Il ruolo dei sacerdoti e dei diaconi nel processo sinodale

di Don Salvatore Alì

Domenica scorsa, 10 ottobre, il Santo Padre Papa Francesco, con una solenne concelebrazione in San Pietro, ha aperto il Sinodo dei Vescovi. Domenica prossima in tutte le diocesi del mondo sarà aperto questo cammino sinodale che ci coinvolgerà per i prossimi anni.

Come deciso nello scorso incontro unitario del Consiglio presbiterale e del Consiglio pastorale diocesano, l’apertura nella nostra diocesi è stata posticipata affinché in queste settimane le varie realtà della nostra Chiesa possano incontrarsi ed essere informate sul Sinodo e il cammino che ci è chiesto di fare. Il primo incontro è proprio quello per noi presbiteri e diaconi.

Certamente il Sinodo si è aperto ora, ma parte da lontano. In particolare per l’Italia dal Convegno di Firenze del 2015, quando nel suo discorso il Papa ha chiesto alle nostre chiese d’Italia di intraprendere un cammino sinodale che faccia acquisire loro uno stile sinodale nell’esperienza ecclesiale e pastorale che deve essere umile e disinteressata e vissuta nella logica delle Beatitudini.

C’è poi ritornato nel Discorso di apertura della 73ª Assemblea Generale della CEI del 20 maggio 2019 e, più recentemente, nel Discorso all’Ufficio Catechistico Nazionale del 30 gennaio 2021, come anche nel Discorso al Consiglio Nazionale dell’Azione Cattolica italiana del 30 aprile 2021 e, infine, nell’incontro con i fedeli della Diocesi di Roma, il 18 settembre 2021, dove tra le altre cose ha affermato:

«Il tema della sinodalità non è il capitolo di un trattato di ecclesiologia, e tanto meno una moda, uno slogan o il nuovo termine da usare o strumentalizzare nei nostri incontri. No! La sinodalità esprime la natura della Chiesa, la sua forma, il suo stile, la sua missione. E quindi parliamo di Chiesa sinodale, evitando, però, di considerare che sia un titolo tra altri, un modo di pensarla che preveda alternative».

Nel frattempo, mentre lo chiedeva alla Chiesa italiana, il Papa ha convocato la Chiesa universale ad un Sinodo che metterà al centro proprio il tema della sinodalità, partendo dalla consultazione dell’intero Popolo di Dio. E questa è una novità assoluta, già tentata nel Sinodo per la famiglia, ma ora istituzionalizzata. Il cammino sinodale italiano si inserisce, in questo primo anno 2021-22, nel percorso tracciato dal Sinodo universale, facendo suoi i testi elaborati dalla Segreteria Generale e cioè il Documento Preparatorio e il Vademecum metodologico, a cui vanno aggiunti tutti i documenti prodotti dalla Conferenza episcopale italiana. Ricordo gli ultimi due e cioè: il Messaggio ai presbiteri, ai diaconi, alle consacrate e consacrati, e a tutti gli operatori pastorali; e il Messaggio alle donne e agli uomini di buona volontà.

Sin dall’inizio del suo pontificato Papa Francesco ha fatto capire alla Chiesa che il suo profondo desiderio è che tutto il Popolo di Dio, ministri ordinati, consacrate e consacrati e ogni singolo battezzato, cammini insieme nella comunione, nella partecipazione e nella missione. Questo Sinodo, che come ha detto il teologo Piero Coda è l’avvenimento ecclesiale più importante dopo il Concilio Vaticano II proprio

perché coinvolge tutto il Popolo di Dio, mira a far sì che il desiderio del Pontefice diventi il desiderio di tutta la Chiesa e si traduca in stile pastorale delle nostre comunità.

Questo è ciò che ha preceduto e condotto al Sinodo, ma che cosa ci aspetta? Ci aspettano quattro anni di lavori divisi in tre fasi.

La prima fase chiamata fase narrativa è costituita da un biennio in cui verrà dato spazio all’ascolto e al racconto della vita delle persone, delle comunità e dei territori. Nel primo anno (2021-22) faremo nostre le proposte della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi per la XVI Assemblea Generale Ordinaria; nel secondo anno (2022-23) la consultazione del Popolo di Dio si concentrerà su alcune priorità che saranno individuate dall’Assemblea Generale della CEI del maggio 2022.

La seconda fase quella detta sapienziale è rappresentata da un anno (2023-24) in cui le comunità, insieme ai loro pastori, s’impegneranno in una lettura spirituale delle narrazioni emerse nel biennio precedente, cercando di discernere “ciò che lo Spirito dice alle Chiese” attraverso il senso di fede del Popolo di Dio. In questo esercizio saranno coinvolte le Commissioni Episcopali e gli Uffici pastorali della CEI, le Istituzioni teologiche e culturali.

La terza fase quella profetica culminerà, nel 2025, in un evento assembleare nazionale da definire insieme strada facendo. In questo con-venire verranno fatte alcune scelte evangeliche, che le nostre Chiese saranno chiamate a riconsegnare al popolo di Dio, incarnandole nella vita delle comunità nella seconda parte del decennio (2025-30).

Un evento di grazia, dunque, un passaggio forte dello Spirito, per una conversione ecclesiale e un rinnovamento che porti non ad un’altra Chiesa, ma a fare una Chiesa diversa, una Chiesa come luogo aperto, dell’ascolto e della vicinanza.

Questo crono programma potrebbe forse spaventarci perché soprattutto in questa prima fase noi presbiteri e diaconi abbiamo un ruolo fondamentale, ma credo che dobbiamo cogliere questa preziosa opportunità che il Signore ci sta offrendo affinché non solo cambi lo stile delle nostre comunità parrocchiali, ma possiamo interpretare in modo sempre più evangelico il nostro ministero a servizio dei fratelli.

Che cosa ci si aspetta da noi presbiteri e diaconi?

Facendo riferimento al discorso pronunciato da Papa Francesco per il momento di riflessione per l’inizio del percorso sinodale di sabato 9 ottobre scorso, possiamo rispondere che ci si aspetta che evitiamo tre rischi e cogliamo tre opportunità.

I tre rischi da evitare sono il formalismo, l’intelletualismo e l’immobilismo.

Potremmo accostarci, innanzitutto, a questo evento con formalismo, nel senso che è una cosa che ci viene chiesta e la facciamo perché la dobbiamo fare, senza però metterci il cuore. Un’impegno in più tra i tanti impegni che già abbiamo. Il Sinodo, invece, dice il Papa «è un percorso di effettivo discernimento spirituale, che non intraprendiamo per dare una bella immagine di noi stessi, ma per meglio collaborare all’opera di Dio nella storia. Dunque, se parliamo di una Chiesa sinodale non possiamo accontentarci della forma, ma abbiamo anche bisogno di sostanza, di strumenti e strutture che favoriscano il dialogo e l’interazione nel Popolo di Dio, soprattutto tra sacerdoti e laici». Bisogna evitare e superare quell’elitismo che «a volte c’è nell’ordine presbiterale che lo fa staccare dai laici; e il prete diventa alla fine il

“padrone della baracca” e non il pastore di tutta una Chiesa che sta andando avanti». Non siamo i capi di una comunità e neanche i guru carismati o gli amministratori delegati di una azienda. Siamo fratelli tra fratelli, chiamati da Dio ad annunciare a tempo pieno il Vangelo, ad animare la comunità attraverso l’ascolto e il servizio alla comunione. Per questo se vogliamo veramente bene alla nostra comunità e se vogliamo il suo bene dobbiamo accogliere il cammino sinodale con passione e piena disponibilità, come una chiamata di Dio.

L’altro rischio è quello dell’intellettualismo e cioè «far diventare il Sinodo una specie di gruppo di studio, con interventi colti ma astratti sui problemi della Chiesa e sui mali del mondo; una sorta di “parlarci addosso”, dove si procede in modo superficiale e mondano, finendo per ricadere nelle solite sterili classificazioni ideologiche e partitiche e staccandosi dalla realtà del Popolo santo di Dio, dalla vita concreta delle comunità sparse per il mondo». Del Sinodo si deve sì parlare, ma il Sinodo si deve soprattutto fare. Così come è stato pensato e voluto dal Papa, non deve essere un luogo in cui si ascolta passivamente, ma ci si ascolta e si ascolta tutti, sia quelli che sono vicini, come quelli che vivono ai margini della comunità e anche i lontani. Ascoltandoci, si ascolta lo Spirito che vuole parlarci. Una prima fase può e deve essere di informazione sul Sinodo, così come stiamo facendo e come dovremo fare nelle nostre parrocchie e comunità, perché non si può fare ciò che non si conosce, ma dopo questa fase informativa bisogna mettersi al lavoro e il lavoro che ci è chiesto è quello di ascoltarci.

La terza tentazione è quella dell’immobilismo, cioè dell’accontentarci dello status quo, partendo da quella affermazione mortifera – il Papa dice che è il veleno della vita della Chiesa – che spesso ripetiamo o sentiamo dire: «si è sempre fatto così» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 33). Quando ci lasciamo guidare da questo modo di pensare perdiamo l’occasione di leggere in modo sapienziale il tempo che abitiamo e discernere i gemiti dello Spirito che ci chiama a conversione per il recupero di una “forma” più evangelica della Chiesa. «Per questo – dice il Papa – è importante che il Sinodo sia veramente tale, un processo in divenire; coinvolga, in fasi diverse e a partire dal basso, le Chiese locali, in un lavoro appassionato e incarnato, che imprima uno stile di comunione e partecipazione improntato alla missione».

Un tempo di grazia, dunque, dal quale attraverso l’incontro, l’ascolto e la riflessione, possiamo viceversa cogliere tre opportunità.

Innanzitutto vivere l’esperienza della sinodalità non solo per questa occasione, ma diventare una Chiesa strutturalmente sinodale, cioè un luogo aperto, dove tutti si sentano a casa e possano partecipare. Lo ripeto non si tratta di produrre documenti che poi resteranno lettera morta, ma di acquisire uno stile, un modo di essere, un modo di operare che coinvolga tutti e che inauguri un modo nuovo di essere Chiesa e di stare nel mondo. In fondo non è questo il desiderio di ogni presbitero in cura d’anime e cioè che la propria comunità sia casa accogliente dove ognuno si senta amato e valorizzato? La seconda opportunità che ci offre il Sinodo è quella di diventare Chiesa dell’ascolto. Forse è venuto il momento di prenderci una pausa dai nostri ritmi frenetici, di arrestare le nostre ansie pastorali per fermarci ad ascoltare. È fondamentale fratelli miei questo aspetto dell’ascolto, si gioca qui la riuscita del Sinodo: se

riusciremo a creare spazi e luoghi di ascolto e se questo diventerà per il futuro la caratteristica principale delle nostre comunità.

Metterci in ascolto dello Spirito nell’adorazione e nella preghiera, personalmente e come comunità perché non dobbiamo dimenticare che il Sinodo non è un parlamento né una rilevazione sociologica, ma il protagonista è lo Spirito Santo e con Lui dobbiamo sintonizzarci. Nello stesso tempo metterci in ascolto anche dei fratelli e delle sorelle e delle loro speranze e crisi di fede che in tanti stanno vivendo, anche a causa di questo lungo periodo condizionato dal Covid.

Infine, abbiamo l’opportunità di diventare una Chiesa della vicinanza, sullo stile di Dio che è quello della vicinanza, della compassione e della tenerezza. E questo non solo a parole, ma con la presenza, così che si stabiliscano maggiori legami di amicizia con la società e il mondo: una Chiesa che non si separa dalla vita, ma si fa carico delle fragilità e delle povertà del nostro tempo, curando le ferite e risanando i cuori affranti con il balsamo dell’amore di Dio. Imparare ad uscire per raggiungere anche i lontani che vivono nelle tante periferie esistenziali di questa nostra società. Non basta che la Chiesa esca, ma occorre che si faccia vicina.

In questo cammino sinodale che è stato intrapreso qual è, allora, il nostro ruolo di sacerdoti e diaconi?

Al capitolo 4 del Vademecum si dice che il nostro ruolo è un “ruolo chiave” e «i nostri sforzi per promuovere e mettere in pratica un modo di essere Chiesa di Cristo più sinodale, sono di vitale importanza» perché siamo noi che, avendo come punti di riferimento fermi il vescovo da una parte e le persone a noi affidate dall’altra, dobbiamo camminare insieme in mezzo al Popolo di Dio, in unione con il vescovo e al servizio dei fedeli.

Per questo ci è chiesto di essere esperti in comunicazione, perché siamo i tramite tra il vescovo e il popolo e portiamo al vescovo le istanze del popolo. Non siamo battitori solitari, ma viviamo un legame ontologico che ci viene dall’ordinazione con Cristo buon Pastore e il vescovo di cui siamo i collaboratori. Ciò significa concretamente che, ad esempio, dobbiamo accogliere le direttive che ci verranno dal gruppo diocesano incaricato dal vescovo per lo svolgimento del Sinodo e sostenere, incoraggiare, promuovere e facilitare la fase diocesana. Solo così possiamo essere tramite e non schermo affinché i nostri fedeli possano fare insieme a noi questa esperienza di Chiesa.

Siamo chiamati ad essere agenti di comunione e di unità nell’edificazione del Corpo di Cristo, per aiutare i fedeli ad andare avanti insieme, camminando gli uni con gli altri nel cuore della Chiesa. I luoghi preposti per crescere nella comunione e nell’unità sono gli organismi di partecipazione come il Consiglio Pastorale Parrocchiale, il Consiglio per gli Affari Economici, l’Assemblea Pastorale. Credo che bisogna partire dal coinvolgere i membri di questi organi pastorali che già abbiamo in parrocchia per fare tirocinio di sinodalità, ma anche per progettare modalità nuove e creative per il coinvolgimento di quante più persone possibili ad intra e ad extra.

Inoltre siamo chiamati ad essere araldi del rinnovamento, attenti ai bisogni in evoluzione del nostro gregge e alle nuove strade che lo Spirito Santo continuamente apre. Soprattutto dopo questo tempo di Covid, credo che tutti siamo consapevoli che

come il mondo non è più lo stesso, così anche la realtà ecclesiale è profondamente cambiata e chiede un radicale cambiamento, per non correre il rischio di non riuscire più a parlare e relazionarci con gli uomini di oggi, a cominciare dagli stessi nostri fedeli. Questo richiede coraggio, molto coraggio perché ci chiama a conversione e, nello stesso tempo, audacia profetica e apostolica. Non dobbiamo avere paura dei cambiamenti, né di intraprendere sentieri ancora sconosciuti ma che possono rinnovare la nostra vita e quella delle nostre parrocchie.

Infine siamo chiamati ad essere uomini di preghiera che promuovono un’esperienza genuinamente spirituale della sinodalità, in modo che il Popolo di Dio possa essere più attento allo Spirito Santo e ascoltare insieme la volontà di Dio. Non dimentichiamo che il Sinodo è un’opera di Dio e per questo non possono e non devono mancare in questo cammino sinodale forti momenti di spiritualità e di preghiera dove poter fare esperienza della comunione come dono dello Spirito e comprendere sempre più ciò che il Signore vuole dalla noi sua Chiesa. Come faremo un momento celebrativo a livello diocesano possiamo anche pensare qualcosa a livello parrocchiale, insieme a tutto quello che già facciamo ma vissuto in chiave sinodale.

Può sembrare un lavoro immane tutto questo, ma vorrei ricordare a tutti che non partiamo da zero, perché delle esperienze sinodali le abbiamo già fatte nella nostra Chiesa catanese. Ricordo il Sinodo dei Giovani che mise la nostra Chiesa in ascolto dei giovani e del loro mondo e da questo ascolto vennero fuori percorsi di attenzione, vicinanza e accompagnamento, di formazione e spiritualità di cui ancora oggi se ne godono i frutti.

Ma in tempi più recenti non dimentichiamo il bellissimo lavoro che abbiamo fatto nelle nostre parrocchie in preparazione alla visita pastorale del nostro Arcivescovo. Ci siamo confrontati insieme ai nostri laici su quanto ci veniva richiesto, per verificare il cammino fatto dalle nostre comunità riconoscendone luci e ombre, ma soprattutto per individuare percorsi pastorali nuovi per un rinnovamento della vita cristiana, un rilancio dell’apostolato, un rafforzamento della comunione ecclesiale. Da questo confronto comunitario sono venute fuori le relazioni che noi parroci abbiamo fatte nell’assemblea pastorale a conclusione della visita pastorale, ma soprattutto è rimasto il memoriale dell’aver lavorato insieme. Spero che anche dopo la visita pastorale questo modo di operare sia continua.

Ora, ci viene chiesta questa stessa esperienza: narrarci in gruppi sinodali da istituire non solo nelle strutture ecclesiali e negli organismi di partecipazione, ma anche nelle case, negli ambienti di ritrovo, lavoro, formazione, cura, assistenza, recupero, cultura e comunicazione l’esperienza di Chiesa che ognuno ha fatto e fa, ma anche come ogni fedele pensa, sogna e vorrebbe la Chiesa. La raccolta di queste narrazioni delle persone serviranno alla Diocesi per elaborare la sintesi da presentare alla conferenza episcopale entro il prossimo aprile.

Insieme al consiglio pastorale della mia parrocchia, pensiamo di muoverci in questo senso, facendo tesoro proprio dell’esperienza della preparazione della visita pastorale. Dopo un primo incontro che ho fatto qualche settimana fa all’inizio dell’anno pastorale, dove ho presentato il cammino sinodale della Chiesa, ci siamo proposti di

vederci a scadenza regolare per “fare sinodo” innanzitutto tra noi, alla luce dei dieci nuclei tematici da approfondire e che vanno adattate alla nostra realtà locale.

Nello stesso tempo penseremo insieme le modalità da adottare per coinvolgere tutta la parrocchia, in tutte le sue articolazioni di gruppi, movimenti e comunità e attraverso ogni occasione possibile. Se ci riusciremo cercheremo di coinvolgere anche i lontani, compresi i poveri e gli ultimi come ci raccomanda il Papa.

L’anniversario della Dedicazione della Chiesa parrocchiale che per la mia comunità ogni anno è l’inizio ufficiale dell’anno pastorale lo abbiamo pensato e vissuto come occasione per parlare del Sinodo e cominciare a coinvolgere la parrocchia. Ho potuto notare l’interessamento dei laici e il loro desiderio e volontà di impegnarsi, soprattutto la voglia di lavorare insieme per il bene della nostra parrocchia e di tutta la Chiesa.

Sono certo che anche voi avete già cominciato a sintonizzarvi con questo evento di grazia che non sappiamo dove ci porterà, ma certamente ci aiuterà a vivere le nostre parrocchie con uno stile più comunionale, più partecipativo e aperto al mondo senza pregiudizi e senza paure. Sarebbe bello e anche utile che nel confronto dopo questa mia relazione più che fare domande, ci raccontassimo quello che già abbiamo fatto in questo senso o pensiamo di fare. Come anche vi chiederei anche a nome della Commissione diocesana per la formazione del clero se ci date delle indicazione per come fare sinodo nel nostro presbiterio per i prossimi mesi.

Penso che dobbiamo ringraziare Dio per questo dono e impegnarci con estrema responsabilità, affinché nessuno stia a guardare dalla finestra e perché non sia un’occasione persa.

Occorre partire, sapendo che se ci lasceremo condurre umilmente dal Signore risorto e dal suo Spirito, sperimenteremo meraviglie. Come diciamo negli scout: “buona strada” a tutti.

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