di Don Antonino De Maria

Georges Bernanos scriveva: “ La grande sciagura di questo mondo non è che ci siano dei senzadio, ma che noi siamo cristiani così mediocri”. Lo ha scritto circa 100 anni fa ma, purtroppo, continua ad essere vero.

La vera questione della Chiesa è non saper generare che cristiani mediocri, imborghesiti, combattuti dalla posizione da tenere nel confronto drammatico con la storia: la posizione del divano o quella dell’accodarsi ai “nuovi movimenti” alla moda e alla loro pretesa di fondare un mondo nuovo.

I primi cercano nella religione consolazione; nei riti, nei gesti, soprattutto di un passato ritenuto “età aurea”, eterna divinizzazione del “sacro”, una sedazione estetica dal dolore, dalla sofferenza, dai problemi della vita. In una sopravvalutata e incompresa fuga dal mondo, in una sorta di gnosticismo alienante. Altro che escatologia, che è compimento della storia: solo una banale spiritualità senza vita.

Gli altri: sempre preoccupati del consenso, dal non essere estromessi dalle agende mondane, attenti a difendere l’onorabilità della Chiesa all’avanguardia nel nuovo, pronti a ridimensionare ogni cosa pur di essere attuali e non essere considerati marginali. In realtà, lo sono già: sopportati cretini che possono essere sempre utili nel “tutto è politica” del mondo. “ Il commissario (ben intenzionato): Compagno cristiano, mi puoi dire una buona volta chiaramente che cosa siete voi cristiani? Che cosa propriamente volete ancora nel nostro mondo? In che cosa vedete il vostro diritto all’esistenza? Qual è il vostro mandato? Il cristiano: Anzitutto noi siamo uomini come tutti gli altri, che collaborano all’opera di edificazione del futuro (…) Da qualche tempo noi siamo infatti “aperti al mondo”, ed alcuni di noi sono persino seriamente “convertiti al mondo”. Il commissario: Questo mi pare un sospetto linguaggio da prete. Sarebbe, infatti, più bello se voi, “uomini come gli altri”, vi foste convertiti già prima ad un’esistenza degna di uomini. Ma veniamo al fatto. Perché siete ancora cristiani? Il cristiano: Oggi noi siamo cristiani maturi, pensiamo ed agiamo con responsabilità morale. Il commissario: Lo voglio sperare, dal momento che vi presentate come uomini. Ma credete qualcosa di particolare? Il cristiano: Questo non è tanto importante; ciò che importa è la parola epocale; l’accento oggi cade sull’amore del prossimo. Chi ama il prossimo, ama Dio.” Il commissario incalza con le sue domande e tutto il cristianesimo si sbiadisce in un’antropologia senza Cristo, senza Dio. Resta ancora il tentativo del cristiano di accreditarsi: “Il cristiano: Voi sottovalutate la dinamica escatologica del cristianesimo: Noi prepariamo il futuro regno di Dio. Noi siamo la vera rivoluzione mondiale. Egalité, liberté, fraternité: Questo è il nostro compito originario. Il commissario: Peccato che altri abbiano dovuto lottare per voi. Dopo, non è difficile essere presenti. Il vostro cristianesimo non vale un fico secco….Non diventare insolente, giovanotto. Anch’io ora ne so abbastanza. Vi siete liquidati da soli, e con ciò ci risparmiate la persecuzione. Via “[1]

La vera questione epocale

La vera rivoluzione resta ed è il Vangelo con quell’annuncio strabiliante, sconvolgente e veramente umano: Il Verbo si è fatto carne. Colui che ha fatto tutte le cose buone e la cui bontà non è venuta mai meno, neanche per la grande apostasia dell’uomo dal suo Creatore che è il vero peccato e la fonte di ogni altro scadere dell’uomo; Colui per il quale tutto esiste ed è bello, si è fatto uomo, si è fatto come me, anzi si è fatto me. Non un uomo ideale, quello delle definizioni filosofiche o teologiche, ma l’uomo vero, nella sua concretezza storica, nel suo camminare desideroso di un Volto che gli sveli la bellezza della sua vita, in mezzo ai suoi inferni, alle sue cadute e alle sue rialzate; al suo desiderio di futuro che non rinnega niente di ciò che è vero nella sua esistenza, neanche i suoi amori sbagliati (poiché non è sbagliato amare ma il modo in cui crediamo di manifestarlo a volte sbaglia il suo centro); che cerca il futuro come compimento non come illusoria evocazione di consenso e di plauso da racchiudere in una lapide o lasciare come eredità.

Se Cristo si è fatto me, io posso farmi Lui. Questo è il mistero della grazia di Cristo in me: io posso identificarmi con Lui, fino in fondo. Fino a quella profondità del mio essere dove tutto è buio e dove penso che nemmeno Dio possa entrare. “ Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” Quel grido sulla croce, inizio del salmo 22, non è solo la citazione di un testo considerato messianico di un autore che si è “inventato” Cristo. È il mio grido, il mio grido che sgorga dal mio inferno senza Dio, dove al massimo Dio è un’ombra opaca. Lì posso vedere me stesso sconfitto dalla vita e dalla idolatria di un dio incapace di sottrarmi all’esperienza della morte, alla drammaticità della vita.

In questo senso siamo dei continui Giuda: scandalizzati di Dio, dal quale pretendiamo ciò che desideriamo; traditori degli uomini, dai quali pretendiamo che riempiano il nostro vuoto, visto che noi non ne siamo capaci.

Egli è diventato me accogliendomi nel mio tradimento, nella mia paura, come Pietro, l’antieroe per eccellenza; la mia debolezza, la mia disobbedienza, il mio prendere le distanze (questo vero, reale, micidiale distanziamento dalla Vita), il mio perdermi nel mio inferno: poiché Lui discese agli inferi, nel regno dei morti, quelli esistenziali come quelli della tomba. Perché Lui, il Signore della Vita, che esce dalla tomba nel silenzio di una nuova Creazione, mi traesse fuori con sé. Solo il Signore della vita che vince la morte nella sua Resurrezione può farmi risorgere dalle mie macerie e rendermi uomo, vivo.

 Si comincia a diventare cristiani veri quando si accetta di camminare veramente con Lui, di farsi segnare i passi, di condividere la gioia di un Dio che ama e asciuga le lacrime dopo aver pianto con te.

“ Consapevole del cielo aperto, del centro manifesto di tutte le cose, il cristiano, anche nella vita ordinaria, vive di una fonte che non si esaurisce mai, che sgorga dal profondo stesso di Dio e in lui zampilla per la vita eterna (Gv 4,14). Nell’amore che fluisce, Dio ha detto un sì definitivo a tutto, e noi dobbiamo e possiamo rispondergli con il nostro amen definitivo (2 Cor 1, 18-20) in una affermazione serena, assoluta dell’esistenza (…). Non c’è nulla di negativo all’infuori del peccato, che però è portato nel cuore del Signore. Ogni sofferenza, anche la più oscura notte di croce, è sempre avvolta da una gioia, forse non sentita, ma affermata, conosciuta nella fede. È questa in definitiva la gioia che costringe Cordula ad uscire dal ventre della nave.”[2]

Signore insegnaci la via della vita: Vieni e seguimi.


[1] H. Urs von Balthasar, Cordula ovverosia il caso serio, Nuovi saggi Queriniana 21, Brescia 1974 (prima edizione 1968), pp. 121-124

[2] H. Urs von Balthasar, Cordula ovverosia il caso serio, op. cit., pp. 128-129. Il personaggio di Cordula è la martire il cui corpo è custodito a Colonia, una delle compagne di sant’Orsola.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *