Inchieste in Vaticano parte II: siamo di fronte a una Chiesa malata o ad una Chiesa ospedale?

di Don Antonino De Maria

Ritorno sui pensieri espressi nell’articolo precedente che non voleva essere un j’accuse ma il desiderio di uscire da un pantano nel quale, spesso, restiamo invischiati, nel fango delle chiacchiere, del rimescolare il fango gettandoselo l’uno contro l’altro. Non serve accusarsi a vicenda ed è un peccato grave che sporca ancora una volta la testimonianza e il volto della Chiesa del Signore, nelle piccole comunità come nelle grandi Chiese particolari. Occorre aprire una finestra per respirare aria nuova e guardare oltre le strette mura del cortile ecclesiastico e, forse, anche mondano. Uno sguardo positivo che spinga alla commozione, al ravvedimento, alla domanda di perdono, di rinnovamento della vita. Questa spinta ci viene da Papa Francesco benché risuoni da tempi lontani, soffocata dallo scalpitare mediatico dei maestri del dissenso o, per meglio dire, del disprezzo. Energici conduttori che all’interno della Chiesa si fanno paladini del mormorio di chi al posto di Cristo ha messo il proprio ventre come scriveva Paolo. Nonostante la morte di alcuni di questi maestri ancora dobbiamo sopportare l’invadenza mediatica di finti teologi ( forse che teologo non è colui che scruta con gli occhi dello Spirito il mistero di Dio e del suo agire tra gli uomini?); l’agitazione di Chiese che vedendo scemare il numero dei contribuenti che reggeva il loro mastodontico apparato cerca vie di marketing per accaparrarsi nuovi adepti, magari cedendo su alcune “mondanamente controverse” problematiche morali, adducendo cambiamenti antropologici che giustificherebbero il cambio di posizioni morali frutto di leggende esegeticamente ormai smontate; ancora, anche la nostra mediocrità nel vivere la fede, nel farci trasfigurare dal Risorto, alla quale segue una sbiadita e politicamente corretta testimonianza che riduce la Chiesa ad una agenzia caritativa tra le altre e della quale, visto il bisogno, non si può, per il momento, fare a meno.

La Chiesa si rinnova se riconosce i propri peccati e rinasce dallo Spirito: saranno i Santi del terzo millennio a generare ancora nello Spirito. Cerchiamo lo Spirito come mendicanti di Colui che dà la vita.

Mi ritornano alla mente parole pronunciate dal Card. Ratzinger quel Venerdì Santo del 2005 che fecero scalpore. Ritorniamo a quelle parole per comprendere e sostenere questo pontificato, l’oggi di Dio e pregare il Signore che ci converta.

“Che cosa può dirci la terza caduta di Gesù sotto il peso della croce? Forse ci fa pensare alla caduta dell’uomo in generale, all’allontanamento di molti da Cristo, alla deriva verso un secolarismo senza Dio. Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute! Tutto ciò è presente nella sua passione. Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Kyrie, eleison – Signore, salvaci (cfr. Mt 8, 25).”

Queste parole indicano una via che dall’esame di coscienza porta alla domanda di perdono perché la Gioia del Vangelo ritorni a sgorgare nel nostro volto di cristiani come suggerisce papa Francesco e diventi fonte di una rinnovata fraternità all’interno della Chiesa e nei confronti di ogni uomo, secondo quanto, almeno due volte nelle sue lettere, ripeteva Paolo: Non c’è più né uomo né donna, né schiavo né libero, né giudeo né greco, ma tutti siamo uno in Cristo Gesù. Tutti: a partire da coloro che l’hanno incontrato e hanno creduto in Lui, fino all’ultimo bambino della Terra che ancora non lo conosce. Uno: in Colui che si è fatto uomo poiché ogni uomo viene da Lui e ha bisogno della sua salvezza.

A quelle parole si aggiunse una preghiera che, credo, sia ancora attuale:

“Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa: anche all’interno di essa, Adamo cade sempre di nuovo. Con la nostra caduta ti trasciniamo a terra, e Satana se la ride, perché spera che non riuscirai più a rialzarti da quella caduta; spera che tu, essendo stato trascinato nella caduta della tua Chiesa, rimarrai per terra sconfitto. Tu, però, ti rialzerai. Ti sei rialzato, sei risorto e puoi rialzare anche noi. Salva e santifica la tua Chiesa. Salva e santifica tutti noi.” Amen.

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