Dai merletti della nonna alla promozione della liturgia dopo il discorso di Papa Francesco

di Don Giovambattista Zappalà

Non c’era dubbio che fra tutte le parole pronunciate da papa Francesco rivolte ai sacerdoti di Sicilia presenti nella Sala Clementina il 9 giugno scorso – in occasione del trentennale del pellegrinaggio mariano regionale – i social avrebbero tirato fuori solo la battuta finale sui merletti della nonna e le omelie lunghe.

Se noi preti comprendiamo cosa sono i “merletti della nonna”, questa locuzione non è del tutto chiara ai “non addetti ai lavori”. Infatti, di ritorno a casa, i parrocchiani e gli amici mi hanno chiesto a cosa si riferisse papa Francesco; di quali merletti parlava. Forse, mi chiedevano, non dobbiamo più mettere negli altari le pregevoli tovaglie ricamate dai fedeli, costate fatiche e preghiere? Probabilmente, mi si diceva, dobbiamo consegnare alle tarme le antiche e preziose vesti realizzate a servizio del culto.

Ho innanzitutto spiegato che papa Francesco, in quella indimenticabile mattinata, ha esaltato la Sicilia: l’arte, la storia; ha fatto riferimento ai personaggi illustri e ai santi della nostra terra; la capacità dei siciliani di saper accogliere i popoli che qui vi sono passati. Ha elogiato la cultura di quell’insularità continentale, pur ammettendo che la nostra terra non è un’isola felice. In realtà, aggiungeva il papa: si assiste in Sicilia a comportamenti e gesti improntati a grandi virtù come a crudeli efferatezze.

Non ha nascosto la regressione della Sicilia dal punto di vista sociale: la sfiducia nelle istituzioni raggiunge livelli elevati, segno ne sono lo spopolamento dell’Isola e la fuga di tanti giovani che non trovando lavori qui in Sicilia sono costretti ad andare altrove.

Tutto questo, ci esortava il santo Padre, deve essere una sfida per la Chiesa di Sicilia. Ci ha invitato ad abbracciare fino in fondo la vita di questo popolo imitando le tante figure di sacerdoti e fedeli che abbracciano pienamente le sorti del popolo siciliano. Concretamente dichiarava: come ignorare il silenzioso lavoro, tenace e amorevole, di tanti sacerdoti in mezzo alla gente sfiduciata o senza lavoro, in mezzo ai fanciulli o agli anziani sempre più soli?

Alla fine del suo discorso, papa Francesco, ha chiesto a che punto è nelle nostre Chiese la riforma liturgica avviata dal Concilio Vaticano II; cioè se la liturgia vive la identità di culmine e fonte della vita della Chiesa (cfr. SC 10). Effettivamente, a distanza di quasi sessanta anni dalla promulgazione della Sacrosanctum Concilium possiamo sollevare l’interrogativo se la liturgia è o non è diventata la fonte, il nutrimento, la risorsa della vita spirituale del credente. Cioè se fedeli e pastori vivono della liturgia che celebrano.

Sacrosanctum Concilium al numero 1 afferma che uno degli obiettivi che il Concilio si è proposto è quello di far crescere ogni giorno di più la vita cristiana tra i fedeli. Il Concilio non ha voluto innanzitutto riformare la liturgia, ma prima di ogni altra cosa premeva dare incremento alla liturgia. In altre parole, far sì che la liturgia entri a far parte della vita dei fedeli e che non rimanga una pratica rituale, di tipo precettistico, lontana da ogni incidenza di fede nella vita del singolo.

Dopo quasi sessanta anni, forse dobbiamo ripensare ciò che lo Spirito Santo ci ha detto. Occorre dunque predisporre tutto affinché i cristiani trovino nella liturgia il nutrimento della loro vita di fede.

Da questo paterno richiamo di papa Francesco e in occasione delle prossime “nozze di diamante” della Sacrosanctum Concilium (4 dicembre 1963) potremmo riprendere a formare: reimparare a comprendere cosa è la partecipazione attiva; il come celebrare (l’ars celebrandi); captare il bisogno di spiritualità e di interiorità dell’uomo di oggi che non sempre trova risposta nella liturgia; armonizzare il non risolto rapporto tra liturgia e devozioni; il recupero dell’importanza della Parola di Dio; l’abbandonare il minimalismo (che è l’altro eccesso dei merletti); la spettacolarizzazione o l’autoreferenzialità dell’assemblea (ministri ordinati compresi).

Allora sì che l’ intervento del santo Padre diventa una occasione di promozione e crescita  della liturgia per la nostra comunità ecclesiale e non uno spunto di pruriginose discussioni.

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