Papa Francesco e la liturgia preconciliare, ovvero la fine della ricreazione

di Don Carmelo Signorello

In piena estate, finalmente il nuovo Motu proprio di papa Francesco Traditionis custodes (TC) sull’uso della liturgia preconciliare è stato come il fischio di fine gioco verso una parte del cattolicesimo segnata da ciò che la stessa considera una «questione liturgica», che tuttavia ha naturalmente rilevanza anche di ordine ecclesiologico e dottrinale.

A livello ecclesiologico, TC mette fine alla situazione eccezionale creata dai due Motu proprio precedenti Ecclesia Dei di Giovanni Paolo II e soprattutto il Summorum pontificum (SP) di Benedetto XVI, il quale in particolare aveva spostato significativamente dai vescovi ai parroci gli adattamenti della liturgia riconosciuti dalla Sacrosanctum concilium. Ai parroci infatti era stata data la facoltà di decidere se proporre una messa secondo quella che era poi diventata la forma straordinaria dell’unico Rito Romano, se però potevano giustificarne la richiesta da parte di un gruppo stabile. TC ha messo fine alla situazione di eccezione, sia a livello delle Chiese locali ristabilendo i vescovi nelle loro prerogative, sia a quello della Sede Apostolica abolendo la procedura Ecclesia Dei. Pertanto l’uso della liturgia preconciliare è infine rientrato nel diritto comune della disciplina liturgica della Chiesa.

Ora — verità lapalissiana che aveva subito un grave vulnus…— affermando l’esistenza di una sola espressione della lex orandi del Rito Romano, quella contenuta nei libri liturgici riformati promulgati da Paolo VI e da Giovanni Paolo II, l’art. 1 di TC ha un autentico valore dottrinale. Mettendo fine alla distinzione tra forma ordinaria e straordinaria dell’unico Rito Romano, espressioni introdotte da SP ormai non più utilizzabili, TC non permette che il vetus ordo (VO) — passi questa definizione —  e il novus ordo (NO) siano trattati alla pari. In realtà l’espressione «Messa tradizionale» non può essere applicata al VO, come spesso si è fatto abusivamente, poiché è il NO, la Messa di Paolo VI, l’espressione della tradizione viva della Chiesa, promulgata da un atto solenne del magistero petrino su decisione di un concilio ecumenico! Ed è esattamente a partire da qui che erano sorte le forti perplessità di quanti come me hanno vissuto direttamente la stagione dell’ultimo grande Concilio, specialmente la straordinaria effervescenza suscitata dalla Riforma liturgica. Dopo il dischiudersi dei nuovi orizzonti frutto della Sacrosanctum concilium — e non solo — i provvedimenti postconciliari sopra citati infatti sono sempre rimasti un atto incomprensibile, pur riconoscendogli il tentativo di mantenere nella comunione cattolica i fratelli rimasti morbosamente attaccati al VO. Ma gli esiti, conclude Francesco, sono stati addirittura chiaramente dannosi. Così per dirimere l’increscioso malinteso c’è voluto infine tutto il coraggio di questo Papa, con buona pace dei cultori del VO, che com’era prevedibile sono passati subito all’offensiva…

Francesco nella lettera di accompagnamento di TC giustamente denuncia «un uso strumentale del Missale Romanum del 1962», interpretato come un rifiuto del Concilio almeno per quanto riguarda la Riforma liturgica. Così il Papa, considerando seriamente il vissuto di coloro che praticano i due ordinamenti, ha ribadito ciò che le quattro grandi Costituzioni del Vaticano II avevano solennemente sancito: la liturgia manifesta e determina naturalmente una relazione con la Chiesa e il Mistero che le è proprio. Ecco il motivo che rendeva ormai insostenibile la compresenza palesemente discordante tra la liturgia anteconciliare e la teologia — in particolare l’ecclesiologia — di fatto già tutta intrisa di categorie del Vaticano II.

Infine, TC prende posizione anche su una delle vie per risolvere la crisi liturgica aperta da Benedetto XVI, ovvero il famoso arricchimento reciproco tra le due forme dell’unico rito latino, e la prospettiva di una via d’uscita dalla crisi attraverso una sorta di convergenza con il graduale emergere di una via media... Poiché c’è solo un’espressione della lex orandi del Rito Romano, i «bricolages rituali» che tentano di dar voce ai «silenzi rubricali» del NO con riti o pratiche «ereditate» dal VO, hanno arrecato danno alla coerenza peculiare di ciascun atto celebrativo, non rispondendo al tempo stesso alle esigenze di contenuto e di regolamentazione dell’arricchimento precisate da Benedetto XVI in SP. Sotto questo profilo quindi i «fai da te» rituali meritavano lo stesso rigore dei ben noti abusi postconciliari, a suo tempo legittimamente e abbondantemente denunciati.

Traditionis Custodes ha dunque ricollocato al suo giusto posto la sedicente questione liturgica! Evidentemente questo Motu proprio non ha dichiarato la vittoria di un campo sull’altro, ma piuttosto invitato a orientare sguardo ed energie verso orizzonti più ampi, più aperti, più ossigenati. Ciò che particolarmente in questo periodo di diffuse patologie polmonari fa piuttosto bene!

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