Il frutto della pandemia? Non la paura di morire ma la carità del Risorto nelle comunità

di Don Antonino De Maria

Quella che voglio raccontare è un’esperienza che ha visto coinvolti i giovani della piccola comunità di San Gaetano alle Grotte. Partendo dall’esperienza di bisogno della propria famiglia qualcuno si è imbattuto nell’iniziativa di alcuni venditori ambulanti che, sostenuti dai grossisti del Mercato Agroalimentare di Catania, hanno cominciato a distribuire ortaggi e frutta alle famiglie meno abbienti della città.

Immediatamente ci si è accorti che lo stato di indigenza riguardava molte più famiglie di quelle che si pensavano: la situazione di difficoltà era cresciuta vertiginosamente coinvolgendo anche quelle famiglie che normalmente hanno un reddito su cui contare. Ne nacque una diretta su una pagina di Facebook, Devoti di sant’Agata, e una domanda rivolta a me: che possiamo fare?

Avendo avuto il mio lasciapassare i giovani si sono coinvolti, dapprima, con quella iniziativa e poi se ne sono presi il carico. La Chiesa si trasformava per due giorni in un deposito di frutta, verdura, pasta, olio, zucchero e altri alimenti non deteriorabili che le tasche dei ragazzi avevano acquistato, anche con il sostegno di amici benefattori.

Nonostante la fatica e forti della collaborazione delle forze dell’ordine, la prima esperienza pasquale spinse i giovani ad andare avanti. Erano lieti nella fatica e sconvolti per ciò che incontravano andando a trovare famiglie che attraverso un telefono che squillava giorno e notte chiedevano aiuto. Nacque l’idea di coinvolgere qualche supermercato con l’iniziativa carrello solidale che permetteva a chi volesse di aggiungere alla propria spesa qualcosa per le famiglie povere: molti hanno aderito e andare a recuperare cosa c’era nel carrello accresceva la gioia, nella certezza di ritrovare il sorriso dei bambini e la gratitudine di anziani, di interi nuclei familiari. Ogni sera si svuotava qualcosa e si riempiva il cuore, crescendo in umanità.

Le cose si moltiplicavano, così suggerii di aiutare la Caritas, che nel frattempo aveva ricominciato con i suoi servizi; la locanda del Samaritano; le suore di Madre Teresa o le Vincenziane di  via San Pietro: una geografia della carità che si apriva anche a loro e li faceva accorgere di quanto bene si facesse in questa città. Anche le famiglie della parrocchia, i mauriziani, l’ass. Gammazita. Era la moltiplicazione dei pani e tutto andava condiviso con chi aveva a cuore la stessa voglia di aiutare.

La Chiesa diventava un luogo di ascolto e di accoglienza e la messa domenicale, in streaming, un ulteriore momento di comunione.

Per me vedere e sentire i miei ragazzi raccontare le esperienze, i volti, le gioie e le lacrime era di grande sostegno e di ringraziamento al Signore.

Ora pian piano si torna al lavoro e qualcuno ci ha ringraziato dicendo: adesso non ho più bisogno. Abbiamo continuato ad aiutare alcune famiglie più bisognose ma è il tempo di fermarsi. La Chiesa continua ad essere un luogo di incontro e di accoglienza nel quale Cristo continua a farsi carne e a sfamare il cuore dell’uomo. Ricominceremo aiutando la parrocchia con il Banco Alimentare. Ma soprattutto continueremo a ringraziare il Signore per il dono ricevuto, perché come dice san Paolo, c’è più gioia nel dare che nel ricevere e il Signore ama chi dona con gioia.

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