Il Premio San Ludovico 2026 è stato assegnato alla comunità di Lampedusa. La notizia ha segnato uno dei momenti di più alta intensità della prima giornata del Meeting Francescano del Mediterraneo a Catania, quando sul palco di Piazza Università è salito don Carmelo Rizzo, parroco dell’isola, per ricevere il riconoscimento a nome dei suoi 6.400 concittadini.

Oltre la narrazione comune: le motivazioni

Il premio, istituito dall’Ordine Francescano Secolare e dalla Gioventù Francescana di Sicilia, nasce per dire grazie a chi continua a «custodire umanità dentro le contraddizioni del nostro tempo». Nelle motivazioni ufficiali, lette davanti a una piazza gremita, è stato sottolineato come il riconoscimento premi la «storia, la gente e la dignità» con cui Lampedusa abita una condizione complessa, troppo spesso ridotta dai media a mera cronaca di sbarco. 

Lampedusa, spiegano i promotori, porta sulle spalle una «responsabilità enorme, spesso sproporzionata rispetto alle dimensioni dell’isola», ma nonostante questa esposizione costante non ha smarrito il proprio volto, restando un «luogo di relazioni, di memoria e di vicinanza umana». Il premio riconosce la forza di chi vive il confine senza perdere il senso dell’equilibrio e della propria identità.

La testimonianza di don Carmelo sul palco

Accogliendo il premio dalle mani di Carmelo Vitello e Matteo Leanza, rispettivamente responsabili regionali OFS e GiFra, don Carmelo Rizzo ha offerto una testimonianza priva di retorica, descrivendo la vita sull’isola come regolata da principi arcaici e purissimi: «Le leggi di un’isola sono semplici: leggi di prossimità, leggi di aiuto, veicolate dalle leggi del mare». Il parroco non ha nascosto la durezza di una realtà dove il mare, pur accogliente, è diventato «come un cimitero» che ha visto troppe morti, ma ha ribadito che «quando arrivano persone vive, la comunità è felice».

Il cuore del suo intervento si è focalizzato sulla necessità di recuperare la dimensione umana del soccorso attraverso gesti minimi ma rivoluzionari: «Chiedere il nome alle persone, dire “benvenuto”, offrire un bicchiere d’acqua… non fa altro che umanizzare lo sbarco, dare dignità a queste persone». In un molo spesso percepito come zona fredda e militare, il sorriso di un civile diventa un atto evangelico: «Trovare persone che non sono militari, che sorridono, che gli danno una pacca sulla spalla, riesce a fare tanto».

Il cuore come unica vera frontiera

A margine della cerimonia, don Carmelo ha approfondito il senso profondo dell’accoglienza, definendola una vera e propria «postura esistenziale» che implica un’apertura del cuore e una crescita in umanità. Riflettendo sul suo legame con l’isola, ha confessato: «Si dice che quando uno fa del bene lo fa per dare, però riceve tanto; io ho ricevuto veramente tanto da questi nostri fratelli».

Don Carmelo ha poi lasciato alla città di Catania un monito sulla parola “frontiera”, spesso strumentalizzata dalla politica: «La frontiera vera è quella del mondo, e la frontiera del mondo è il cuore umano». Il messaggio che il parroco riporterà a Lampedusa, in attesa della visita di papa Leone il prossimo 4 luglio, è di profonda gratitudine per la «vicinanza da questa bellissima città», confermando che il Premio San Ludovico non è solo un simbolo, ma il riconoscimento di una fraternità vissuta concretamente ogni giorno.