Caro Direttore,

cado sempre sulla stessa cosa. Da anni penso che, prima o poi, gli errori mi insegneranno qualcosa, che le cadute e i miei sforzi per rialzarmi produrranno coerenza, che questa coerenza mi renderà migliore. E invece mi accorgo che spesso non è così. Posso cadere, sforzarmi di cambiare e restare identico a me stesso.

Forse perché continuo a pensare la vita come un progetto da realizzare e me stesso come il principale artefice del suo compimento.
Fin da piccoli beviamo dal latte di nostra madre l’idea che la vita coincida con il nostro progetto: la realizzazione personale è quasi un dovere morale e la volontà il principale strumento per raggiungerla. Oggi algoritmi e video suggeriscono continuamente metodi per diventare più efficienti, più forti, più concentrati, più comunicativi: diventare la versione migliore di noi stessi.

Ripensando a conversazioni avute con amici in luoghi molto prosaici, come un bar davanti a una granita, mi sembra che sia questo il clima in cui viviamo oggi. Ricordo infatti un amico che mi invitava ad abbandonare la mia debolezza. Ma io finivo soprattutto per avvertire il peso della distanza tra ciò che avrei dovuto diventare e ciò che ero.

Per questo mi sembra così attuale Bernanos. Nella sua vita e nelle sue opere, tra le due guerre mondiali, ha riflettuto con straordinaria lucidità su un equivoco che continua ad accompagnarci: l’idea che la vocazione coincida con la realizzazione di sé. Nel Dialogo delle Carmelitane, ad esempio, mostra come la forza di carattere, quando diventa identità, rischi di trasformarsi in una trappola.

Madre Maria dell’Incarnazione sembra l’emblema di chi immagina la propria vocazione come un cammino eroico. Vorrebbe il martirio, pensa la fedeltà come un atto della propria volontà. Ma il dramma del personaggio nasce proprio qui: alla fine non le viene concesso di morire con le consorelle sul patibolo, come aveva immaginato.

Il problema non è diventare forti. Anche Pietro era convinto di esserlo. Era certo che avrebbe seguito Cristo fino alla morte. Poi, nel momento decisivo, crolla.
Forse è qui il cuore della questione: Pietro, nel punto della sua caduta, scopre che la salvezza nasce dalla fedeltà di Dio. Ed è questo che Bernanos mostra anche attraverso Blanche de la Force. Fragile, timorosa, continuamente esposta alla paura, sembra la meno adatta a una testimonianza eroica. Eppure proprio a lei l’anziana priora dice, all’inizio del dramma, che Dio non metterà alla prova la sua forza, ma la sua debolezza. Non perché debba vincerla con uno sforzo supplementare della volontà, ma perché impari a consegnarla.

Il punto del libro e della vita, forse, è che il forte verrà provato nella sua forza e il debole nella sua debolezza, ma che né la forza né la debolezza costituiscono il centro della vita umana. Come la luna non possiede una luce propria ma riflette quella del sole, così la vocazione non nasce da chi la riceve, ma dalla chiamata che lo raggiunge. La vocazione precede, supera e conduce.
Madre Maria dell’Incarnazione, la forte, è chiamata a vivere dove non vorrebbe. Blanche de la Force, la debole, è chiamata a morire dove non avrebbe immaginato. Entrambe imparano che non si appartengono. È la stessa logica che Gesù annuncia a Pietro: «Quando eri giovane andavi dove volevi; quando sarai vecchio un altro ti porterà dove tu non vuoi».
Per questo, alla fine, forti e deboli si incontrano nello stesso punto: non in ciò che riescono a fare di sé, ma in Chi li chiama.

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