Nei camerini del Teatro Nuovo Sipario Blu di Catania si respira un’attesa raccolta. Giacomo Poretti e Daniela Cristofori stanno per portare in scena Condominio mon amour, una commedia che intreccia domande urgenti sul lavoro, sulla tecnologia e sulla fragilità delle relazioni. La storia del custode Angelo — licenziato all’improvviso e sostituito da un’App — diventa una metafora nitida del nostro tempo: un’umanità che rischia di essere messa ai margini in nome dell’efficienza, e che pure continua a reclamare uno sguardo, un volto, una relazione.

Giacomo nel tuo spettacolo racconti un condominio come il microcosmo dell’umanità, con le sue fragilità, le sue comicità. Cosa ti ha spinto a scegliere proprio quest’ambiente come metafora del nostro vivere insieme?

«Perché con Daniela, con la quale ho scritto questo spettacolo, ci incuriosiva il mondo del lavoro e le sue trasformazioni: con la tecnologia, l’intelligenza artificiale, molte professioni sono un po’ a rischio, perché per l’appunto la tecnologia può sostituire l’essere umano. Quindi ci siamo interrogati su questo e ci siamo interrogati anche su altre cose come la condizione femminile all’interno di questo. Questa è una commedia e ovviamente anche una riflessione molto importante sul lavoro».

Hai spesso sottolineato quanto il teatro possa essere un luogo educativo, non solo artistico, in un’epoca in cui i ragazzi faticano a concentrarsi e a stare dentro le relazioni reali. Quale valore formativo può avere oggi il teatro per le scuole e per gli studenti?

«Noi andando in giro ci rendiamo conto che l’esperienza live del teatro, per quanto possa inizialmente allontanare soprattutto i giovani, poi una volta frequentato e vissuto questo mondo è attrattivo tantissimo, perché non si può fare a meno dell’esperienza live sia nelle relazioni, sia nel mondo dello spettacolo e anche tante altre cose».

Conosci da vicino il mondo delle scuole paritarie. Qual è il contributo più importante che queste scuole possono offrire oggi al sistema educativo italiano?

«Io posso parlare per esperienza perché con Daniela, mia moglie, abbiamo un figlio che ha frequentato dall’asilo al liceo le scuole paritarie e, per dirlo sinteticamente, ci siamo accorti che lo sguardo degli insegnanti e di tutto il corpo docenti era particolare, diverso, molto incentrato sui ragazzi. Abbiamo avuto tante esperienze concrete di quanto questa vicinanza agli studenti e alle famiglie abbia fatto bene ai ragazzi; quindi, io spero che questa cosa possa continuare».

Non a caso, al termine dello spettacolo, prima del selfie di rito sul palco, Giacomo e Daniela con un filo di commozione, ricordano al pubblico l’esperienza vissuta in una scuola “gemella” all’Istituto Ventorino – La Zolla di Milano – dove hanno realizzato due spettacoli insieme ai genitori: un piccolo laboratorio di comunità, un luogo educativo di adulti e ragazzi che crescono fianco a fianco.
E guardando la platea piena di insegnanti e famiglie dell’Istituto Francesco Ventorino, dice con un calore che attraversa la sala: «E noi vi passiamo il testimone!»
Invito che risponde alle parole che, poche ore prima, papa Leone aveva rivolto agli studenti della Sapienza di Roma: «Noi siamo un desiderio, non un algoritmo».
Un richiamo semplice e radicale, cucito addosso alla storia del custode Angelo e alla nostra epoca che rischia di dimenticare che ogni volto è più grande di qualsiasi calcolo, più profondo di ogni automatismo. Con questo richiamo si chiude per quest’anno la rassegna teatrale proposta alla città dalla Fondazione Francesco Ventorino, Il tuo volto come una profezia: un invito controcorrente a riconoscere nel volto dell’altro una responsabilità che ci riguarda. Una profezia che diventa consegna: quel testimone che ora tocca a noi portare avanti.