C’è un fumo che non ho mai respirato, eppure abita i miei polmoni da quando ho memoria. Nel settembre del 2001 avevo appena dodici mesi di vita. Mentre la mia generazione imparava a camminare, l’Occidente inciampava in una ferita che avrebbe cambiato la grammatica del mondo. Per me, l’11 settembre non è un ricordo visivo, ma un rumore di fondo, un capitolo dei libri di scuola o un servizio del telegiornale che torna puntuale a ogni anniversario. Oggi mi chiedo: dopo venticinque anni, cosa abbiamo imparato? Cosa, invece, è peggiorato e cosa possiamo ancora imparare o recuperare?
La cronaca di una fine (e di un inizio)
La mattina di quel martedì, diciannove kamikaze al servizio di al-Qaeda trasformarono il cielo in un’arma. Tutto accadde in 102 minuti: alle 8.46 (ora locale di New York) il primo schianto sulla Torre Nord, alle 9.03 il secondo sulla Torre Sud, ripreso in diretta mondiale. Poi il Pentagono e quel campo in Pennsylvania, dove il volo United 93 precipitò grazie a una rivolta di chi non voleva essere solo una vittima. Ci furono circa 3 mila morti, tra civili, vigili del fuoco e agenti di polizia.
Spesso leggiamo che le Torri sono “cadute”, ma la realtà è più complessa. Il NIST (National Institute of Standards and Technology), l’autorità che ha studiato il collasso, ha spiegato che non fu solo l’impatto meccanico a distruggerle, ma la vulnerabilità termica: gli incendi, alimentati dal cherosene, fecero perdere all’acciaio circa il 50% della sua resistenza già a 650°C. I solai si imbarcarono, tirando le colonne verso l’interno fino al cedimento totale.
Ma se la tecnica ha imparato a costruire grattacieli più sicuri, la storia ci ha insegnato che il terrore non si è fermato tra quelle macerie.
L’onda d’urto
Il fumo delle Torri non è rimasto confinato a New York; è diventato l’innesco di una reazione militare senza precedenti. Gli Stati Uniti aprirono la stagione della «Guerra al Terrore» invadendo l’Afghanistan il 7 ottobre 2001, con l’obiettivo dichiarato di deporre il regime dei Talebani che ospitava al-Qaeda e di catturare o uccidere Osama bin Laden. Per la prima volta nella storia, la NATO invocò l’Articolo 5 del Trattato Atlantico, stabilendo che l’attacco dell’11 settembre contro gli Stati Uniti era da considerarsi un affronto a tutti i membri dell’alleanza. Quella che era iniziata come una missione di giustizia si è trasformata nel conflitto più lungo della storia americana, durato vent’anni e conclusosi solo nel 2021 con il ritiro delle truppe e la paradossale ripresa del potere da parte dei Talebani. Per noi, questa guerra non è stata una notizia straordinaria, ma la “normalità” geopolitica in cui siamo cresciuti.
Negli anni il terrorismo ha solo mutato pelle, spingendosi fin nel cuore dell’Europa. Nel 2015 abbiamo visto lo Stato Islamico (ISIS/Daesh) insanguinare Parigi e altre capitali europee, dimostrando che l’eredità dell’11 settembre non era un capitolo chiuso, ma un’onda d’urto che continuava a propagarsi.
Il nostro “11 settembre”
Forse io e i miei coetanei abbiamo vissuto un “11 settembre” diverso: il febbraio del 2020, quando la pandemia del Covid-19 ha chiuso le porte di casa nostra, proprio come quegli attacchi bloccarono i cieli americani.
Siamo cresciuti tra conflitti che sembravano lontani e che ora sono tornati a bussare alla porta dell’Europa, dall’Ucraina all’Iran, passando per la mai risolta questione israelo-palestinese. Sui social media, la rabbia che un tempo correva nei proclami di al-Qaeda sembra essere diventata la moneta corrente nei confronti di chi la pensa diversamente. Abbiamo rincorso una sicurezza basata sulla forza, ma ci ritroviamo eredi di un debito economico e morale immenso.
Babele o Gerusalemme?
Oggi, a generare pressione – e “terrorismo psicologico” – nei miei coetanei non sono i controlli negli aeroporti (incrementati proprio a seguito dell’attentato alle Torri), ma quello che la recente enciclica Magnifica Humanitas chiama “paradigma tecnocratico”. È l’ossessione per l’efficienza, per i titoli, per la prestazione che ci riduce a dati da ottimizzare, a pattern statistici in un algoritmo.
Papa Leone XIV ci pone davanti a una scelta simbolica. Stiamo costruendo una nuova Torre di Babele? Un potere verticale e opaco, che pretende di bastare a se stesso eliminando ogni fragilità umana come fosse un “errore da correggere”? O vogliamo costruire le Mura di Gerusalemme? Un’immagine che descrive una responsabilità condivisa, dove ogni cittadino è custode del suo pezzo di muro e riconosce nel limite non un difetto, ma il luogo dove nasce l’incontro e la relazione con l’altro.
Papa Francesco nella Fratelli Tutti ci aveva avvertito che la guerra è sempre una “resa vergognosa” dell’umanità. Cosa possiamo ancora imparare, allora? Forse a sperare. E che la vera speranza non sta in un “cosa” (una tecnologia più potente, una sicurezza più stretta), ma in un “Chi”. Sta nel seguire Cristo.
Venticinque anni dopo, il compito delle giovani generazioni non è trovare tutte le risposte tra le macerie, ma avere il coraggio di essere “pietra nuova” dove i mattoni sono caduti, come direbbe T.S. Eliot. Non dobbiamo temere un aereo che cade tanto quanto dobbiamo temere di perdere la nostra bellezza interiore, rassegnandoci a vivere in un mondo governato dal sospetto. La polvere dell’11 settembre si è posata, noi adesso siamo giovani adulti. La nostra responsabilità di restare umani è appena iniziata.