Giovedì Santo: l’Arcivescovo lava i piedi a famiglie ucraine, poveri e volontari della Caritas

L’Arcivescovo ha celebrato all’interno della Cattedrale la sua prima Messa in Coena Domini a Catania, in questa occasione ha lavato i piedi ad alcune realtà rappresentative dell’Arcidiocesi. In una celebrazione particolarmente partecipata, Mons. Renna, ha ripetuto il rito sempre commovente della Lavanda dei piedi, gesto fatto da Gesù dopo l’ultima cena. Ad essere coinvolte sono state dodici persone suddivise in gruppi di quattro, provenienti dalle seguenti realtà: Alcuni rappresentanti delle famiglie ucraine ospitate a Catania, dei rappresentanti della Caritas diocesana e alcuni senza fissa dimora della città.

A seguire le parole dell’Arcivescovo pronunciate durante l’omelia:

Carissimi fratelli e sorelle,

durante la Messa del Crisma abbiamo celebrato il Signore Gesù che inaugura i tempi messianici, e continua a proclamare: “Oggi si è adempiuta la Scrittura”: il Messia continua ad operare in mezzo a noi con la forza dello Spirito e fa di noi un popolo messianico. Perciò siamo unti con l’olio dei catecumeni, affinché sfuggiamo alla presa di satana come il Cristo, vincitore nel deserto e sulla croce; veniamo consacrati con il crisma di salvezza per annunciare il Regno di Dio ed essere sacerdoti, re e profeti; leniamo le ferite dei nostri fratelli che sono nel dolore con l’olio degli infermi.

 Ora, nella Messa nella Cena del Signore, entriamo nel Triduo santo di Passione, Morte e Risurrezione del Signore: Abbiamo cantato il Gloria, le vesti liturgiche sono bianche, perché oggi celebriamo il Cristo che, prima di salire al Padre, consegna due doni nei quali si rende presente per sempre nella Sua Chiesa e che sono allo stesso tempo i segni che il tempo del Messia è iniziato e la nostra stessa esistenza ne è testimonianza.

Le parole con le quali l’evangelista Giovanni inizia la narrazione della cena pasquale di Gesù  con i suoi è solenne. E’ come se Giovanni ci facesse contemplare questa scena solenne dall’alto, “dal punto di vista di Dio”. Gesù ama i suoi sino alla fine e quella parola “fine” (telos) non indica tanto il punto d’arrivo temporale, ma il vertice del suo amore, oltre il quale Gesù non avrebbe avuto altro da darci e da dirci. L’autore sacro continua dicendoci che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, cioè gli aveva dato tutta la libertà di agire, e che il Figlio di Dio era consapevole che stava tornando al Padre Suo: è un momento nel quale egli deve lasciare un segno, un testamento. Cosa fa di questo potere e di questa libertà il Messia? Si alza da tavola, depone le vesti, lava i piedi ad uno ad uno ai suoi discepoli, compie cioè il gesto che poteva sembrare il più assurdo, perché era proprio degli schiavi, di coloro che all’ingresso della casa rinfrescavano i piedi impolverati degli invitati e forse erano tra i servi meno abili per altri servizi.

Cristo, lavando i piedi ai suoi, sceglie l’ultimo posto. Se noi dicessimo che questo è un gesto di umiltà diremmo ancora troppo poco: è un gesto profetico e messianico, tanto da suscitare la disapprovazione di chi dal Messia e dal suo rabbi si aspettava altro. Nella sua schietta sincerità, infatti, Simon Pietro non accetta che Gesù Cristo gli lavi mai i piedi: è la resistenza quasi inconscia di chi sa che se Dio si comporta così, sconvolge la sua idea di salvezza, la sua concezione dell’Altissimo, la sua visione di sequela. Sì, Gesù la sconvolge totalmente, perché il Messia compie un gesto profetico: salvarsi non significa separarsi ritualmente da tutto ciò che è impuro, ma sporcarsi le mani per lavare e sanare le impurità dell’umanità; il Dio che annuncia il Messia viene a liberare i prigionieri, a proclamare l’anno di grazia del Signore andando alla ricerca di chi si trova in una condizione di schiavitù; seguire il Maestro non significherà sgomitare per stare alla sua destra o alla sua sinistra, ma chinarsi a servire come lui. In poche parole “cingere il grembiule”. In una felicissima espressione, il servo di Dio don Tonino Bello, ha affermato che il primo abito liturgico che Gesù ha indossato è stato il grembiule del servo e che ogni stola, in fondo, è ritagliata sul quella tela grezza con la quale il Cristo ha asciugato i piedi sporchi dei suoi apostoli, anche quelli di Giuda. E noi questa sera vogliamo dire ai nostri presbiteri: voi che siete “nati nel cenacolo” con l’Eucarestia, con la lavanda dei piedi, possiate essere i servi gioiosi del popolo di Dio, insieme al Signore. La vostra gioia consista tutta  nel servire come Lui. Ma ciascuno di noi, battezzato, oggi non può esimersi dal dire: quel gesto profetico che Gesù ha compiuto riguarda anche me: battezzato, religiosa, religioso. Riguarda anche me che sono dirigente d’azienda o commesso in un negozio, che lavoro alla pescheria o in magistratura, che ho il camice bianco del medico o la tuta dell’operatore ecologico. Tutti siamo figli del gesto profetico del Messia, che vuole che la nostra esistenza profetica sia quella di servi, quella di chi in maniera disinteressata dice: “Sono un servo inutile”. Di chi non aspetta che gli altri lo preghino, né tanto meno che considerino un privilegio il suo servizio, ma semplicemente che è quanto è dovuto da chi è stato battezzato ed unto con il Crisma di questo Messia che è venuto per servire. Ma se poi qualche cristiano, per un suo servigio richiede compensi spropositati o mazzette di denaro, nei suoi modi di fare non appartiene più a chi è venuto per dare gratuitamente, il Signore Gesù. Oggi il Cristo ci consegna il grembiule non come un accessorio naif del nostro repertorio di cristiani, ma come il gesto messianico di cui ci sarà bisogno sempre e che faceva dire ad una mistica francese contemporanea, Madleine Delbrel: “Se dovessi scegliere una reliquia della tua Passione prenderei proprio quel catino colmo d’acqua sporca. Girare il mondo con quel recipiente e ad ogni piede cingermi dell’asciugatoio e curvarmi giù in basso, non alzando mai la testa oltre il polpaccio per non distinguere i nemici dagli amici e lavare i piedi del vagabondo, dell’ateo, del drogato, del carcerato, dell’omicida, di chi non mi saluta più, di quel compagno per cui non prego mai, in silenzio, finché tutti abbiano capito nel mio il tuo Amore. Oggi compio un gesto che in me compie tutta la comunità cristiana, quello del servizio: lavare i piedi ad alcuni di noi che hanno bisogno, non scelti fra coloro che stanno bene e i cui piedi hanno poco camminato. Laverò i piedi di chi è disoccupato o sta perdendo il lavoro, di chi è immigrato, del bambino e della nonna fuggiti dalla guerra, del giovane e dell’anziano, perché ovunque c’è un uomo o una donna i cui piedi sono gonfi dal molto vagare, lì la Chiesa è chiamata a chinarsi. E lo fa perché Gesù l’ha preceduta quella sera nel cenacolo!

Ma poi Gesù compie un altro gesto. Non lo narra questa sera il quarto evangelista, ma san Paolo, un apostolo che non era quella sera nella stanza superiore dove Gesù visse la cena ultima con i suoi; ma è un apostolo che sa che non si può annunciare Gesù al mondo, senza allo stesso tempo “consegnare” questo gesto che rivela la salvezza realizzata dal Signore. Dice infatti san Paolo: “Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane… prese del vino” Ci narra il Dono di quella cena pasquale: va oltre la liturgia ebraica che è minuziosamente descritta dal libro dell’Esodo, perché l’agnello verrà sacrificato, ma sulla croce, e nel pasto rituale Gesù semplicemente profetizza e anticipa quell’immolazione, spiegandone il senso. Donerà il suo corpo, donerà il suo sangue affinché i suoi discepoli ne mangino e ne bevano per essere partecipi della nuova alleanza. Non ci viene donato l’Eucarestia perché essa risplenda nei nostri splendidi cibori d’argento: noi la conserviamo lì, in altare che non è quello maggiore, come se lo seguissimo amorosamente in un luogo in disparte, in questa notte che fu per Lui di lotta interiore e di umiliazione. Egli si è donato perché entrassimo in comunione con Lui, per questo dice “Prendete e mangiate, prendete e bevetene”, e così divenissimo quello che Egli è: uomini e donne del Dono, testimoni dell’Alleanza nuova tra Dio e l’umanità. Dice sant’ Agostino”Se vuoi comprendere [il mistero] del corpo di Cristo, ascolta l’Apostolo che dice ai fedeli: Voi siete il corpo di Cristo e sue membra. Se voi dunque siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il mistero di voi: ricevete il mistero di voi. A ciò che siete rispondete: Amen e rispondendo lo sottoscrivete”. Sì, noi siamo quelli che sull’altare vedono quello che sono chiamati ad essere: dono, pane spezzato, uomini e donne  che fanno alleanze di pace e di amore. La nostra società ne ha bisogno, perché ha un  enorme bisogno di trasparenza, di amicizia e di pace.

 Oggi, nel giovedì santo, il Messia ci ripresenta i suoi doni supremi, non un ricordo, ma un memoriale sempre vivo: la Carità e il Pane spezzato. Questi i gesti profetici scaturiti dalle sue viscere di misericordia. Questi si gesti profetici: lavare i piedi, cingere il grembiule, divenire come quel pane spezzato che riceviamo, che fanno di noi un popolo messianico.

Alla fine della celebrazione è stato allestito l’altare della riposizione in cui è stata riposta l’Eucaristia.

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