“In alcuni posti strappiamo la scritta press dal giubbotto perché per il cecchino il giornalista è un trofeo”. L’inviato di guerra di Avvenire dialoga a cuore aperto con undici giovani aspiranti giornalisti

Com’è nata l’idea di essere giornalista?

“Ho una visione utopistica e romantica del mestiere, non è un mestiere che si fa, il giornalismo è un modo di essere, un modo di guardare le cose. Io ho sempre avuto questo desiderio, ma non l’ho mai manifestato, semplicemente perché vengo da Scordia e a Scordia un ragazzino non lo può dire neanche al prete con cui si confessa che desidera diventare un giornalista come quello che è in Iraq e racconta la guerra”.

Nello Scavo è molto generoso nel raccontare la sua esperienza di ragazzo molto impegnato in parrocchia, in attività sociali, culturali, con associazioni antiracket e contro la dispersione scolastica, e nell’Azione cattolica che è stata una palestra importante. Lo avevamo ascoltato al convegno su Intelligenza artificiale e giornalismo al Museo diocesano, ma gli abbiamo chiesto di dedicarci una mattina per aiutarci a capire qualcosa in più del mestiere del giornalista oggi. Siamo in undici, più due nostri docenti. Nello risponde a tutte le nostre domande.

“Tutto è nato – racconta l’inviato di Avvenire – non per caso ma con molta fortuna, non bastano la bravura e la capacità di capire quando sta passando il treno giusto”.

Comincia a scrivere per “La Sicilia”. Il suo primo pezzo è del 21 marzo 1992: Nello non aveva ancora vent’anni. Con molta ironia il giovane corrispondente di paese racconta la cronaca nera di quegli anni, quando l’articolo si dettava da un’officina meccanica dove c’era l’unico telefono pubblico del quartiere, e quando nel territorio c’erano decine di morti ammazzati all’anno. “Ho cominciato in questo modo, ho commesso molti errori, mi sono formato sul campo, dovevo imparare a gestire le fonti, capire quali erano gli interessi delle persone che mi davano informazioni. Dovevo capire cosa interessasse a me”.

Ha avuto momenti di difficoltà che le hanno fatto dubitare della sua vocazione giornalistica?

 “Un giorno, dopo circa sette anni da corrispondente, ho pensato di lasciare il giornalismo, perché non riuscivo ad avere un contratto di lavoro e col tempo mi stavo convincendo di non essere un buon giornalista. Telefonavo ai giornali a Milano e Roma, senza successo. Poi provo con Famiglia cristiana e la segretaria di redazione mi dice di mandare una proposta. Invio una notizia, la pubblicano senza firma e dopo un una settimana mi arriva un assegno di settecentomila lire. Non ci credevo, ho pensato che avessero sbagliato. Li chiamo e parlo con il ragioniere il quale dispiaciuto mi dice: voleva di più?

Quando ormai avevo deciso di lasciare il giornalismo, venne a Caltagirone Dino Boffo che era il direttore di “Avvenire”. Vinsi la mia timidezza e lo bloccai al termine della conferenza, ero disperato. Lui mi disse di chiamare il caporedattore e lì avviene il cambiamento. Ho cominciato a collaborare con Avvenire. I primi mesi furono molto difficili. Il problema era capire come una notizia locale potesse diventare interessante per le persone del nord. Mi ha aiutato un caporedattore che mi ha trattato con durezza. Con lui poi siamo diventati amici.

In seguito sono andato nella ex Jugoslavia a seguire il conflitto dei Balcani, oggi si dice da freelance, all’epoca dicevo da spiantato, non avevo una lira, andavo lì sperando di trovare qualcuno che mi pubblicasse i pezzi”.

Quando finalmente è arrivata l’assunzione?

 “Mi assumono nel 2001 ad Avvenire. Per due anni mi mettono alle pagine dell’informazione religiosa; combino dei pasticci perché ero un cronista di campagna. Mi occupavo molto di Russia e di Giovanni Paolo II e di un giovane vescovo russo, Kirill con cui ho avuto degli scontri. Oggi è patriarca di Mosca. Dopo due anni venni trasferito alla cronaca nazionale, ogni tanto mi mandavano all’estero a fare dei reportage”.

Ogni volta che parti per un Paese in guerra, cosa ti preoccupa di più?

“Sono stato in diversi Paesi in crisi, in Somalia, nei Balcani, in Libia clandestinamente, di solito, appena arrivo, mi maledico nel mio dialetto: ma cu mi ci puttau. Poi accade sempre qualcosa che mi rimette in sesto. Quando arrivai a Kiev mi stupì la bellezza della città, non c’era sentore di guerra, la guerra era nel Donbass da tempo. Di solito cerco subito una rete di fonti, creo dei rapporti soprattutto attraverso i preti, il ristoratore, il taxista, i diplomatici e i colleghi del posto. In quel caso, a Kiev ero assieme a tre colleghi. Mentre tutta la stampa si spostava nel Donbass, certi che la guerra sarebbe scoppiata da lì, la mia fonte diceva che entro 72 ore la guerra sarebbe iniziata da Kiev. Quindi io faccio una cosa contro la natura per un giornalista e la faccio per paura: condivido la notizia con i miei colleghi. Secondo voi – dico loro – corriamo tutti nel Donbass quando invece possiamo raccontare l’inizio della guerra da Kiev? Alle sette della sera capiamo dal discorso di Putin che l’inizio del conflitto è vicino. La notte tra il 23 e il 24 febbraio 2022, eravamo in albergo accanto all’ambasciata italiana, in caso di problemi l’avremmo raggiunta in pochi minuti. Alle tre del mattino mentre finiamo la bottiglia di vino moldavo, erano passate 72 ore, andiamo a dormire con le finestre aperte e le porte spalancate. Il freddo a Kiev era terribile. Tra le 4.57 e le 4.58 del mattino, ero andato a dormire vestito, quando sento un botto, una cosa mai sentita prima, vedo un bagliore in lontananza, chiamo Battistini del Corriere della sera: ‘Francè – dico – è scoppiata la guerra, hai sentito?’ ‘Nello – mi risponde lui – vai a dormire, sei ubriaco, torna a dormire’. Mentre parliamo: boom, boom. Andiamo in strada, il personale dell’albergo ci fa rientrare nel bunker dove tutto era preparato, non avevamo mai sentito missili così potenti e di guerre ne avevamo fatte parecchie. Mi ritrovai così ad essere uno dei pochi giornalisti presenti a Kiev quando scoppiò la guerra”.

Il primo articolo sulla guerra in Ucraina quando lo hai inviato?

“Subito, sveglio subito il direttore, grido come un pazzo, internet funzionava, ma non sapevamo fino a quando; invio la notizia che i colleghi mettono sul sito. Mando dei vocali uno dopo l’altro, racconto quello che succede ai redattori che sistemano le mie informazioni in un articolo da pubblicare alle sei del mattino. Io continuo a scrivere nel mio portatile durante la giornata. Diventiamo delle celebrità, ci chiamano tutte le televisioni internazionali per avere notizie in presa diretta. Vedo una troupe televisiva non italiana, il giornalista fa lo stend-up con il giubbotto antiproiettilie l’elmo con la scritta ‘press’, il cameraman, invece non indossa elmetto. Perché?  lo show televisivo, la spettacolarizzazione della guerra. Ho capito che iniziava a deragliare il livello d’informazione. Eravamo a circa otto chilometri dal luogo dei bombardamenti, siamo stati abbastanza spericolati, siamo andati in giro per Kiev senza protezioni, la gente scappava, gli studenti fuori sede scappavano con il monopattino elettrico: ‘Scusa – chiedevo – dove stai andando?’ ‘Finché c’è batteria vado, fuori dalla città, il più lontano possibile’. Restai lì diverso tempo, hanno tentato tre volte di evacuarmi. Quando capimmo che i Russi stanno entrando a Kiev, andammo all’Ambasciata italiana, la bandiera non era esposta, chiamiamo e ci dicono che i russi non garantiscono l’incolumità del quartiere diplomatico. Una cosa mai vista prima, eravamo senza copertura dopo solo due giorni di conflitto”.
Nello Scavo riassume i particolari dell’operazione di esfiltrazione che i servizi speciali italiani hanno organizzato per portarlo in salvo. Lo racconterà poi in un libro dal titolo “Kiev” uscito dopo un mese.

Raccontaci i particolari di questa avventura.


“Ci dicono: ‘Passa un furgone, voi vi buttate dentro’. Nel buio di una città in guerra, ho vissuto delle situazioni che pensavo possibili solo in un film. L’agente speciale italiano era un marcantonio gigante, appena arriva dice: ‘Questa situazione non mi piace’. Proprio come in un film James Bond. Mi portano, assieme ai colleghi, in un appartamento di sicurezza e poi nella residenza dell’ambasciatore. Una risoluzione delle Nazioni Unite dovrebbe garantire la sicurezza dei giornalisti di guerra. Ma il rischio è molto alto. In alcuni posti strappiamo la scritta press dal giubbotto perché per il cecchino, il giornalista è un trofeo. Ho fatto un podcast, dal titolo Byline, gratuito sulle piattaforme con la colonna sonora di Paolo Buonvino dove racconto il dietro le quinte che non viene valutato. Il rischio è che con il tempo si sottovaluta il pericolo perché ci si abitua ai rumori della guerra. C’è stato un momento in cui i russi lanciavano i missili e gli ucraini rispondevano con il mitra. Noi eravamo in mezzo nel corso di una diretta del TG”.

Tua moglie ti ha mai detto di smettere di fare l’inviato di guerra?

“No, perché sa che forse lo farei se me lo chiedesse, però non sarei più soddisfatto del mio lavoro. Nel 2019 siamo finiti sotto protezione perché avevano intercettato delle intimidazioni che ricevevo dai libici. Mi ero posto il problema di come dirlo a mia moglie, di come riorganizzare le abitudini della famiglia. Invece, lei si sentì più tranquilla e mi disse: ‘almeno c’è qualcuno che non ti fa sparare’. Lei è stata molto brava a far assorbire anche a nostro figlio il cambiamento. Il sostegno per me è fondamentale. Avere avuto un figlio, rispetto al tema dell’incoscienza, mi ha fatto diventare più prudente in guerra. E lo sono quando devo decidere qual è il momento di rientrare. Cito un episodio. La Russia fa sapere che non garantisce l’incolumità del convoglio diplomatico con il quale dovevo rientrare in Italia, quindi prendo l’autobus con i profughi, ci sono i carabinieri italiani, l’ambasciatore si toglie la cravatta. Impieghiamo 22 ore per percorrere trecento chilometri. Ma al lettore non interessa la tua paura, perciò racconti la paura dei profughi durante il viaggio, non la tua”.

Che rapporto hai con i fotografi?

“Il fotografo di guerra è un giornalista che fa anche le fotografie. Io mi sento più libero senza il fotografo, ma amo lavorare con il catanese Alessio Mamo, uno dei più grande reporter del mondo.

Non posso prescindere dal lavoro dei fotografi, perché mi aiuta molto quando scrivo guardare le foto dei posti in cui mi trovo. C’è sempre qualcosa che ho visto anch’io ma la vedo con i loro occhi. Quello che scrivo e l’immagine dialogano tra loro”.

E come vivi il ritorno dai Paesi martoriati dai conflitti?

“È sempre molto complicato ritornare. Devi prevedere tante cose e le possibili variabili, gli imprevisti. Un ponte che salta in aria, una strada bloccata; a Kiev è saltata la diga e molte strade sono allagate. Ci sono tante situazioni. Abbiamo dovuto spegnere il GPS per sicurezza, per non farci intercettare dai droni”.

A questo punto Nello prende dallo zaino una fascia elastica particolare, me lo mostra. “Questo si chiama Turniket, serve a salvarti l’arto se ti sparano, devi avere tutti i tuoi dati sanitari. La conoscenza delle infinite variabili ti salva la vita e la salva agli altri. A volte per tornare da Kiev ci possono volere cinque giorni, devi avere degli appoggi, qualcuno che ti viene a prendere e non sempre ce l’hai. Devo dire che la gente accoglie molto bene i giornalisti, gente impoverita e spaventata dalla guerra che si propone di aiutarti perché sa che sei lì a rischiare per raccontare la loro vicenda, e ti sono riconoscenti. In Italia c’è troppo machismo. Nei paesi anglosassoni i giornalisti di guerra sono obbligati ad andare dallo psicologo. Ci stiamo lavorando anche in Italia”.

(Hanno collaborato: Danilo Bilardi, Giulia Casella, Talita Cosentino, Benedetta Imbraguglia, Adriana Matarazzo, Gaetano Randis, Giuseppe Russo, Gloria Scollo,  Andrea Spadaro, Vittorio Trifiletti)

Foto di Condorelli

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