Una riflessione sul mito riletto nel nostro mondo ferito, tra guerre, ritorni e responsabilità

Anch’io quest’estate, in buona compagnia di milioni di persone in tutto il mondo, ho visto al cinema l’Odissea di Christopher Nolan, con Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson e Zendaya. Ma questa breve riflessione non nasce per spoilerare dettagli ai pochi che ancora non hanno visto il film del noto regista. Né voglio fare la conta di ciò che manca o di ciò che devia dal poema. Al netto di alcuni tagli, senza dubbio significativi, la vicenda è quella. La storia, in fondo, la conosciamo: è una delle colonne portanti dell’immaginario occidentale.

Vorrei invece soffermarmi su una questione di metodo, perché il dibattito che si è acceso attorno al film rischia di perdere un punto decisivo.

Partiamo da una considerazione di fondo: il cinema è arte. Non intrattenimento travestito, non industria che fabbrica sogni in serie, ma arte: con il suo linguaggio, le sue ferite, la sua luce. Di fatto è considerata la settima arte perché unisce diverse espressioni artistiche: musica, recitazione, danza, persino arti plastiche e disegno. Certo, come ogni forma artistica, anche il cinema conosce cadute, compromessi, mercati. Ma, se ci pensiamo bene, anche Giotto, Michelangelo, Caravaggio hanno dovuto fare i conti con il loro tempo. E quando un’opera d’arte incontra un’altra opera d’arte, come accade nell’Odissea di Nolan che si misura con il poema per eccellenza, non camminiamo nel territorio dell’imitazione: navighiamo nell’interpretazione.

Perché, a differenza dell’imitazione – percepita spesso come brutta copia dell’originale, un’eco che non regge il confronto – l’interpretazione è un atto di libertà: un gesto che mette in gioco la propria voce per rispondere a una voce antica.

L’intellettuale e scrittore francese George Steiner lo aveva intuito nel suo celebre saggio Vere presenze, con la precisione dei profeti: la critica più alta di un’opera è un’altra opera. Non la prosa accademica che seziona, non la decostruzione che smonta e lascia sul tavolo i pezzi come un chirurgo distratto. L’arte risponde all’arte. È un dialogo, una responsabilità che chiama l’uomo a esporsi davanti a una presenza vivente.

L’aedo che torna, con il volto del rap

E Nolan, con il suo kolossal, senza tradirne il respiro, prova a rispondere a quella tradizione orale — madre dell’Odissea — che per secoli ha tramandato l’epica attraverso il canto degli aedi. E proprio l’aedo, nel film, ha il volto inatteso del celebre artista hip-hop Travis Scott: scelta che crea un ponte tra la poesia orale omerica e il rap contemporaneo, entrambi figli del ritmo, della voce, della narrazione che vibra nel corpo prima ancora che nella pagina.

Il regista non agisce come filologo, ma come artista. Non pretende di spiegare il poema: lo riaccende nel nostro tempo. Così, a tratti, l’imponenza dello spettacolo sembra davvero aprirsi in canto: la macchina da presa scivola sulle onde come un dito su una corda tesa, mentre il volto di Ulisse emerge dalla penombra e le scene di guerra squarciano lo schermo come ferite aperte. Persino il mare – quel mare che nel poema è prova, promessa, minaccia – in Nolan diventa specchio del nostro presente, tra profughi, rovine e speranze che non si arrendono. Mare, strada impervia che Ulisse attraversa dalle Sirene a Scilla e Cariddi, dai Lestrigoni a Circe fino all’incontro con Polifemo. Una sequenza di approdi e minacce: immagini che inquietano e, in qualche modo, chiedono il conto allo spettatore. Anche per questo non finiremo di amare il racconto omerico: perché è un classico che parla all’uomo di ogni epoca. E l’Odissea continua a interrogarci: chi è l’uomo in viaggio? Che cosa significa tornare? Che cosa salva davvero?

Nolan rilancia queste domande e le porta dentro la vertigine del pensiero contemporaneo, dentro le guerre che bruciano ai confini del mondo, dentro la fragilità di un’epoca che ha perso il senso della rotta. Il suo Ulisse non è un eroe di bronzo: è un uomo ferito, un padre, un combattente che avanza tra macerie che somigliano alle nostre.

Interpretare, non tradire

È dunque un film che non cerca la coerenza filologica. Sarebbe un tradimento dell’arte. Cerca la verità del gesto, la scintilla che fa di un mito un compagno di strada. Il regista non copia il poema: lo ascolta. E nel farlo, in qualche modo, lo rilegge con gli occhi di oggi. Così restituisce l’Odissea con la sua camera, con il suo ritmo, con la sua visione del mondo. E con la scelta degli attori, veri interpreti fisici che, col movimento dei loro corpi, la profondità degli sguardi e la forza delle parole, trascinano lo spettatore dentro la magia del grandioso spettacolo che è il film.

Non è un caso che il cinema, quando prende spunto da un’opera letteraria, lo faccia attraverso una riduzione cinematografica che, mediante immagini, suoni e montaggio, fa rivivere l’opera attraverso lo schermo. Ma la riduzione essendo un passaggio da un linguaggio a un altro, determina il tempo del cinema. Il regista è portato a tagliare, a scegliere. E scegliere è interpretare. Ma in questo corpo a corpo tra opere, il poema antico ritrova la sua forza: non come fossile, ma come presenza.

Il film diventa allora un messaggio, una chiamata allo spettatore. Non un sermone, ma un invito a guardare il nostro tempo con gli occhi di chi sa che il viaggio non è finito. Che c’è ancora un ritorno possibile. Che la guerra non è solo distruzione, ma domanda radicale sul destino dell’uomo.

Nolan ci consegna un’Odissea che non consola, ma inquieta. Che non chiude, ma apre. Che non imita, ma interpreta — e proprio per questo è viva. È questo che ancora oggi chiediamo all’arte: non di spiegarci il mondo, ma di tenerne aperta la domanda. Non di ripetere i classici, ma di farli camminare ancora, come compagni nella notte. L’Odissea di Nolan incarna questo passo: un uomo che avanza, con la sua ombra e la sua luce, dentro il mare del presente. Un uomo che cerca di tornare a casa, e nel farlo ci ricorda che noi siamo in viaggio. Anche per questo vale sempre la pena rileggere l’Odissea attribuita a Omero. E vedere, o rivedere, l’Odissea di Nolan.

In foto: Un fotogramma dal film

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