Baudelaire, guardando il mare, aveva colto un segreto: nell’onda che si frange e si ritira, l’uomo vede la propria anima. «Uomo libero, amerai sempre il mare! Il mare è il tuo specchio…» scriveva nella poesia L’uomo e il mare. E davvero, ogni volta che lo si contempla, qualcosa ci richiama all’infinito, a quella parte di noi che non si lascia chiudere. C’è qualcosa che sconfina. Sempre.
Ed è assecondando questo continuo sconfinare che nasce “Voci al Mare”, la rassegna ideata dalla poeta Paola Tricomi che torna nell’estate 2026 sulle coste catanesi.

Quattro appuntamenti a partecipazione libera e gratuita: il 29 giugno e il 17 agosto alla Spiaggetta di San Giovanni li Cuti, il 13 e il 27 luglio nella piazza di Aci Castello. Raduno alle 18:30, letture alle 19:00. Nessun palco, nessuna distanza: solo voci che si incontrano in un ascolto che è vita.
Il format resta volutamente essenziale. Semplice. Non occorre essere poeti: basta una voce, o un orecchio disposto ad ascoltare. Basta non rinunciare a essere umani. Così la poesia esce dai libri e dalle aule e torna ad essere gesto vivo, condiviso al tramonto. E le parole, come onde, arrivano alla riva e poi si ritirano, lasciando una traccia nel silenzio dell’ascolto.

C’è ancora qualcosa di liberatorio nel leggere all’aperto: la voce non deve convincere, non deve “funzionare”. Perché la poesia non è un esercizio tecnico: è un’esperienza di presenza. Vive nella voce, nel corpo, nella comunità che la ascolta. Leggerla significa esporsi a un accadere, a un lampo di realtà che si rivela. Leggerla insieme, condividerla, è un modo per restituirle la sua natura originaria di parola detta, non solo scritta. Per questo oggi la poesia è un gesto di resistenza alla superficialità, un luogo dove l’umano si mostra senza paura di esporre i propri limiti. Un avamposto a difesa di “ciò che non possiamo perdere” che Papa Leone XIV indica nell’enciclica Magnifica Humanitas, ricordandoci che oggi «l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare, più che come una creatura chiamata alla relazione e alla comunione».

Siamo relazione. E condividere poesia significa amplificare questa coscienza attraverso un gesto concreto e farla diventare bene comune. Anche tra sconosciuti che si incontrano per la prima volta, seduti uno accanto all’altro, il semplice atto di ascoltare e leggere è già un prendersi cura dell’altro: un piccolo, concreto gesto di pace.
Perché ascoltare significa aprirsi all’altro e riconoscere al tempo stesso la propria presenza nel mondo. Abbassa la dissonanza cognitiva di un tempo che corre troppo e ascolta poco. È un piccolo laboratorio di umanità, un esercizio di consapevolezza condivisa.

E poi c’è il mare, che da sempre accoglie tutto. Nel movimento delle onde c’è qualcosa che assomiglia alla poesia: un ritmo che non si può spiegare, ma che si può abitare. Ogni verso letto al tramonto diventa un ponte tra ciò che sappiamo e ciò che ci sfugge, tra la nostra finitezza e quel richiamo all’infinito che non smette di bussare. E ci sfuggirà sempre, come l’onda che torna e si ritira.
È forse questo il dono più grande di Voci al Mare: imparare insieme ad ascoltare. Lasciare aperto un varco sulla vita, come Paola Tricomi ci consegna nei versi di una sua poesia: «Piena di varchi e feritoie e cicatrici / che tu sia del colore del riflesso / come il mare che accoglie il cielo e ogni volto».

In fondo la poesia è un mistero che appartiene a tutti, non solo ai poeti: leggerla e condividerla significa partecipare a questo mistero, tornare alla radice dell’umano. È dare spazio a una voce che continua a chiamare.

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