Sul sagrato della Chiesa di San Biagio – nota ai catanesi come Sant’Agata alla Fornace – che svetta prospetticamente sull’anfiteatro romano di piazza Stesicoro, gli studenti e i docenti del Liceo Artistico Regionale “Francesca Morvillo” offrono una sacra rappresentazione della nascita di Gesù che, compendiando le correnti artistiche madri del migliore Novecento, restituisce piena sacralità al Natale e riporta i cittadini al valore morale della povertà originaria di Cristo.

L’adesione all’invito dell’Arcivescovado di Catania, nella persona di monsignor Luigi Renna, e del rettore della chiesa, padre Pasquale Munzone, denota prima di ogni cosa il desiderio di un gruppo di giovani studenti di reagire al disorientamento dovuto all’ormai consueta mercificazione del sacro, nonché la volontà di fare delle proprie conoscenze artistiche un mezzo per attirare l’attenzione di cittadini che hanno sovente smarrito il senso di appartenenza comunitaria.

Dimensione sacra e dimensione civile si intrecciano inesorabilmente. Vista nel suo insieme, piazza Stesicoro rende ambiguo il concetto di presente: non più circoscritto al qui e ora, ma alla coesistenza dei tanti presenti che desumiamo dalla Storia, nella cui attualità si inserisce il presepe di Sant’Agata alla Fornace. Il cittadino viene coinvolto in un tempo diverso da quello contingente, un tempo nel quale risuonano i passi innumerevoli di coloro che sono vissuti in passato.

Ma la piazza è anche il luogo della contemporaneità e dei tempi che l’arte contribuisce a definire; il luogo in cui, sotto il segno dell’amore, diventiamo vulnerabili al significato della vita di quanti non ci sono più.

Nel sentimento profondo di comunione che l’arte custodisce e trasmette come memoria condivisa e come promessa di senso è inscritta una tensione autenticamente religiosa, che nel tempo del Natale si manifesta con particolare intensità. Essa richiama l’uomo all’amore per l’altro, non come gesto astratto ma come scelta concreta di prossimità, invitandolo a oltrepassare i confini del proprio io, delle appartenenze esclusive e delle barriere culturali e sociali che separano gli uomini.

«E poi l’arte chi è? Una che si mette in mezzo all’amore? Perché questo lavoro non sarà guidato da una polemica, ma solo dall’affetto per i tagliati fuori, dal desiderio di rompere la cittadella del privilegio» (Lorenzo Milani, Lettera a Giorgio Pecorini, 23 gennaio 1964).

Il mistero della Natività, che celebra l’incarnazione del divino nella fragilità della condizione umana, rappresentato con partecipazione e coinvolgimento da un gruppo di giovani allievi che si sono messi spontaneamente a disposizione per rispondere all’invito, sollecita così il superamento delle divisioni e il recupero delle ragioni più profonde di una convivenza universale, fondata sulla giustizia, sulla condivisione e sul riconoscimento della comune dignità di ogni persona.

In questa prospettiva si delinea una forma di religione civile, capace di tradurre il messaggio natalizio in responsabilità storica e impegno etico. Una religione che renda giustizia a coloro che restano ai margini della storia e della memoria e che sappia restituire un significato sempre attuale al sacrificio di Cristo.

Il Natale, infatti, non si limita a celebrare una nascita, ma rinnova l’annuncio di una speranza che passa attraverso l’umiltà, il dono di sé e la solidarietà, richiamando ciascuno alla costruzione di un mondo più umano, in cui la pace non sia solo un augurio, ma una responsabilità condivisa.

Gli studenti e i docenti che hanno dato forma al presepe sul sagrato della chiesa, nel gesto semplice e concreto del costruire, del collaborare e del donare tempo e creatività, hanno reso visibile il senso più autentico della Natività. Questo presepe, esposto allo sguardo di tutti, non è soltanto una rappresentazione, ma un segno vivo di speranza e di cura.

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