Sant’Agata, il “mistero” cattolico della santità: la sua immagine rimanda ad una realtà che vive altrove

Don Antonino De Maria

Le celebrazioni in memoria della testimonianza di sant’Agata in un clima culturale nel quale ognuno pensa di ridurre anche il “mistero” cristiano alle proprie opinioni o, per i più acculturati, ad una propria lettura della Bibbia (non della Parola di Dio che è Cristo e che continua a parlare per l’agire dello Spirito, come dice san Giovanni) nella quale sembra che Dio abbia detto tutto e poi smesso di parlare, di agire, di guidare (un biblicismo che rende incomprensibile la Bibbia stessa e riduce tutto ad un moralismo legalistico così da non comprendere il monito di San Paolo ai Galati che la lettera uccide mentre lo Spirito libera) rendono la venerazione manifestata verso la Santa una sorta di ritorno al paganesimo: il timore di sminuire il primato di Dio e di divinizzare figure umane.

In realtà è proprio il primato di Dio che emerge in figure umane che, nella sequela del Signore, sono colmati della grazia di Dio. A differenza delle divinità delle religioni pagane, i Santi non pretendono alcun potere sugli uomini, semmai nella loro debolezza mostrano la potenza di Dio che agisce per gli uomini. Il santo non è un brav’uomo coerente con i dieci comandamenti che fa qualche opera buona: ciò ridurrebbe il cristianesimo ad un moralismo e oscurerebbe l’azione di Dio riducendo tutto ad una capacità umana di mettere in pratica il dettato della Legge. Invece il santo stesso è un miracolo della grazia di Dio nel quale il mistero dell’incarnazione continua ad esprimersi “per opera dello Spirito Santo” in coloro che credono in Cristo.

L’altro aspetto confuso è l’idea che la venerazione per i santi e le loro immagini siano un atto idolatrico: l’idolatria identifica il divino con l’immagine, mentre l’immagine dei Santi o di Maria rimanda visivamente ad una realtà che vive altrove: non ci si aspetta dalla statua o dall’icona il miracolo o l’intercessione ma dalla persona santificata dallo Spirito che vive al cospetto di Dio e, come il Cristo, intercede per noi. Si riconosce un nesso vero tra l’esperienza umana del santo e coloro che oggi ne fanno memoria poiché la santità non è mai un fatto individuale ma ecclesiale anzi sociale poiché è dare la vita per Cristo e insieme per gli stessi per i quali lo stesso Signore ha dato la vita. Questo legame è bene espresso non solo nelle lettere di Paolo ma anche nella letteratura giovannea. La festa cristiana, cattolica, con i suoi “umani” eccessi esprime questa affettività, questo riconoscersi appartenenti solidariamente gli uni agli altri e, insieme, a Cristo.

Ci sono aspetti di un senso religioso che va educato, cristificato, ma anche valorizzato con rispetto, poiché dietro c’è la storia di uomini che neanche il Signore ha giudicato ma ha amato, per i quali ha avuto una speciale predilezione; una povertà amata che va ascoltata e guidata, affinché quel bambino, nato nel battesimo, possa diventare consapevolmente adulto. C’è necessità di maggiore catechesi e di un’evangelizzazione che sappia toccare le corde della vita dell’uomo e rendergli affascinante l’annuncio salvifico di Cristo. Convertitevi, catanesi: cioè crescete nella fede lasciandovi innamorare da Cristo, come Agata, che in Lui ha vinto la morte.

Pubblicato da Museo Diocesano Catania su Lunedì 3 febbraio 2020

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