Reliquie, qual è il loro valore ai nostri giorni? Un “trucco” per rendere sempre vivi i Santi

di Don Antonino De Maria

Nella storia della Chiesa il possedere una reliquia o gran parte del corpo di un martire ha significato, purtroppo, l’autoesaltazione di una Chiesa rispetto ad altre o, addirittura, è stata occasione di acceso confronto, anche all’interno della stessa chiesa.

Questa storpiatura del significato del martirio e della sua relazione con la Chiesa locale, oltre a nefasti avvenimenti intraecclesiali, esprime una ecclesiologia povera, autoreferenziale e fortemente segnata dal mondano atteggiamento identitario. Detto con altre parole, ci si dimentica di essere un’unica chiesa e che il martirio è espressione universale della fede cristiana e non localistica, per quanto incarnata in una data comunità. Per fare un esempio: i martiri di Lione hanno, sì, testimoniato la fede ricevuta in quella comunità e offerto la loro vita in quella comunità locale, tuttavia l’esigenza di raccontare la loro storia e comunicarla a tutte le Chiese sorelle rivendicava l’universalità della loro testimonianza, per l’unità della comunione del Corpo di Cristo ecclesiale.

Né la testimonianza né il corpo del martire appartiene in modo esclusivo alla comunità locale o, addirittura ad una comunità parrocchiale, quasi che solo in quella comunità potesse celebrarsi la memoria del martire o il suo culto. Sono tanti gli elementi teologici, le testimonianze patristiche o liturgiche che suffragano questa convinzione: oltre le lettere di comunione mandate alle comunità o la costruzione di Chiese in luoghi lontani dall’evento martiriale o l’inserimento di martiri, uomini e donne, nella liturgia eucaristica della Chiesa di Roma, ci indicano questa volontà di legare il martirio alla Chiesa universale, unico Corpo di Cristo.

Il luogo in cui sono custodite le reliquie del santo martire

è un luogo privilegiato al quale vengono fisicamente e spiritualmente i credenti, un luogo per certi versi centripeto; ma anche un luogo centrifugo perché re-invia ai luoghi comunitari in cui la fede si educa e cresce e alla quotidianità nella quale il martirio della testimonianza si concretizza.

Un luogo privilegiato ma non esclusivo: sia nelle religioni pagane che nella Scrittura stessa l’esclusività del tempio si confondeva generando una sorta di centro di potere formato dalla casta sacerdotale che lo gestiva. Così i santuari delle sibille potevano arrogarsi il diritto di interpretare il vaticinio della profetessa e segnare le sorti di chi si rivolgeva a lei per comprendere la volontà degli dei. Nell’antico testamento sia Geremia (7, 4; 26, 6)  che Amos (5, 4-17; 7, 10-17)  mostrano questo pericolo, questa autoreferenzialità del tempio e del suo clero rispetto allo stesso Dio e alla sua volontà espressa dal profeta. Ciò che è il luogo del pellegrinaggio, il punto di riferimento e di incontro con il Nome di Dio, rischia di sostituirsi a Dio stesso: così Gesù stesso indica alla samaritana che per quanto importante possa essere il tempio gerosolimitano rispetto al tempio samaritano, il Signore cerca persone che vivano un culto in spirito e verità (Gv 4, 21-24) , un vero culto spirituale, come dice Paolo ai Romani (Rom 12, 1-20) un culto che si esprime nell’offerta quotidiana della vita.

La Chiesa nella sua cattolicità, che si manifesta nella chiesa universale come in ogni chiesa particolare, vive la testimonianza del martire come realizzazione del Vangelo che essa annuncia quotidianamente e che trasforma la vita dei credenti. Il Vangelo è dunque il centro della fede che nasce e cresce a partire dal mistero pasquale, al quale attingiamo nei sacramenti per essere resi conformi a Cristo, come lo è diventato il martire stesso (cfr. Sant’Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani).

due testimonianze patristiche: una agostiniana e l’altra ambrosiana,

Il primo testo è tratto dall’Esposizione sul salmo 93. Agostino sta parlando della giustizia di Dio che precede il giudizio: la norma suprema per giudicare la rettitudine è la volontà di Dio, e Cristo è il modello di chi si conforma alla Sua volontà. Il giusto impara a sopportare l’iniquo e a tollerare i mali, così Cristo, prima di essere il giudice dei vivi e dei morti, è stato giudicato e ha sopportato l’iniquità degli uomini. Anche la Chiesa vive questa condizione:

“E questi cattivi occorre che la Chiesa di Dio li sopporti con pazienza finché Dio vorrà, lasciandosi salutarmente ammaestrare dalla loro stessa cattiveria. Tuttavia il Signore non rigetterà il suo popolo, finché la giustizia non si cambi in giudizio e coloro che la posseggono siano tutti retti di cuore. Chi sono le persone dal cuore retto? Quelli che vogliono ciò che Dio vuole. Egli differisce il castigo del peccatore, e tu vorresti che lo mandasse subito all’inferno. Hai il cuore tortuoso e la volontà perversa, se desideri una cosa contrastante con ciò che vuole Dio. Dio vuole perdonare al malvagio, tu vorresti che non fosse perdonato; Dio è paziente con il peccatore, tu sei intollerante. Come avevo cominciato a dire, tu vuoi una cosa mentre Dio ne vuole un’altra. Muta il tuo cuore e indirizzalo a Dio, poiché anche il Signore fu compassionevole con i deboli. Egli notò che nel suo corpo, cioè nella sua Chiesa, c’erano degli infermi, gente che in un primo momento voleva seguire l’inclinazione della propria volontà, ma poi, accortasi che la volontà di Dio era diversa, raddrizzò se stessa e il proprio cuore abbracciando e seguendo la volontà di Dio. Non pretendere di piegare la volontà di Dio alla tua, ma raddrizza la tua in conformità con la volontà di Dio! La volontà di Dio è come un regolo: se tu, tanto per dire, pieghi questo regolo, su che cosa ti raddrizzerai? E poi la volontà di Dio non si altera: è una riga che non si piega, e poiché questa riga rimane inalterata, hai come correggere e raddrizzare la tua deformità, hai un qualcosa secondo cui raddrizzare ciò che in te vi è di storto. Ma cosa vogliono gli uomini? È poco che abbiano distorto la loro volontà; vogliono anche piegare la volontà di Dio secondo le stravaganze del loro cuore, in modo che Dio faccia ciò che essi vogliono, mentre sono essi che debbono fare ciò che Dio vuole”.

Cristo si è fatto simbolo anche di chi è più debole nella Chiesa, perché anch’essi gli appartengono. Così

“Allo stesso modo come egli sudò sangue per tutto il corpo, perché voleva mostrare che nel suo corpo, cioè nella sua Chiesa, sarebbe stato versato il sangue dei martiri. Il sangue usciva da tutto il corpo del Signore; allo stesso modo la sua Chiesa ha i martiri il cui sangue è stato versato in tutto questo corpo”.[1]

Il testo è chiaro: come Cristo versa il sangue per tutti, per tutto il suo Corpo, così anche i martiri. Ciò è chiaro in un altro testo delle Esposizioni, sul salmo 140, 4:

Signore, ho gridato a te: ascoltami. Son parole che possiamo dire tutti: parole che non dico io ma il Cristo totale. È tuttavia più appropriato ritenerle pronunziate a nome del corpo, poiché [il Capo] anche quand’era qui [in terra] pregò unito alla carne. Pregò il Padre a nome del suo corpo, e accadde che, mentre pregava, da tutto il suo corpo grondavano a terra gocce di sangue. Così è scritto nel Vangelo: Gesù pregò con un’orazione intensa e sudò sangue 19. Cos’è questo versare sangue da tutto il corpo se non le sofferenze sostenute dai martiri in tutta la Chiesa? 

Signore, ho gridato a te: ascoltami. Presta attenzione alla voce della mia supplica, mentre io grido a te. Dicendo: Ho gridato a te, tu pensavi che la faccenda del gridare fosse ormai terminata. Hai gridato, è vero, ma anche adesso non crederti al sicuro. Se fosse terminata la tribolazione, sarebbe finito anche il gridare; ma se la tribolazione della Chiesa e del corpo di Cristo durerà sino alla fine dei tempi, dica non soltanto: Ho gridato a te, ascoltami; ma anche: Presta attenzione alla voce della mia supplica, mentre io grido a te.” Così il sangue dei martiri fa crescere la Chiesa come totalità del Corpo di Cristo.

    Nella lettera 77, alla sorella Marcellina

Ambrogio sintetizza quanto predicò al popolo, dopo il ritrovamento dei Martiri Felice e Nabore:

“Nel considerare l’affluenza così ampia e senza precedenti della vostra assemblea e i doni della grazia divina che rifulsero nei santi martiri, mi giudicavo impari – lo confesso – a questo compito, e ritenevo che fosse impossibile per me illustrare esaurientemente con le parole un prodigio che a stento possiamo comprendere con la mente e percepire con le parole. Ma non appena si è cominciato a leggere il testo delle Sacre Scritture, lo Spirito Santo, che ha parlato per bocca dei profeti, mi ha concesso di esporre qualche concetto degno di un’assemblea così numerosa, della vostra attesa e dei meriti dei santi martiri… Ti ringrazio, Signore Gesù, perché hai suscitato per noi gli spiriti così potenti di questi santi martiri, in un momento in cui la tua Chiesa sente il bisogno di più efficace protezione. Sappiano tutti quali difensori io cerco, capaci di proteggermi ma incapaci di offendere. Tali difensori io desidero, tali soldati ho con me; non soldati del mondo, ma soldati di Cristo. Per tali difensori non temo alcun risentimento, perché quanto la loro protezione è più potente tanto è più sicura. Voglio che essi difendano anche quelli che me li invidiano. Vengano, dunque, e vedano le mie guardie del corpo: da tali armi non rifiuto di essere circondato… Queste vittime trionfali si avanzano verso il luogo dove Cristo è offerta sacrificale. Ma egli, che è morto per tutti, sta sull’altare; questi, che sono stati riscattati dalla sua passione, staranno sotto l’altare. Questo posto avevo scelto per me, aveva rivelato al popolo il giorno prima nell’omelia, perché è giusto che un vescovo riposi dove era solito offrire il sacrificio; ma a queste vittime sacre cedo la parte destra: questo luogo era dovuto ai martiri”.

Per Ambrogio il luogo più adatto per la deposizione delle reliquie dei martiri appena ritrovate è sotto l’altare, cioè sotto il luogo in cui si rende presente il sacrificio di Cristo nell’eucarestia. Interessante è il fatto che Ambrogio avesse scelto lo stesso luogo per la sua sepoltura: ciò indica che il senso del martirio come del ministero episcopale non può essere altro che espressione del mistero pasquale che si perpetua nel mistero eucaristico e nella Chiesa, corpo di Cristo.

Queste brevi testimonianze ci aiutano a comprendere il senso del martirio e della custodia del corpo del martire che, tuttavia, attende anch’esso, insieme ad ogni credente la resurrezione dei morti. Siamo chiamati a vivere camminando e pregustando i doni della grazia di Dio, verso la pienezza della vita: quella che, non già ne pregusta gli effetti, ma che ne vive pienamente. 


[1] Enarrat. In psalmos 93, 18-19

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