di Carlo Anastasio

Sembrano inarrestabili Trump e Netanyahu: marciano impettiti, pieni di sé, verso la pattumiera della storia. Del loro destino personale, però, tranne che per senso di giustizia, poco importa. La vera iattura è che, sotto la loro guida, i loro paesi stanno andando fuori dell’occidente, se per occidente intendiamo non un luogo geografico ma – pur con tutti i suoi difetti – il luogo dello stato di diritto e di un insieme di valori finora mai raggiunti nel resto dell’umanità.

Trump, affiancato dai giganti monopolisti delle tecnologie digitali e del web (Google, Nvidia eccetera), si vanta di «fare ancora grande l’America». Netanyahu, sostenuto da ministri oltranzisti e sfruttando la reazione all’orrendo pogrom del 7 ottobre, calpesta ogni scrupolo per realizzare «la grande Israele». E grande senza paragoni era la torre di Babele. E come il caos nacque da quella tracotanza biblica, così adesso l’immenso egotismo di questi due capintesta genera sfaceli.

Gli Stati Uniti del presidente Trump e l’Israele del premier Netanyahu regrediscono dalla forza della legge alla legge della forza. Nei rapporti con gli altri paesi, sul piano del commercio e della geopolitica, Trump ha riesumato il peggio della conquista del West, quando depredare i nativi e arraffare territori era la regola. Nei rapporti con la popolazione araba di Gaza e Cisgiordania, Netanyahu ha fatto suo il razzismo che gli ebrei hanno subìto nei millenni: i palestinesi non hanno diritti, di fatto neanche il diritto alla vita, quasi che il loro popolo sia inferiore al «popolo eletto» delle sacre scritture.

Il pianeta si spacca in aree nemiche

Gli effetti distorsivi si allargano come cerchi nell’acqua. L’economia globale è diventata un groviglio di conflitti commerciali, neocolonialismo, primazie similfeudali e vassallaggi. Il Medioriente, che combattenti inflessibili come l’israeliano Rabin e il palestinese Arafat avevano cercato di orientare alla pace, è diventato il bubbone di una violenza che – temiamo – colpirà anche sotto forma di terrorismo, senza confini, per decenni.

Del resto Trump e Netanyahu sono espressioni e catalizzatori di una montante aggressività generale, della quale l’attacco russo all’Ucraina è stato un forte sintomo. Il pianeta si spacca più di sempre in aree non tanto rivali quanto nemiche. Le istituzioni sovranazionali sono ormai delegittimate e vengono anzi irrise. La ricerca di accordi del multilateralismo ha lasciato il campo alla contrapposizione sovranista o imperialista. Pure i simboli testimoniano una ferocia potenziale che è, allo stesso tempo, vecchia e nuova: la Cina ospita le potenze dell’anti-occidente ed esibisce minacciosa in parata le sue superarmi, la Casa Bianca converte tronfia il dipartimento della Difesa in dipartimento della Guerra.

Despoti e autocrati: cosa possono fare le democrazie liberali

E di despoti anche peggiori di Trump e Netanyahu è pieno il mondo, si potrebbe osservare. Ma ecco il punto: Trump e Netanyahu non sono despoti, non sono autocrati come il russo Putin o capi supremi come il cinese Xi Jinping o tiranni come il nordcoreano Kim Jong-un; sono invece leader politici liberamente eletti dentro democrazie liberali. E mentre, a fronte delle azioni di Putin o Xi o Kim, un cittadino russo o cinese o nordcoreano avrebbe ragione di credere che se si opponesse rischierebbe la libertà o la pelle, per un cittadino statunitense o israeliano la posizione è totalmente diversa. Stati Uniti e Israele sono – meglio ripeterlo – democrazie liberali, che liberamente hanno eletto chi li guida e li rappresenta, e questo, piaccia o no, rende per intero i cittadini statunitensi e israeliani compartecipi e responsabili delle colpe dei loro leader.

Se non sono d’accordo, se non vogliono esserne complici, debbono denunciarne a voce alta le malefatte e liberarsi politicamente di loro. Con gli strumenti dello stato di diritto, con la forza della legge. È questo l’onore e l’onere della democrazia liberale: scegliere.

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