive ai margini economici o culturali e saccheggiare quei negozi non è un atto politico strutturato, ma l’appropriazione violenta di un sogno preconfezionato dai social media. In un’epoca dominata dall’esigenza di “esserci” attraverso lo schermo di uno smartphone, la distruzione diventa uno spettacolo e spesso i ragazzi riprendono se stessi o gli altri mentre devastano, cercando una forma distorta di protagonismo in una società che li fa sentire invisibili.
Quando la società fallisce
Il dato allarmante emerso a Milano e in Francia riguarda due punti fondamentali che hanno bisogno di essere messi a fuoco. Il primo riguarda i volti dei giovani protagonisti di disordini o manifestazioni, tra cui ragazzi con storie di migrazione alle spalle. Molti di questi giovani vivono una complessa tensione identitaria; a casa respirano la cultura, le tradizioni e talvolta le fatiche dei paesi d’origine dei genitori; fuori, parlano italiano, vivono la cultura occidentale, tuttavia avvertono quotidianamente un senso di non appartenenza formale e sostanziale. Sentirsi dire “non sei di qui” da una società in cui invece sono nati e cresciuti genera rabbia, frustrazione e risentimento verso le istituzioni.
Quando una società fallisce nell’offrire reali opportunità di integrazione scolastica e sociale, crea le premesse per un terreno di ribellione cieca. Penso che l’integrazione è una strada a doppio senso: richiede, da un lato, il pieno rispetto delle leggi, dei valori costituzionali e della convivenza civile da parte di chi arriva o nasce qui; dall’altro, richiede alla nostra società di aprire le porte, di riconoscere dignità e di smettere di considerare questi ragazzi come “stranieri permanenti”. Il secondo elemento, invece, è il totale scollamento tra i ragazzi e le loro famiglie: la maggior parte dei genitori ignorava dove si trovassero i figli durante quegli scontri.
La responsabilità degli adulti
Se questo è vero, in tutti casi, non saprei dirlo. Tuttavia, questo evidenzia una crisi profonda dell’autorevolezza adulta. Si è spesso confusa l’autorevolezza con l’autoritarismo, finendo per abdicarvi del tutto nel timore di non essere compresi o amati dai propri figli; invece, i giovani per crescere hanno bisogno di confini chiari e di adulti capaci di dire dei “no” motivati.
È proprio quando la famiglia abdica al proprio ruolo di guida, lo spazio educativo viene riempito dalla rete, dai social e da modelli subculturali che esaltano la prepotenza, l’aggressività e il possesso materiale come unici metri di successo. Se vogliamo che la risposta non si esaurisca in un ciclo infinito di rabbia e repressione, occorre muoversi su tre direttrici fondamentali.
1. La giustizia deve fare il suo corso e chi compie atti di violenza, saccheggio o aggressione deve risponderne personalmente, e laddove vi siano minori, la responsabilità civile ed economica deve chiamare in causa il ruolo educativo della famiglia; questo potrebbe servire a ristabilire il senso del limite e della riparazione del danno causato alla comunità.
2. Le istituzioni scolastiche e le parrocchie devono uscire dai propri confini tradizionali; i ragazzi non frequentano più i luoghi storici dell’aggregazione giovanile; bisogna andare a cercarli dove loro vivono, offrendo spazi di ascolto psicologico, laboratori espressivi, sport e opportunità di protagonismo sano. Non è facile a parole ma il tentativo va fatto cercando di capire le esigenze di questa “nuova generazione digitalizzata” che ha imparato a non esprimere emozioni con gli abbracci.
3. Il disagio giovanile è lo specchio di una società ““adultocentrica” e frammentata, dove la solitudine è il male oscuro; occorre ripensare l’importanza di farsi carico delle fragilità altrui, passando dall’indignazione sterile alla cura quotidiana delle relazioni. La violenza non è mai uno strumento di riscatto, ma la sconfitta di tutti e il nostro impegno, come pastori e come cittadini, deve essere quello di passare dalla reazione indignata alla costruzione quotidiana di speranza, affinché nessun giovane si senta più così perduto da dover distruggere il mondo per farsi notare. Non possiamo permetterci di perdere un’intera generazione dietro l’alibi dell’indifferenza. La sfida educativa è la grande emergenza del nostro tempo: o torniamo a prenderci cura dei nostri ragazzi, o continueremo a raccogliere i cocci di vetrine rotte e di esistenze sbandate.
* parroco