Don Primo Mazzolari (1890-1959) profeta del Novecentofu un prete scomodo, che ha lasciato “una traccia luminosa” (Francesco). Benché l’Autorità ecclesiastica avesse censurato diversi suoi libri e gli avesse imposto il silenzio, egli continuò ad amare la Chiesa più delle proprie idee. E inoltre, don Primo fu inviso al governo fascista. Nel febbraio 1959, Giovanni XXIII lo accolse in Vaticano dicendo: “Ecco la tromba dello Spirito Santo nella Valle padana!”. Grazie a monsignor Santo Bellia, parroco di S. Maria della Mercede, da giovane suo vice-parroco ho conosciuto e apprezzato gli scritti di Mazzolari. La sua visione ecclesiologica e pastorale, con venature rosminiane, ha influito sulla mia vita di parroco, a cominciare dalla sua scelta: “Intorno al mio altare non ci fu mai suon di denaro”.

Il prete povero

 Don Primo ha capito che Gesù “non è soltanto il Gesù dei poveri, è il Gesù povero” per cui “non basta essere il prete dei poveri, occorre essere un prete povero”, si legge in Lettere al mio parroco (p 131), libro del 1934 che Mazzolari non potè pubblicare, edito postumo nel 1974. Adesso Paola Bignardi ha curato un’edizione critica. Nel libro, Don Primo immagina un fedele che va scrivendo al proprio parroco, cioè allo stesso Mazzolari, che in tal modo ci offre uno spaccato dei problemi quotidiani di una parrocchia. Colpisce il suo pensare in grande.

Il “laico impertinente”

 Nel libro affiorano molti temi che anticipano il Vaticano II, in particolare, l’importante ruolo dei laici nella vita e nella missione della Chiesa. Infatti, il laico “impertinente” ma che “vuol bene al suo parroco” gli scrive che la responsabilità dell’ufficio sacerdotale, “non deve impedirgli di ascoltare le voci di coloro che, pur rimanendo sottomessi, non sono sudditi, molto meno servi, ma fratelli cui bisogna chiedere la collaborazione” (p 63). Ma ciò suppone che il parroco non si chiuda “in quell’immancabile corte di gente corta che ingombra ogni presbiterio, che dice sempre di sì ed è sempre disposta ad applaudire e festeggiare” (vd pp 39-41). Un parroco perciò “non deve aver paura dell’intelligenza del laicato e di chi pensa con la propria testa” (p 62). Altro punto critico presentato al parroco riguarda la formazione dei fedeli, a cominciare dall’omelia domenicale: “il pericolo è di rendere sciocca, insipida la parola di Dio. Che facce rassegnate ha davanti, signor parroco! Non le vede? Non capisco perché la predicazione parrocchiale non debba essere stimata proprio dai sacerdoti. La domenica finché ella fa l’acchiappanuvole, nessuno abbocca, ma se ella accenna a portar giù di un palmo (l’omelia) nelle cose di ogni giorno le teste si raddrizzano, nessuno più sbadiglia” (p 48).

Fede e vita

Lacarenza formativa fa separare fede e vita, infatti il parrocchiano osserva: “L’aspetto sociale delle verità cattoliche resta nell’ombra: i veri problemi scansati con disinvoltura (p 56).E’ vero che “il mio parroco non si dovrà occupare di politica, ma dovrà giudicare la politica, e i criteri li trova nell’insegnamento tradizionale della Chiesa” (p 50). Nel campo socio-politico, infatti, spetta al fedele  scommettersi responsabilmente con la sua autonomia: “A voi sacerdoti si domanda una larga intelligente comprensione per rispettare ciò che nell’economia, nella politica, nella professione ecc., campi specificamente autonomi, il credente compie sotto la sua personale responsabilità senza impegnare per nulla la Chiesa” (p 65). Parole che richiamano la Gaudium et Spes (nn 36 e 73).

Altro tasto dolente riguarda il moltiplicarsi di statue e devozioni ai santi, trasformando la chiesa in una sorta di pantheon, mettendo in ombra la catechesi biblica e la centralità di Gesù Cristo, come lamenta il laico che scrive: “lei annunciò che domenica prossima la nostra chiesa avrà una nuova statua”, e poi domanda: “la nostra chiesa ci guadagnerà con la nuova suppellettile? Ormai non c’è colonna, angolo, ripostiglio ove non sia ricoverata una statua. Se si continua di questo passo, la chiesa diventa un ripostiglio del paradiso”. E richiamando il rinnovamento liturgico in atto, osserva: “La prima regola liturgica non è quella di togliere il di più, di smobilitare il barocchismo sopravvissuto nelle nostre chiese e semplificare? La chincaglieria, anche se benedetta, non giova  a nulla. I santi si onorano non moltiplicando il numero delle loro statue ma aumentando il fervore e i mezzi della carità”(vd p 77-79-80).

Anche queste osservazioni preludono la Sacrosanctum Concilium e sono un richiamo a ritrovare oggi il Vaticano II. Don Mazzolari, disse Paolo VI, “aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a tenergli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti”.

2 commenti su “Don Primo Mazzolari, il sacerdote che sfidò il fascismo e anticipò il Concilio”

  1. Gli spunti di riflessione che vengono fuori dalla lettura di questo bell’articolo di Piero Sapienza sono tanti ed è difficile contenerli in un commento e, tuttavia, appare chiaro come don Primo Mazzolari possa essere considerato un precursore dei valori e dei principi del Concilio Vaticano II, tant’è che papa Giovanni, ma anche papa Paolo VI percepirono lo spessore spirituale di don Mazzolari, come si evince dall’ articolo di Sapienza. Penso che si possa concordare anche sulla questione delle immagini sacre che, pur non volendole sminuire, non vanno, però, enfatizzate, ma ridimensionate come oggetti di culto. La Chiesa, nel tempo, ha cercato di recuperare il pensiero di Mazzolari, ma dopo un lungo periodo di ” ostracismo ” così come sottolinea Sapienza.

  2. Dobbiamo chiederci senza ipocrisia se la Chiesa oggi è pevera o dei poveri , in alcuni sacerdoti non si nota proprio , infatti quando vado a Messa il saluto del parroco viene rivolto ai suoi adepti , invece sarebbe bello ritornare al vecchio modo di mettersi davanti all’ingresso e salutare tutti senza fretta , una buona parola fa tanto a chi la riceve e forse anche a chi la dà. Cristo Regni Sempre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *