di Sophia Filistad
Ci sono esperienze che ti formano, che ti cambiano e che servono a capire davvero come funzionano certe cose. Sanremo è una di queste.
Ho avuto la fortuna di essere l’inviata di Radio Taormina al Festival di Sanremo, dove ho avuto il piacere di intervistare gli artisti in gara, i trenta big, ma non solo.
Abituarsi a Sanremo è difficile: non esiste il riposo, non esiste la calma. Va tutto di corsa. Centinaia di eventi al giorno, artisti che incontri per strada, content creator ovunque e attese infinite. Io ho lavorato al Festival Zone, uno spazio all’interno di un hotel a Sanremo dove diverse radio si riunivano e lavoravano insieme in modo organizzato. Era proprio lì che Radio Taormina aveva la sua postazione. Eravamo nove radio e ogni giorno lavoravamo fianco a fianco nello stesso spazio. In quell’area era possibile anche seguire i dati di EarOne, piattaforma di monitoraggio dell’airplay radiofonico in Italia.
Attraverso alcuni schermi presenti nella sala si poteva osservare in tempo reale l’andamento dei brani del Festival nelle radio italiane e le classifiche dei pezzi più trasmessi. Ogni giorno, dall’inizio del Festival sino alla fine, gli artisti passavano da noi per un breve giro di interviste. Avevamo circa due o tre minuti per ogni artista e in quel tempo bisognava riuscire a fare le domande giuste. Certo, non puoi chiedere chissà cosa in così poco tempo, ma avere la possibilità di farlo e vedere gli artisti anche a luci un po’ più spente dice tanto.
Ho avuto la fortuna di osservare da vicino come alcuni cambiano davanti all’on di una telecamera e chi invece rimane più o meno lo stesso. Sanremo è anche la capacità di aspettare ore e ore per riuscire ad avere anche solo una battuta da un artista. Gli impegni sono continui, tra eventi, inviti e interviste. È una macchina enorme che non si ferma mai. È anche una grande macchina economica: durante il Festival Sanremo cambia volto e l’intera città diventa una vetrina pubblicitaria a cielo aperto.
In quei momenti ti rendi conto anche di un’altra cosa: alla fine le domande che vengono fatte agli artisti sono spesso le stesse. Non perché manchi la voglia di approfondire, ma perché il tempo è poco e tutto corre velocissimo, e così le interviste finiscono per seguire uno schema quasi già scritto. Intervistando gli artisti comprendi anche un’altra cosa: la costruzione dell’artista. Capisci quanto siano affiancati da persone che lavorano accanto a loro e che spesso contribuiscono a decidere cosa dire, come vestirsi, come atteggiarsi e cosa fare. Tutto viene osservato, tutto viene calibrato.
Forse è proprio lì che capisci che la libertà dell’artista ha anche un limite. Ma probabilmente questo è il prezzo del successo. Non possono permettersi di dire una parola sbagliata, perché anche una sola frase fuori posto potrebbe diventare un errore troppo grande per loro. Ma la cosa che mi è rimasta più impressa è un’altra. Spesso l’idea che ci facciamo sugli artisti viene completamente ribaltata nel momento stesso in cui li incontri davvero e scambi con loro anche solo poche parole. Da fuori li immagini distanti, costruiti, quasi irraggiungibili. Poi invece ti trovi davanti persone semplici, stanche, a volte emozionate quanto noi.
Ho visto con i miei occhi e sentito con le mie orecchie lo stress che vivono durante quella settimana. Siamo abituati a vederli sorridere, pieni di energia e leggerezza, ma in realtà sono persone come noi. E forse questo non tutti lo capiscono. Non hanno qualcosa in più rispetto agli altri: sono semplicemente persone che fanno il loro lavoro e che spesso sono proprio le prime a ricordarlo.
Cosa mi rimane di questa esperienza? Raccontarla tutta sarebbe davvero difficile. Non basterebbe il tempo, perché lì ogni minuto è prezioso. Ma mi rimane la voglia di andare avanti in un mondo dove, se vuoi davvero farne parte, devi correre. E allo stesso tempo mi rimane anche la consapevolezza di quanto sia importante restare grati per la semplicità.