Inizia l’anno associativo per l’Azione Cattolica, l’Arcivescovo: “Siate pronti a partire per ascoltare”

“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli..” è il brano del Vangelo che accompagnerà il percorso di tutti i membri di Azione Cattolica per l’anno associativo 2022/2023 ed è stato il tema centrale della consueta assemblea diocesana d’inizio anno associativo, svoltasi domenica 16 Ottobre presso il Seminario Arcivescovile di Catania.

I presenti all’assemblea, dopo i saluti del presidente diocesano Tony Bonaventura, hanno meditato sul brano del Vangelo di Matteo, grazie alla riflessione condotta da padre Salvatore Cubito, assistente diocesano del settore adulti di AC e nominato da poco rettore del Seminario Arcivescovile, che è riuscito ha coinvolgere l’assemblea in un confronto bello e costruttivo.

Subito dopo, i responsabili diocesani di settore e dell’articolazione dell’ACR, hanno condiviso il calendario di eventi che arricchiranno il percorso associativo annuale.

“Siate cristiani sia contemplativi che combattenti, pronti a partire per ascoltare” è l’invito che l’Arcivescovo Luigi Renna ha rivolto agli aderenti dell’associazione durante la celebrazione eucaristica vero culmine dell’assemblea, da lui presieduta e animata dal coro di ACI della parrocchia Maria SS Immacolata di Belpasso.
Successivamente la condivisione del pranzo, divisi per settore, i responsabili parrocchiali grazie al confronto con le varie equipe, hanno potuto approfondire e conoscere meglio i testi del nuovo anno associativo, strumenti importanti per prendersi cura del cammino spirituale di ogni socio. Testi che a fine giornata sono stati consegnati a ogni Presidente parrocchiale.

Responsabili, animatori ed educatori presenti all’incontro hanno detto con gioia “sì” alla chiamata al servizio, con speranza e tanta voglia di fare, pronti a rimettersi in cammino.

Di seguito l’omelia dell’Arcivescovo:

Carissimi fratelli e sorelle,

l’assemblea annuale di Azione Cattolica ha il suo cuore nella Celebrazione Eucaristica, in quella sorgente di sinodalità nella quale il Signore “dà forma” al nostro cammino di fede, alla nostra appartenenza associativa, alla nostra missione nella Chiesa. Stiamo imparando in questo tempo di grazia, segnato dal cammino sinodale, che l’ascolto dello Spirito e quello dei fratelli qualifica la nostra vita ecclesiale, le permette di rinnovarsi e di fare discernimento sulla sua missione. Per questo lasciamo risuonare nel nostro cuore la domanda con cui Gesù conclude il brano evangelico che abbiamo ascoltato: “Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?” È un interrogativo che sentiamo quasi drammatico e minaccioso, perché ci confrontiamo costantemente con una crisi di partecipazione alla vita ecclesiale che sembra far presagire nulla di buono per il futuro. Ma il Signore non pone questa domanda per gettarci nello sgomento, bensì per aiutarci a dirigere il nostro sguardo su ciò che è essenziale nella nostra vita ecclesiale e nella nostra missione in particolare: la fede.

Questa virtù si manifesta nella preghiera costante e volge il suo sguardo a Dio che ha un modo di rispondere alle nostre richieste che solo l’uomo di fede può comprendere appieno.

L’evangelista Luca introduce il brano con la considerazione che il Signore sta narrando una parabola sulla necessità di pregare senza stancarsi. Cosa fa stancare nella fede? Il dubbio che Dio non stia a sentirci, che non voglia o possa esaudirci! Il credente vacilla perché gli sembra che “il Cielo sia chiuso” ad ogni invocazione. Per questo l’invito a pregare senza stancarsi, con l’insistenza che non è il modo di agire della persona importuna, ma la fiducia di chi si abbandona alle braccia di Dio. C’è una espressione siciliana che ho imparato da poco: ‘ncuttu, che mi sembra sia lo stile della persona petulante che vuole ottenere una cosa a tutti i costi. Ecco, la preghiera che Gesù raccomanda non è quella di chi è ‘ncuttu, perché potrebbe avere solo uno stile esteriore; la costanza è l’atto di fede di chi si mette nelle mani di Dio e sa che Egli non può non volere il nostro bene. La vedova della parabola ha delle caratteristiche ben precise: è vedova, cioè non ha nessuno che possa prendersi cura di lei, è iscritta nelle categorie dei poveri e degli indifesi; chiede giustizia ad un uomo iniquo cioè si trova in una situazione nella quale chiede ciò che le può assicurare dignità e futuro, domanda al giudice qualcosa di vitale per la sua esistenza. Pregare significa impegnare la nostra vita in questo totale abbandono in Dio e su ciò che conta davvero.

Penso alla preghiera perseverante di Santa Teresa di Lisieux quando era ancora giovanissima per la conversione di un condannato a morte… Penso alla preghiera che molte persone fanno accanto al muro che divide Betlemme dal resto di Israele: sono preghiere che salgono a Dio senza stancarsi e che fanno di quei credenti uomini e donne che hanno speranza contro ogni speranza. La fede è anima della preghiera, dà senso al nostro chiedere perché non sia semplice insistenza, ma attesa fiduciosa.

Il brano del libro dell’Esodo nella prima lettura ci illumina ulteriormente: c’è chi combatte, che è Giosuè, e c’è chi prega, che è Mosè, con le mani levate al Cielo. La vittoria di Israele dipende dalla fiducia in Dio. Non necessariamente dobbiamo affidarci a due categorie di persone: i contemplativi e coloro che militano. E in noi che deve convivere Mosè che invoca e Giosuè che combatte. Nei ritmi della vita contemporanea, ai fedeli laici – ma anche ai presbiteri e ai religiosi risulta a volte difficile – la sintesi tra vita spirituale e missione appare non poco complessa, ma è la grande sfida della vita cristiana che vi attende ogni giorno.

Il vostro atteggiamento di fronte a Dio è di chi ha una vocazione nella vocazione: siete fedeli laici e vivete la vostra chiamata nella grande famiglia dell’Azione Cattolica, coniugando comunione e missione. Il tema di questo anno vi spinge a partire in missione: “Andate dunque…” È una partenza che nasce da un’esperienza, quella della comunione con Dio e con i fratelli: la spiritualità missionaria. Non disgiungete mai preghiera e vita spirituale dalla missione. Della beata Armida Barelli è stato scritto: “lo sdoppiamento tra il suo io contemplativo e il suo io dinamico era stato il suo problema lacerante per tanti anni, ma ormai non poteva più pensare a risolverlo, se non con l’immolazione nell’azione, come Vico Necchi. E celando il tormento nel sorriso, come lui” (Ernesto Preziosi). La beata Armida, nel 1928, scrive mentre è in treno in viaggio verso Milano: “Domani a Milano sarà giornata campale. Che pena dover sgobbare e sfaccendare mentre in quaresima sarebbe così desiderata una vita silente, nascosta, penitente. Ma il Signore si contenterà per penitenza la nostra vita randagia per Lui”. La nostra Barelli ci insegna a fare sintesi tra preghiera e vita, tra interiorità e missione: davvero è maestra di spiritualità laicale e per il nostro tempo.

La vostra missione in questo tempo ha una meta: i cantieri di Betania. Partite per ascoltare, spingetevi verso i confini delle nostre comunità, se necessario anche oltre. Siate missionari dell’ascolto: è quello che chiedo quest’ anno alla vostra associazione e in tutte le parrocchie. Ascoltare è già annunciare: è dire all’altro che è importante per noi! Nei cantieri viene chiesto che si conservi lo stile di “una conversazione spirituale”: ecco un modo in cui fare sintesi fra spiritualità e vita.

Buon cammino, con un grande spirito di fede, sapendo che al Signore è bene accetta anche la “vita randagia” di chi fa la sua volontà, come Armida Barelli, portando ovunque il volto di una Chiesa che vuole privilegiare l’ascolto.

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