Messa Crismale, Mons. Luigi Renna ai presbiteri: “Consacrati per essere un popolo messianico”

In una Cattedrale colma all’inverosimile l’Arcivescovo Mons. Luigi Renna celebra la sua prima Messa Crismale nell’Arcidiocesi di Catania. I Presbiteri si sono raccolti numerosi attorno all’Arcivescovo, insediatosi solo da qualche mese, per rinnovare le promesse fatte il giorno dell’Ordinazione sacerdotale. L’olio, che da tradizione ogni anno viene offerto da una parrocchia diversa, è stato donato dal Giardino della Memoria di Capaci direttamente dalla vedova dell’agente di scorta del giudice Falcone, Tina Montanari e portato dalla Polizia di Stato, ed inoltre dalla comunità ecclesiale di Santa Maria di Licodia, e dalla Confraternita Santa Caterina di Paternò. Hanno concelebrato l’Arcivescovo emerito Mons. Salvatore Gristina e l’Abate Ildebrando Scicolone. Il saluto della Diocesi è stato pronunciato dal Vicario Generale, Mons. Salvatore Genchi. Di seguito il teso dell’omelia:

Eccellenza carissima,

carissimo popolo di Dio della Chiesa di Catania,

con non poca trepidazione ed emozione presiedo la Messa Crismale, quella che la liturgia definisce “quasi epifania della Chiesa” e che si svolge nel “clima di una vera festa del sacerdozio ministeriale all’interno di tutto il popolo sacerdotale e orienta l’attenzione verso il Cristo”. Saluto te, caro Arcivescovo Salvatore, che sei entrato in una stagione nuova della tua paternità episcopale, in cui alla memoria grata per i benefici che il Signore ha compiuto, unisci la preghiera di intercessione per me e per tutta la Chiesa diocesana. Saluto voi, cari presbiteri, chiamati in questa celebrazione a rinnovare le promesse sacerdotali con un’adesione gioiosa e desiderosa di vivere il vostro ministero nel nostro tempo: ci siamo preparati insieme, nel ritiro spirituale, a questo momento, e abbiamo imparato dalla Parola che il Signore ci chiama a vivere ora più che mai un ministero di consolazione e ad avere “viscere di misericordia” per la condizione della nostra gente. Voglio ricordare con voi quei fratelli presbiteri che sono impediti a partecipare a questa celebrazione per motivi di salute: li abbracciamo con la nostra preghiera e li sosteniamo nell’offerta di un “eccomi” forse più faticoso, ma non meno gradito al Signore.

Vorrei che quest’oggi, dal cuore di tutto il popolo di Dio, vi si rivolga un grazie per la vostra vocazione, perché avete messo la vostra vita nelle mani di Dio e della Chiesa, accogliendo il dono di servire e di conformarvi a Cristo Buon Pastore. Saluto voi, cari diaconi, cari religiosi e religiose, cari fedeli laici: tutti nella Notte di Pasqua rinnoveremo le promesse battesimali, dopo aver celebrato la Passione e la Morte del Signore. Oggi nella consacrazione del Crisma e nella benedizione dell’olio dei Catecumeni, noi torneremo all’unica sorgente della nostra vocazione, perché tutti siamo stati unti per un unico sacerdozio regale e profetico; e se lo Spirito ha consacrato alcuni di noi per il sacerdozio ministeriale e per l’episcopato, è perché fossimo configurati a Colui che è venuto per servire e non per essere servito.

E’ un tempo stupendo nella vita della comunità ecclesiale, quello che stiamo vivendo, perché il cammino sinodale della nostra Chiesa di Catania, in comunione con tutte le Chiese che sono in Italia, ci sta donando una nuova consapevolezza del nostro essere popolo di Dio. Abbiamo ascoltato varie volte l’espressione di San Giovanni Crisostomo, che Chiesa e sinodo sono sinonimi, e l’ esperienza di questa verità è un processo personale e comunitario che possiamo comprendere come un “riappropriarci” della nostra identità. L’abbiamo smarrita quando siamo incorsi in quelle che papa Francesco ci ha indicato come le nuove eresie del nostro tempo: il neo-pelagianesimo e il neo-gnosticimo.

Nella Evangelii gaudium il papa ci ha messi in guardia da questi modi di credere e di essere Chiesa che possono condizionare negativamente la nostra vocazione e bloccare la nostra missione: “… il fascino dello gnosticismo, una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti.

L’altro è il neopelagianesimo autoreferenziale e prometeico di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato. È una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare (…), dove invece di evangelizzare si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare. In entrambi i casi, né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente.” (EG 93). Né Gesù Cristo, né gli altri interessano veramente… È terribile questa conclusione: è l’antimissione, perché l’annuncio di Cristo non interessa più: come se quegli oli che noi consacreremo e benediremo fossero destinati a rimanere chiusi nelle loro ampolle o, peggio ancora, quasi barattati in  un giorno di festa in cui non ci in interessa più se una persona è stata conquistata da Gesù Cristo, e quando se ne è andata, non la cerchiamo come il Pastore avrebbe cercato la pecorella smarrita.

 Il cammino sinodale che abbiamo intrapreso non è una esercitazione di ascolto fine a se stesso, ma è l’inizio di un percorso in cui, come i Vescovi ci hanno detto nel Messaggio ai ministri ordinati e agli operatori pastorali, vuole invitarci a collocare “le iniziative e i progetti là dove devono stare, cioè al livello della risposta”. E aggiungiamo: al livello della risposta alla voce dello Spirito, alla missione del Cristo di Dio che fa di noi un popolo messianico. In questa celebrazione della Messa del Crisma, la Parola di Dio illumina in modo particolare il cammino sinodale.

Nel Vangelo, nel quale in maniera singolare riascoltiamo l’annuncio del Messia proclamato nella profezia di Isaia, sono protagonisti lo Spirito e il Figlio di Dio. Il padre della Chiesa Ireneo affermava che le due mani del Padre sono il Figlio e lo Spirito: sono Loro che plasmano la vita della Chiesa e noi vogliamo essere come morbida argilla che tra queste Mani prende forma sul tornio della storia. Gesù entra nella sinagoga di Nazareth nei giorni in cui, con la potenza dello Spirito, dopo la vittoria sulle tentazioni nel deserto, percorre le strade della Galilea.

Il Cristo nel deserto ha già detto il suo “no” a Satana, rifiutando di essere un Messia che si fa seguire da folle che tiene unite a sé sfamandole di pane, soggiogandole con il potere mondano, ammaliandole con i suoi prodigi. Ha indicato anche a noi, all’inizio della quaresima, che quella strada non è né la sua, né quella dei suoi discepoli. Rifiuta tutto questo, ma annuncia l’antica profezia di Isaia, che aveva fatto sognare i poveri e gli esuli, e aveva alimentato la speranza dell’arrivo di un Unto del Signore. Proclamando il testo profetico, Gesù Cristo omette una espressione: “il giorno di vendetta del nostro Dio”. Nella logica del Cristo, parole come vendetta, aggettivi come nemico, oggetti come una spada, sono messi al bando, perché tutto in Lui e per Lui è pace e riconciliazione. Lo Spirito del Signore è sul Messia e vi rimane per sempre perché porti l’annuncio ai poveri, liberi i prigionieri, ridoni la vista ai ciechi, liberi gli oppressi, proclami un giubileo che non avrà più fine. Dopo aver letto la profezia, Gesù cominciò a dire loro: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura”.

Da allora non ha più finito di proclamare quello che annunciò a Nazareth, perché quell’Oggi continua  ancora adesso,  e quando nella Veglia di Pasqua, nella benedizione del cero noi incideremo le cifre di quest’anno 2022, non faremo altro che proclamare che “oggi si è adempiuta la profezia del Messia” e che essa giungerà a compimento nella Pasqua eterna. Cari fratelli e sorelle, nella sinagoga di Nazareth Cristo ha annunciato la sua missione, ma anche la nostra missione ecclesiale, e poi ci ha introdotti ad essa con le beatitudini, con le parabole del Regno, con i segni e prodigi sui ciechi, i lebbrosi, gli storpi e gli indemoniati. Ha inaugurato il tempo del Messia e dal suo Costato, dal quale sono scaturiti sangue ed acqua, ha dato a questo popolo i Segni santi ed efficaci del suo Amore; alitando sugli Undici la sera di Pasqua, e inviando lo Spirito a Pentecoste, ha dato al suo popolo il suo stesso Spirito. Cosa sono gli Oli santi se non il segno di una missione che profuma il mondo della stessa fragranza del Messia, o che lo prepara- l’olio dei catecumeni- a lottare perché esso rimanga inalterato? O che lenisca le membra fragili dell’umanità? Sono gli oli del popolo messianico! E oggi vorremmo che lenissero le piaghe dei popoli feriti dalla guerra, o dessero a chi è  vittima della logica della sopraffazione, la forza di svincolarsi dal potere di satana, principe di tutte le guerre. Vorremmo che il crisma della pace profumasse di affetto le stanze dei tanti bambini soli, che con le loro nonne e mamme attendono nelle nostre città albe di pace.

Come ci accorgeremo che questo Spirito sta agendo nella nostra vita? Quando avremo gli stessi sentimenti di Cristo, quelli che nella Messa della cena del Signore saranno ripresentati nel rito della lavanda dei piedi, ma che saranno di ogni battezzato nella misura in cui faremo nostra la compassione di Cristo, le sue viscere di misericordia. Quell’olio scenda per le nostre vesti, come nel Salmo, e si fermi al nostro cuore  alle nostre viscere, perché come il samaritano ci lasciamo muovere nell’intimo; perché come il padre misericordioso sappiamo commuoverci per i fratelli impigliati nella rete del peccato; come il Cristo sappiamo fermarci davanti alla folle smarrite come pecore senza pastore e, tralasciando stanchezza e delusioni, ricominciamo sempre ad insegnare. Ci faccia indignare davanti alle ingiustizie e unito al coraggio, ci faccia donare speranza a chi è stato schiacciato dalle strutture di peccato della corruzione politica e dell’agire malavitoso. Un popolo messianico è un popolo consacrato perché abbia le stesse viscere di misericordia del Messia!

 Coraggio, popolo regale, sacerdotale e profetico di Catania, popolo dei consacrati nel battesimo; coraggio ministri ordinati di questo popolo: lasciamo che lo Spirito apra i nostri orecchi, perché sappiano ascoltare l’altro e persino i gemiti di chi non sa esprimersi. Tocchi le nostre viscere, perché sappiano commuoversi come quelle del Messia davanti alle folle. Guidi i nostri passi e li faccia uscire dall’isolamento di vie solitarie, nelle quali si rimane sempre vittime di qualche male, ma ci faccia camminare uniti come popolo che attraversa il deserto, passa il Mar Rosso delle difficoltà, abita la terra con la sua missione e la trasforma con le beatitudini. Che colei che Maria di Nazareth, ci dia la nota del Magnificat, il cantico nuovo della liberazione, perché possiamo anche noi unirci al suo inno di lode a Colui che ha guardato all’umiltà dei suoi servi e ha fatto in loro grandi cose.

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