Quel pastore buono che tocca la carne ferita, espressione di una Chiesa ministeriale

di Don Antonio De Maria

Prima della fine dl primo millennio si parlava della Chiesa tutta ministeriale: questo slogan infastidiva chi pensava all’irrompere nella Chiesa di una concezione mondana che appiattiva la ministerialità ordinata ad una ministerialità diffusa. In realtà, al di là di grandi pensatori, non dobbiamo nasconderci il fatto che il clero era preoccupato di perdere il proprio ruolo dominante e certo mondo laicale preoccupato più di assumere nuovi spazi di potere: pensate a certo mondo religioso femminile che rivendicava una maggiore presenza decisionale nelle “stanze dei bottoni”. In realtà questa visione mondana perdeva di vista la natura della Chiesa e il senso della ministerialità al suo interno, così ben descritto da una visione romantica del servizio. Non si riusciva cioè ad uscire, in entrambi i casi, da una concezione clericale: un clericalismo ottocentesco, diciamo, da una parte; un clericalismo laicale, dall’altro. In entrambi i casi il vero problema è la condivisione del potere: niente di più clericale.

Il Concilio Vaticano II, riprendendo i Padri e la Scrittura, proponeva una unità fondativa e una distinzione di ambiti: così il fondamento è la grazia battesimale che rende figlio chiunque aderisce al mistero pasquale lasciandosi inondare dall’olio dell’unzione dello Spirito. Non ci sono figli speciali ma in quanto inseriti in Cristo siamo cristificati tutti, conformati a Lui, Re-Profeta-Sacerdote. La differenza di ambito riguarda la missione: o meglio, la peculiarità dell’ambito di esercizio della missione propria, nel quale tutti esprimiamo l’unica missione della Chiesa, espressa nel suo mistero stesso: “Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa. E siccome la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, continuando il tema dei precedenti Concili, intende con maggiore chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la propria natura e la propria missione universale.”[1]

Molto è stato scritto su questo tema. Eppure la memoria del popolo di Dio ha bisogno di rinnovarsi e di crescere interiormente, come nella concretezza delle relazioni. Spesso ancora ascolto la sofferenza del popolo di Dio nel rapportarsi al clero che si considera “padrone” del gregge di Cristo. E anche tra noi sacerdoti, pur continuando a parlare tra di noi di fraternità sacerdotale, si corre continuamente a vivere in un oblio reciproco fino a che l’agire dell’altro non ci sembra invadere il nostro presunto spazio di potere.

Proprio oggi la lettura propria di san Leone Magno, vissuto nel V secolo, ci ricorda questo mistero di comunione: “Tutta la Chiesa di Dio è ordinata in gradi gerarchici distinti, in modo che l’intero sacro corpo sia formato da membra diverse. Ma, come dice l’Apostolo, tutti noi siamo uno in Cristo (cfr. Gal 3, 28). La divisione degli uffici non è tale che ogni parte, per quanto piccola, sia collegata con il capo. Per l’unità della fede e del battesimo c’è dunque fra noi, o carissimi, una comunione indissolubile sulla base di una comune dignità. (…) Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l’unzione dello Spirito Santo poi sono consacrati sacerdoti. Non c’è quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perchè tutti i cristiani sono rivestiti di un carisma spirituale e soprannaturale, che li rende partecipi della stirpe regale e dell’ufficio sacerdotale. Non è forse funzione regale il fatto che un’anima, sottomessa a Dio, governi il suo corpo? Non è forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull’altare del cuore i sacrifici immacolati del nostro culto? Per grazia di Dio queste funzioni sono comuni a tutti. Ma da parte vostra è cosa santa e lodevole che vi rallegriate per il giorno della nostra elezione come di un vostro onore personale. Così tutto il corpo della Chiesa riconosce che il carattere sacro della dignità pontificia è unico. Mediante l’unzione santificatrice, esso rifluisce certamente con maggiore abbondanza nei gradi più alti della gerarchia, ma discende anche in considerevole misura in quelli più bassi.”[2]

L’unicità del Corpo di Cristo e l’incorporazione a Lui di ogni suo membro è la ragione stessa e l’equilibrio della distinzione gerarchica che non altera il valore della comune dignità di ogni membro del Suo Corpo: una comunione indissolubile sulla base di una comune dignità che fa del Corpo di Cristo l’unico popolo sacerdotale. Come dice I Pietro 2, 5-9 citato da san Leone. La stessa unzione sacerdotale ricevuta in Cristo dal Vescovo e quindi anche dal Papa, in quanto Vescovo, rifluisce su tutto il Corpo ecclesiale, in modo uguale e nella misura del compito. Poiché è la stessa unzione di Cristo nello Spirito.

Ricordare con serenità questo permette un adeguato esercizio del ministero in funzione dell’unità della comunione e della missione, senza ansie ne isterismi.

Non dobbiamo mai dimenticare che la Chiesa è innanzitutto una fraternità che è fondata sul duplice mistero cristologico: del Logos creatore che crea l’umanità nella sua realtà unica e del Logos incarnato che chiama la Chiesa ad essere sacramento, secondo quanto affermato da LG 1, e quindi chiamata dell’umanità tutta a riconoscere questa fraternità.

Così sant’Agostino, cantando l’inno di lode alla Chiesa “cattolica” dice: “Unisci i cittadini ai cittadini, le nazioni alle nazioni e tutti gli uomini nel ricordo della loro comune origine, non solo per costituire un’unica società, ma quasi per dar luogo ad un’unica famiglia (fraternitate).”[3]

La conversione e il rinnovamento della Chiesa passano attraverso la meditazione del suo mistero e con la nostra umiltà, non attraverso progetti di cambiamento o di ritorno ad un recente passato assolutizzato. La Chiesa è viva e cresce e matura il suo compito nel tempo e nello spazio non attraverso strappi, fughe in un avanti ideologico, ma per opera dell’unico e molteplice Spirito che la guida nell’attesa dello Sposo. Ma ri-costruire questa fraternità nella società odierna, cercando di viverla, per quanto è possibile nel combattimento tra il nostro peccato e la grazia, al suo interno è il compito di sempre della Chiesa, come ci suggerisce ancora una volta papa Francesco in Fratelli tutti. In questa enciclica è facile riconoscere quanto grandi teologi hanno riscoperto e che ha portato alle parole del Concilio, al dono che i padri conciliari e lo Spirito ci hanno affidato.


[1] Lumen Gentium 1

[2] San Leone Magno, Discorsi 4, 1-2

[3] Sant’Agostino, I costumi della Chiesa cattolica e i costumi dei Manichei lib. I, 30, 63 “Tu cives civibus, gentes gentibus et prorsus hominibus homines primorum parentum recordatione, non societate tantum sed quadam etiam fraternitate coniungis.

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