Messaggio dalla “clausura” di Biancavilla: «Come sono…”finita in carcere”…»

di Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

Oggi voglio raccontarvi come, circa un anno fa, sono “finita in carcere”. Proprio così. Non era nei miei programmi, ma è stata una delle cose che più mi ha reso felice nella vita e spero proprio di non uscirne mai più. Vi racconto come è successo…

“L’amore di Cristo ci spinge” (2Cor 5,14). Come si concretizza questa Parola per una monaca di clausura che vive reclusa fra quattro mura? Voglio raccontarvi umilmente e confidenzialmente, solo un’esperienza di ciò che lo Spirito Santo, dotato di infinita creatività nell’Amore, può suscitare nel cuore di una Claustrale.

Alcuni mesi fa, mentre pregavo, ho sentito molto forte l’ispirazione o, se preferite, l’ardente desiderio di “entrare in Carcere” per far conoscere l’Amore di Cristo a tanti nostri Fratelli e Sorelle che forse nella loro vita non hanno fatto esperienza alcuna di amore.

CIÒ CHE CI RENDE VERAMENTE LIBERI E FELICI È L’AMORE

Viceversa tutto ciò che non viene dall’amore e non porta all’amore: questo ci rende schiavi.

Spesso dietro ogni atto di violenza e di aggressività, ci sono altri atti di violenza e di aggressività che abbiamo subìto noi in prima persona. Così si innesca un circolo vizioso che si allarga sempre di più se non viene fermato da atti contrari di perdono, di amore, di mitezza, di non restituzione delle offese ricevute, ecc…

Essendo una monaca di clausura, il mio modo di entrare in Carcere non sarebbe stato quello di andarvi fisicamente ma, oltre che con la preghiera e l’offerta della vita, il Signore mi ha ispirato di raggiungere i Detenuti attraverso lo scritto e il canto, che avrei fatto pervenire loro, con frequenza bimestrale, per mezzo del Cappellano del Carcere.

Senza fare alcuna pressione per essere esaudita, ho sottoposto questa ispirazione ai miei Superiori i quali, con gioia, mi hanno dato il permesso di agire. Anche l’Arcivescovo e, in seguito il Santo Padre, Papa Francesco, mi hanno dato la loro benedizione per quest’umile opera.

Inizialmente pensavo solo al Carcere di Piazza Lanza di Catania, ma in brevissimo tempo il Signore ha permesso che fossero coinvolte prima le tre Carceri di Catania e quello di Agrigento, poi tutte le Carceri di Sicilia e infine tutte le Carceri d’Italia.

IL MIO DESIDERIO È QUELLO DI PORTARE “UN RAGGIO DI SOLE OLTRE LE GRATE”

e di aiutare questi Fratelli ad uscire dalla spirale del male. Spesso la situazione di sofferenza che vivono crea il terreno adatto per accogliere una parola che, con affetto sincero, si rivolge al loro cuore.

        Attualmente sono diversi i Fratelli Carcerati che mi scrivono aprendo il loro animo.

Sono consapevole del fatto che lo scritto, come pure il canto, sono dei mezzi molto umili che certamente vanno fecondati con la preghiera e l’offerta.

Da circa trent’anni, uno dei tanti servizi che svolgo in Fraternità e che mi piace particolarmente è quello di infermiera; ed è proprio quando servo le mie Sorelle anziane, per esempio, facendone un’offerta d’amore, che il pensiero vola ai Carcerati, agli ammalati, come pure alle tante persone che ogni giorno chiedono di essere sostenute nelle fatiche e nelle prove della vita.

Anche se spesso prego per persone che non conosco personalmente, nulla mi impedisce di dire sinceramente che le amo in Cristo e che le voglio assolutamente accanto a me in Paradiso, dove spero di giungere un giorno, unicamente per la Misericordia di Dio, non perché lo merito, ma perché lo desidero ardentemente.

È vero lo Spirito Santo dona al nostro cuore la Pace di Cristo, ma non ci lascia in pace, cioè non ci lascia in un quieto vivere, al contrario ci mette nel cuore come un fuoco che divampa e che non può essere contenuto.

Il desiderio del mio Sposo: la salvezza delle anime, non può che essere anche il mio.

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