Chiamati a portare la Croce ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare

di Don Antonino De Maria

Espressioni come questa del titolo evidenziano una forma di scetticismo che nasce dalla contrapposizione valoristica tra il dire e l’agire: il dire non vale niente senza l’agire e tuttavia è quasi un sogno che al dire corrisponda l’agire.

Questo scetticismo di fondo, chiamerei scetticismo valoriale, vive in ogni contrapposizione come impossibilità del superamento e dichiarazione di valore che chiede di prendere posizione, di decidere da che parte stare. Qualunque sia la parte che scelgo, quella, inevitabilmente è quella giusta, l’altra quella sbagliata. Ho sentito dire che in una manifestazione a favore del ddl Zan c’era un cartello che recitava: O con me, o contro Beyoncé. Cioè se stai dalla mia parte stai con Beyoncé. Chi c’è dalla tua parte? Veramente la parte di Beyoncé è la migliore? Quale giudizio di merito stai dando? Dove c’è Beyoncé è la parte giusta. Questo stile, però, non è estraneo a certa religiosità, la quale non si chiede perché una cosa è vera o falsa ma decide in base alla propria scelta: dove sto io è quella giusta.

Quanto manicheismo c’è in tutto questo? Il manicheismo divideva la realtà secondo due sostanze, quella del bene e quella del male, in eterno conflitto. Due assoluti che non possono non contrapporsi: tertium non datur.

Ma Dio da che parte sta? È il tema del vangelo delle beatitudini, Matteo 5, 43-48:

“ Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.  Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?  E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?  Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.”

Qui le contrapposizioni sono molte: prossimo e nemico, per esempio. Ma chi è il mio prossimo e chi è il mio nemico? Giusti e ingiusti, per esempio. Ma chi decide quando uno sia giusto o ingiusto? La legge? Ma allora perché anche i pubblicani (gli ingiusti) amano allo stesso modo dei giusti, cioè amano coloro che li amano? Il prossimo è forse colui che ti sarà grato: allora, amerai solo chi ti sarà grato?

Ma Dio da che parte sta? Dalla parte dei giusti e degli ingiusti, cioè dalla parte dell’uomo. Alla radice ci sono uomini amati da Dio non uomini giusti, in assoluto, né uomini ingiusti in assoluto. E il superamento della contrapposizione è la riconciliazione che ti fa ritrovare il fratello perduto, non vincere una battaglia, una guerra. Il vero nemico è l’odio che divide e Dio ama: sennò a che è servita la Croce? Essa testimonierebbe la vittoria dell’Ingiusto contro il Giusto Innocente. Invece il Giusto Innocente ha tanto amato l’Ingiusto perché l’Ingiusto ritrovasse la ragione della riconciliazione, della verità di sé che è la fraternità, il fratello perduto, l’Abele ucciso per gelosia, per uno scatto d’ira. Dio non fa preferenze tra Abele e Caino: apre per Caino una via nuova, dove ritroverà Abele, nella pace.

Siamo chiamati a portare la Croce, perseguitati ma non abbandonati: non per compiacere noi stessi ma per essere perfetti come il Padre e non perdere più il fratello che era morto ed è tornato in vita (Lc 15, 32).

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