Foto Luca Artino
A margine dell’evento in memoria di don Francesco Ventorino, svoltosi mercoledì 3 dicembre 2025 alle 18 nella Cattedrale di Catania, abbiamo intervistato il professor Davide Prosperi, presidente dal novembre 2021 della Fraternità di Comunione e Liberazione, il movimento nato dal carisma di don Luigi Giussani. Prosperi ha condiviso il suo ricordo di don Francesco Ventorino, conosciuto da tutti come don Ciccio, e una riflessione sul ruolo dei movimenti ecclesiali oggi.
Quale eredità viva lascia oggi don Francesco Ventorino, anche per le nuove generazioni che non lo hanno conosciuto direttamente ma ne vedono i frutti nelle opere e nelle persone trasformate dall’incontro con lui?
Don Francesco Ventorino ha mostrato lungo tutta la sua esistenza una disponibilità totale a spendere la propria vita per il movimento, senza porre vincoli e senza alcun tornaconto. A ciò si aggiungeva una intelligenza acutissima, capace di cogliere questioni di fondo e di sciogliere paradossi e nodi intricati in modo comprensibile a tutti, così che ciascuno potesse fare un passo e approfondire la fede ricevuta in dono.
La vera domanda è quale fosse la sorgente di questa capacità di giudizio e di lavoro. Nel mio intervento ho provato a rispondere: a me pare che la fonte fosse la sua grande semplicità. Quando era docente di teologia e responsabile della FUCI, non ebbe alcuna difficoltà a riconoscere che il metodo di don Giussani era più efficace e più profondo del suo; volle perciò conoscerlo e da quell’incontro decise di dedicare tutta la vita al movimento.
Don Ciccio ha potuto essere padre di tanti perché era figlio: quando era con Giussani, o quando parlava del movimento, gli si illuminavano gli occhi, aveva uno sguardo da bambino. Ecco, questa è la sua principale eredità: a chi lo ha conosciuto, e a chi anche indirettamente partecipa della storia che lo ha visto protagonista, ha indicato cosa tiene desto il cuore e nutre la vita. Questa “cosa” è l’appartenenza: il legame filiale con la compagnia dentro cui Cristo ci raggiunge, ci attira e ci fa suoi.
In che modo i movimenti ecclesiali sono chiamati oggi a essere una ricchezza per la Chiesa e per la vita delle comunità cristiane?
Papa Leone XIV, in occasione del Giubileo per i movimenti, ha ripreso l’espressione di Giovanni Paolo II sulla «coessenzialità» tra i carismi e l’istituzione, spiegando che «senza i carismi, c’è il rischio che la grazia di Cristo, offerta in abbondanza, non trovi il terreno buono per riceverla! Ecco perché Dio suscita i carismi, perché questi risveglino nei cuori il desiderio dell’incontro con Cristo».
Il compito del movimento, allora, è costruire la Chiesa là dove siamo: in famiglia, al lavoro, persino in politica. Siamo chiamati a testimoniare come l’incontro con Cristo, vivo e presente dentro la Chiesa, sia l’unica risposta reale alle esigenze umane più profonde.
Dall’appartenenza alla nostra compagnia – come la vita di don Francesco testimonia – nasce un’intelligenza della realtà capace di presenza e di missione, secondo forme diverse e adeguate ai contesti. La storia del movimento è ricca di iniziative originali proprio perché fondate sulla libertà di persone che, riconoscendosi amate, iniziano a guardare gli altri e i loro bisogni con un’attenzione e una fedeltà altrimenti impossibili.
Opere educative e sociali, come Portofranco o il Banco Alimentare, hanno assunto nel tempo un rilievo pubblico a livello nazionale. In questo senso, l’appartenenza non costituisce un limite alla creatività, ma ne è la sorgente.
Alla luce degli eventi che segnano il nostro tempo, quali sfide attendono oggi i cristiani e in che modo la testimonianza di padri della fede, come don Giussani e don Francesco Ventorino, può sostenere il cammino e aiutare a vivere con speranza le urgenze del presente?
Sempre in occasione del Giubileo dei movimenti, papa Leone XIV ci ha invitato a collaborare con lui nelle «due priorità del ministero petrino»: l’unità e la missione. Mi colpisce questo abbinamento, perché nell’affidare un compito – la missione – ci indica anche il metodo, o meglio il contenuto stesso di quel compito: l’unità.
È una richiesta che affronta le esigenze più urgenti del mondo di oggi, segnato da scetticismo e individualismo. In un contesto simile, l’unica testimonianza davvero convincente non è un’iniziativa strabiliante, ma l’unità reale tra persone, come accadeva nelle prime comunità cristiane descritte negli Atti degli Apostoli o nelle Lettere di San Paolo.
Questa “impossibile unità” suscita una domanda: «Ma come fanno a stare insieme così? Chi li ha messi insieme?». Oggi occorre che emerga proprio questa domanda, perché solo essa può scardinare la mentalità dominante. In fondo, è quanto ci chiedeva Gesù: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).
Don Giussani, e don Ciccio con lui, hanno scommesso tutta la vita su questo. Noi siamo chiamati a fare altrettanto.
splendida intervista