La mostra visitata da Leone XIV al Meeting di Rimini: tra Rerum Novarum e Magnifica Humanitas
«Un tempo un cantiere era un luogo della terra dove gli uomini erano felici. Oggi un cantiere è un luogo della terra dove gli uomini recriminano, si odiano, si battono; si uccidono. Ai miei tempi tutti cantavano […] Nella maggior parte dei luoghi di lavoro si cantava; oggi vi si sbuffa». Charles Péguy lo scriveva in quella sua lucida diagnosi della modernità che è Il denaro, come uno che ha visto la gioia cadere dalle mani degli uomini.
E noi, in questo settembre, mentre torniamo al lavoro, davvero possiamo liquidare quelle parole come un ricordo nostalgico, o non sono piuttosto una provocazione che ci brucia addosso?
Perché il lavoro, dice più avanti Péguy, era radice, canto, onore. Oggi spesso è un corridoio dove si passa senza guardarsi, un ingranaggio che non conosce più il nome di chi lo muove, un algoritmo che prova a desiderare al posto nostro. Eppure, qualcosa resiste, come una vena nascosta che continua a pulsare sotto la superficie del tempo.
Questa resistenza la avverti camminando lungo i pannelli della mostra “La profezia di un’impresa” del Meeting di Rimini, che ho avuto la fortuna di visitare, dedicata a Léon Harmel (1829‑1915), industriale francese della lana. Le foto del lanificio, i volti degli operai, le carte ingiallite sui pannelli: tutto sembra dire che la modernità, quando dimentica l’uomo, diventa una macchina che stritola. Harmel lo capì prima di molti, forse prima di tutti.
Così, nel pieno della seconda rivoluzione industriale, mentre il mondo correva verso la produzione di massa e la vita degli operai si consumava come carbone nelle caldaie, Harmel inventò ciò che oggi chiameremmo “avanguardia sociale”: cassa mutua, assegni familiari, consigli di fabbrica, formazione, riposo festivo. Roba da non crederci in pieno Ottocento.
Novità nate non da buonismo filantropico, ma da un’esperienza concreta di fede che gli bruciava dentro come una sollecitazione viva, un’esperienza che ha dato forma a tutta la sua vita.
Non è un caso che ripetesse spesso ai figli: «La felicità dei nostri operai sarà l’oggetto della vostra sollecitudine». Non un motto, ma una consegna.
Avendo ben presente questa preoccupazione, Harmel non costruì un modello astratto, secondo i metodi ideologici in voga nel periodo, ma – provando a rispondere alle esigenze reali che scaturivano dalla quotidianità del lavoro – formò attorno alla sua fabbrica una comunità concretissima. La fabbrica divenne così un luogo dove l’uomo non veniva consumato, ma rigenerato. Un luogo dove il lavoro non era soltanto fatica, ma forma di vita.
Un’esperienza che lo portò persino a riconoscere l’evidenza che «la fede fa credere che ciò che non è buono per l’uomo non è buono neanche per gli affari».
Da Leone a Leone
Non fu un episodio casuale la sua amicizia con Leone XIII, ma un incontro carico di stima reciproca dal quale prese vita anche la Rerum Novarum.
«Papa Leone XIII, con la storica enciclica Rerum novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale; e oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro». Risuona ancor di più, allora, l’attualità delle parole del Leone dei nostri giorni che, spiegando al Collegio cardinalizio la scelta del suo nome, torna sul punto vivo della questione.
La sua Magnifica Humanitas non è appena un documento di aggiornamento sulla tecnologia: è un grido sull’uomo, un’enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’IA. E la mostra su Harmel, che Leone XIV ha avuto il desiderio di visitare al Meeting, è una lente interessante per leggere anche la nuova enciclica.
Perché il Léon francese non è un “santino industriale”, ma uno che aveva già capito che la tecnica senza Dio è destinata a diventare deserto. L’esperienza dell’industriale francese, dunque, è la prova che si può fare impresa senza sacrificare l’uomo sull’altare del profitto. La tecnica, se non è guidata da un cuore, diventa un idolo che chiede vittime. Questo è il rischio regressivo a cui fa riferimento Leone XIV quando parla della quarta rivoluzione industriale: innovazione concentrata in poche mani, algoritmo che decide, lavoro che si assottiglia, ricchezza che si addensa come una nube scura sopra le città. Lo stesso rischio delle cose nuove che Harmel aveva toccato con mano nella sua epoca. Ma alla Chiesa, da sempre, sta a cuore tutto l’uomo. Per questo si occupa – e si pre‑occupa – delle cose nuove.
Il lavoro, luogo in cui “cantare”
In questo senso, la continuità tra i due Leoni, a oltre un secolo di distanza, è testimonianza di questa sconfinata cura. La Rerum Novarum difendeva l’uomo dalla macchina industriale; la Magnifica Humanitas difende l’uomo dalla macchina digitale. Due encicliche che nascono dallo stesso cuore.
Un cuore libero e coraggioso come quello di Harmel, che mostrò che il lavoro può essere vocazione, che la tecnica può essere servizio, che l’impresa può essere comunità.
Per questo “Léon Harmel, La profezia di un’impresa” non è una mostra nostalgica che guarda al passato, ma un ponte che arriva fino a noi. Un giudizio che indica un compito preciso nel presente e che chiede di fare delle cose nuove un luogo dove l’uomo possa ancora respirare.
E a tutti noi, molti rientrati in questo settembre che sa di ripartenza, chiede di riprendere ogni giorno, anche a lavoro, a cantare.
