Domenica di Pasqua, Mons. Luigi Renna: “Chiesa che corre, che vede, che crede, che porta frutto”

Nella Cattedrale di Catania illuminata dalla luce della Resurrezione di Cristo l’Arcivescovo ha presieduto il pontificale della Domenica di Pasqua alla presenza delle autorità civili e militari della città di Catania: Prefetto Maria Carmela Librizzi, Sindaco reggente Roberto Bonaccorsi, Questore Vicario Salvatore Fazzino, Ammiraglio Giancarlo Russo, Capitano Roberto Martina per il Comando Provinciale dei Carabinieri, Maggiore Conti per il Comando Provinciale della Guardia di Finanza, Magnifico Rettore Francesco Priolo, Mariella Gennarino Presidente del comitato per la Festa di S. Agata. Al termine Mons. Renna ha impartito la benedizione apostolica con l’indulgenza plenaria. Di seguito il testo dell’omelia:

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,

Santa Pasqua a tutti!

Eccellenza signor Prefetto,

carissimo Signor Sindaco facente funzione,

distinte Autorità,

la Pasqua è la solennità più importante per la vita liturgica dei cristiani, che scaturisce dall’esperienza di fede fondamentale del credente, tale da far dire a San Paolo: “Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede” (1 Cor 15,14). I primi Cristiani hanno cominciato a festeggiare la Pasqua come la prima delle loro feste e a partire da questa ha preso forma l’anno liturgico: la Settimana santa che la inglobava, la Quaresima che la preparava, e solo a partire dal IV secolo la solennità del Natale; anche le feste dei santi a noi più care hanno trovato senso a partire dalla Pasqua.

Lasciamoci guidare dall’ascolto della Parola di Dio, che ci spiega come l’annuncio di Pasqua ha colto gli apostoli. È stato proclamato il Vangelo secondo Giovanni, nel quale si narra della scoperta del sepolcro vuoto, come negli altri Vangeli. Di buon mattino alla tomba di Cristo va Maria di Magdala, inconsolabile perché il Maestro che lei seguiva con amore è stato barbaramente ucciso. L’autore del Quarto Vangelo ci dice che quando lei si reca al sepolcro era ancora buio e, come fa di solito, non vuole darci una indicazione solo temporale, ma esistenziale dell’episodio che ci sta narrando: vuole dirci che nel cuore di Maria e in quello degli apostoli c’era ancora l’oscurità dell’incomprensione per quello che era accaduto a Gesù.

Maria trova la pietra che copriva il sepolcro ribaltata e corre subito ad avvisare gli apostoli Pietro e Giovanni, portando la sua interpretazione dell’accaduto: hanno portato via il corpo di Gesù e non sa dove lo hanno deposto. La donna di Magdala parla al plurale, come se si facesse portavoce di ciascuno di noi. I due correvano: è bella l’immagine di questi due uomini che si recano in fretta e ci dicono il desiderio di conoscere la verità.

La Pasqua richiede che mettiamo ali ai nostri piedi, che non ci fermiamo pigri nelle nostre convinzioni, nella rassegnazione, ma che ci lasciamo prendere dall’ansia di cercare. Correre come i due apostoli significa iniziare a smuoverci da tutto ciò che ci tiene chiusi di fronte al mistero di Dio e di fronte alle speranze più grandi. Si arriva al sepolcro vuoto ognuno con il suo passo: il discepolo amato arriva per primo, forse per suggerirci che l’amore giunge alla meta prima di ogni altro sentimento, perché non sta a fare calcoli e si lancia in una corsa generosa.

Mi fa pensare a quelle carovane di pace e di solidarietà che si sono mosse per prime verso i confini dell’Ucraina, tra la Polonia e a Leopoli, a portare annunci e gesti di solidarietà … Poi Pietro entra per primo nel sepolcro e osserva. L’autore del Quarto Vangelo ci dice dettagliatamente cosa vede: i teli posati e il sudario ben piegato. Commenta il Padre della Chiesa san Giovani Crisostomo: “Se fosse stato rubato da nemici, costoro non avrebbero lasciato le vesti, dato l’utile che potevano ricavarne. Se amici, non avrebbero tollerato di disonorare il cadavere nudo … Il fatto invece indica che il corpo che passa all’incorruttibilità, per il futuro non ha più bisogno di vesti”.

È bella anche un’interpretazione che accosta il termine sudarion con l’aramaico sudar, adoperato per indicare il velo che copriva il volto di Mosè disceso dal Sinai (Cf Es 34, 33-35), quasi ad alludere che ora il Signore non aveva più bisogno di veli che coprissero la sua gloria, perché nella sua risurrezione splendeva in pienezza. Pietro vide … La capacità di vedere i segni di Dio, anche se non si riesce a capirli e di interpretarli, è importante nella nostra vita, perché indica apertura, attenzione, desiderio di andare oltre ciò che si guarda in fretta. Di Giovanni si dice invece che vide e credette, e ci fa comprendere che ognuno ha bisogno dell’altro, della testimonianza di fede dell’altro, ed entrambi di fare riferimento alla Scrittura, a quello che del Messia era stato detto. “Non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”: in queste parole è quasi tracciato il percorso più importante di tutta la nostra vita, quello di comprendere che Gesù è risorto ed è vivo nel ritmo dell’ascolto della Parola.

Credere nella risurrezione ti cambia la vita, cambia la tua storia; sapere che Dio ha sconfitto la morte e il peccato, cambia il nostro modo di guardare il mondo. Ci spinge a dire: la morte non è l’ultima parola sul destino degli uomini; la guerra non è la normale soluzione delle relazioni tra i popoli; le violazioni dei diritti dell’uomo, prima di essere giudicate da tribunali internazionali, sono giudicate da un Dio che non può essere invocato per giustificare la violenza verso chicchessia; il peccato, in qualunque modo si strutturi e sporchi l’umanità, è stato giudicato dal Risorto e va combattuto da chiunque crede in Lui. Che ciascuno di noi possa correre, possa vedere i segni di Dio, possa credere e portare i frutti della Pasqua, che affido ad una testimonianza che ho raccolto ieri.

Proprio ieri infatti, una donna mi è sembrata come Maria di Magdala che mi ha annunciato la resurrezione. Ero presso la mensa della Caritas vicino alla stazione ferroviaria di Catania, per la distribuzione dei pasti, quando una signora mi ha chiesto di pregare per lei e per suo figlio adolescente, dicendomi della sua situazione abitativa, e aggiungendo: “Bisogna essere positivi, se Gesù è Risorto, bisogna essere positivi”. È il frutto più bello della fede pasquale, quello di essere “positivi”, fiduciosi nella vita e, sulla bocca di chi non ha niente, neppure un tetto per ripararsi, queste espressioni sono il segno che la Risurrezione è già in opera e la sa gustare e vivere solo chi non ha molto altro che la sua fede. E mi ha ricordato una poesia di Carlo Betocchi (1899-1986), che voglio leggervi:

Forse per noi, che non abbiam che pane,
forse più bella è la tua Santa Pasqua,
o Gesù nostro, e la tua mite frasca
si spande, oliva, nelle stanze quadre.(…)

Semplice vita, alle nostre domande
tu ci rispondi: Su coraggio, andate!
Noi t’ubbidiamo; e questa povertà
non ha bisogno più d’altre vivande.(…)

A noi, non visti, nelle grigie stanze,
miriadi in mezzo alla città che fuma,
Sabato Santo, la tua luce illumina
solo le mani, unica festa, stanche:a noi la pace che verrà, operosa
già dentro il cuore e sulla mano sta,
che ti prepara, o Pasqua, e che non ha
che il solo pane per farti festosa.

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