Gli esercizi spirituali del clero dell’Arcidiocesi di Catania predicati da Mons. Renzo Bonetti

di don Giovanni Mazzeppi

Un tempo di silenzio, di ascolto e di preghiera, ma soprattutto un’occasione preziosa per ritornare al cuore della nostra vocazione sacerdotale. È stata questa l’esperienza vissuta durante il corso di esercizi spirituali rivolto ai sacerdoti dell’Arcidiocesi di Catania e predicato da Mons. Renzo Bonetti, del clero della Diocesi di Verona, presso la Casa di esercizi spirituali dei Padri Passionisti a Mascalucia, dal 31 agosto al 4 settembre.

Il filo conduttore delle meditazioni è stato particolarmente significativo: la complementarietà tra il sacramento dell’Ordine e il sacramento del Matrimonio, due vocazioni che, pur nella loro specificità, scaturiscono dall’unico amore di Cristo e sono orientate alla medesima meta: la santità e l’evangelizzazione.

Mons. Bonetti ci ha aiutati a riscoprire come questi due sacramenti non possano essere pensati semplicemente come realtà che procedono parallelamente nella vita della Chiesa. Istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, essi sono chiamati, nella loro specificità, a incontrarsi e a illuminarsi reciprocamente. Il sacerdote e gli sposi cristiani, ciascuno secondo il dono ricevuto, rendono presente nella comunità il mistero dell’amore di Cristo. In entrambi i casi si tratta di una vocazione che trova la propria verità nel dono di sé.

Da questa prospettiva emerge anche una conseguenza pastorale importante: famiglia e ministero ordinato non sono due ambiti separati della vita ecclesiale, ma realtà che possono e devono sostenersi nella comune missione evangelizzatrice, perché proprio nel dono e nella missione trova compimento la loro ragion d’essere. La famiglia cristiana non è soltanto destinataria dell’azione pastorale della Chiesa, ma ne è soggetto vivo e responsabile; allo stesso modo, il sacerdote è chiamato a riconoscere negli sposi e nelle famiglie una presenza e una risorsa indispensabili per l’edificazione della comunità.

Particolarmente edificante è stato ascoltare Mons. Bonetti quando, alle riflessioni proposte, intrecciava alcuni momenti della propria esperienza personale. La vita vissuta diventava così una chiave per comprendere più profondamente quelle dinamiche interiori e relazionali che, nell’esistenza di un sacerdote, possono favorire oppure ostacolare la piena espressione della propria vocazione.

Gli esercizi spirituali, infatti, non sono semplicemente un tempo per acquisire nuovi contenuti. Sono anzitutto un ritorno alla sorgente, un lasciarsi nuovamente raggiungere dallo sguardo di Cristo per comprendere chi siamo e per chi siamo stati chiamati.

Da questi giorni portiamo con noi una consapevolezza ancora più chiara: Cristo è presente nel sacerdote perché, attraverso di lui, possa continuare la sua missione sacerdotale di Maestro e Pastore; come anche Cristo é presente nella relazione degli sposi per continuare la sua missione di amore per la Chiesa e per l’umanità.

Il ministero sacerdotale non trova il proprio centro nella persona del presbitero, nelle sue capacità o nelle sue iniziative, ma in Cristo, che continua ad amare, insegnare, radunare e guidare il suo popolo.

Nell’ultima riflessione Mons. Bonetti ci ha consegnato un’ulteriore intuizione, capace quasi di raccogliere il senso dell’intero percorso: la famiglia manifesta e rivela la genuina natura della Chiesa, richiamando l’insegnamento della Gaudium et spes (n. 48). Nella comunione degli sposi, nel loro amore fedele e fecondo, nella vita condivisa e donata, possiamo scorgere qualcosa del mistero stesso della Chiesa, chiamata a essere comunione, relazione, accoglienza e dono.

Anche per noi sacerdoti questo sguardo sulla famiglia diventa provocazione e dono. Ci ricorda che la nostra fecondità pastorale nasce anzitutto da una relazione: abbiamo bisogno di restare con Cristo. Prima del fare viene lo stare con Lui; prima delle molte attività pastorali viene quella comunione personale con il Signore dalla quale soltanto il ministero può ricevere forza, libertà e fecondità.

Restare con Cristo significa anche non considerarsi mai “arrivati”. Nel cuore del sacerdote deve rimanere vivo, lungo tutte le stagioni del ministero, il desiderio di una costante crescita spirituale, con una meta verso cui tendere e nella quale lasciarsi continuamente plasmare dal Signore. La formazione spirituale non appartiene soltanto agli anni del seminario o ai primi passi del ministero: accompagna tutta la vita del presbitero. Ogni età, ogni esperienza pastorale, ogni incontro e persino ogni fatica possono diventare luoghi nei quali Cristo ci chiama a crescere nella conformazione a Lui.

Questa verità ci riconduce al senso più autentico della relazione tra sacerdote e comunità. Se il sacerdote rende presente Cristo Pastore, egli non può vivere il proprio ministero nell’isolamento. È dentro un popolo, insieme alle famiglie, agli sposi, ai consacrati e a tutti i battezzati, che la sua vocazione acquista la sua piena dimensione ecclesiale e missionaria.

Ordine e Matrimonio ci ricordano così che nessuna vocazione nella Chiesa è per se stessa. Ogni chiamata è dono ricevuto perché diventi dono offerto. La santità alla quale siamo chiamati non è mai un cammino individualistico: è una santità che genera comunione e che, proprio attraverso la comunione, diventa evangelizzazione.

Torniamo pertanto da questi esercizi con gratitudine, ma anche con una responsabilità rinnovata: restare con Cristo per diventare sempre più conformi a Lui, custodire il dono ricevuto nell’ordinazione e permettere che il Signore continui, attraverso la nostra umanità, la sua opera di Maestro e Pastore. E, insieme, riscoprire la bellezza di camminare accanto alle famiglie, riconoscendo nella grazia del Matrimonio e dell’Ordine due doni diversi e complementari attraverso i quali Cristo continua a manifestare il volto della sua Chiesa, a santificarla e a inviarla nel mondo per l’annuncio del Vangelo.

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