Catania è ancora buia quando la città comincia a muoversi. Non c’è traffico, non c’è chiasso superfluo. Solo passi frettolosi sul basalto umido, fiato che si condensa nell’aria gelida, attese silenziose. Sono le quattro del mattino e piazza Duomo si popola piano, quasi timorosa. È l’ora in cui la festa non è ancora esplosa e la devozione non ha bisogno di parole per giustificarsi.
Dentro la Cattedrale la luce è quella intima delle candele e dei lampadari bassi; fuori, la città si stringe attorno a un rito che si ripete identico da secoli. Alle prime note dell’organo, dalla cammarredda emerge il busto reliquiario. Il silenzio è compatto. Poi, da qualche parte tra la folla, un grido squarcia l’attesa: «Avi du occhi ca parini du stiddi».
È da quegli occhi – due stelle che splendono dal busto reliquiario – che monsignor Luigi Renna, arcivescovo di Catania, fa scaturire l’omelia della Messa dell’Aurora, il momento che ogni anno apre ufficialmente le celebrazioni agatine. «Mentre sorge il sole – esordisce – noi salutiamo la luce di Cristo che brilla negli occhi di sant’Agata». Uno sguardo che attrae da sempre: fedeli di una vita e curiosi dell’ultima ora, catanesi e pellegrini giunti da lontano. Tutti, in fondo, si portano dentro la stessa domanda evangelica consegnata al cuore della città: «Chi siamo venuti a vedere?».
Riprendendo l’interrogativo evangelico di Gesù sulle folle che andavano da Giovanni il Battista, il Vescovo ha consegnato alla città una domanda essenziale: «Che cosa siete venuti a vedere?». Non una canna sbattuta dal vento, né una donna sedotta da promesse di benessere. Agata, ha scandito Renna, è stata solida come una colonna, incapace di compromessi che le chiedessero di barattare la fede con una vita comoda. Per questo oggi resta una donna che indica la strada: guardare avanti, verso Cristo e verso il futuro.
Quest’anno l’avvio della festa è segnato in modo particolare dal Giubileo agatino, che ricorda il ritorno delle reliquie a Catania nel 1126, dopo il lungo esilio imposto dalla dominazione araba. «Da nove secoli – ha ricordato il presule – quel corpo ci raduna attorno a sé nel giorno del martirio. Ci trasforma da membra divise e sparse in una sola comunità». Non un simbolo astratto, ma la concretezza di una storia che ha restituito alla città un’identità insieme cristiana e civile.
Renna ha posto allora una distinzione netta, affidandosi a sant’Agostino: «La causa, non la pena, fa i martiri di Cristo». Agata è martire perché la causa della sua morte è stata la fede, anche se la pena subita è quella, drammatica e purtroppo attuale, della violenza contro le donne. Da qui l’appello diretto: «Care donne che soffrite così nel vostro cuore e nel vostro corpo, sentite Agata santa sorella nelle vostre sofferenze». Una vicinanza che non cancella il dolore, ma lo attraversa con la forza della fede.
Il corpo di Agata, ha proseguito il Vescovo, è il corpo di una donna capace di dire “no”: ai ricatti, ai piaceri offerti in cambio della rinuncia a Cristo. In quelle ossa e in quel cranio, ha spiegato Renna, non c’è solo memoria del martirio, ma un richiamo esigente al presente: restituire dignità ai corpi, smettere di trattarli come merce. Uno sguardo che attraversa le ferite del nostro tempo – dalle vittime della tratta ai giovani che banalizzano le relazioni, dagli embrioni non nati agli anziani lasciati ai margini, fino a chi consuma se stesso nelle dipendenze – e che non risparmia la violenza delle armi e della guerra. Parole senza attenuanti: «Non puoi amare le armi e dirti cristiano; non puoi tenerle illecitamente e dirti devoto di sant’Agata».
L’omelia si è concentrata sulla responsabilità dei “sì”. Agata ha potuto dire dei “no” perché prima aveva detto dei “sì” veri e duraturi: al battesimo, all’amore, al bene comune. «Il battesimo per sant’Agata è stata una cosa seria», ha sottolineato Renna, un’adesione quotidiana a Cristo. Da qui l’appello alla città, agli imprenditori e ai politici, chiamati a vivere la responsabilità come «forma più alta di carità», senza scorciatoie, senza promesse vuote, senza strumentalizzare la fede.
Quando la celebrazione è terminata e il busto reliquiario ha varcato il portale della Cattedrale per iniziare il lungo giro esterno della città, il giorno ormai ha preso il sopravvento. Eppure una domanda continuava a camminare per le strade di Catania, consegnata senza sconti: che cosa farne, adesso, di quello sguardo?
Gli occhi di Agata non chiedono protezione, non mendicano consenso. Chiedono coerenza. E chi li ha incrociati – anche solo per un istante, nel buio dell’aurora – sa che non basterà portarli in processione per potersene distogliere.