In foto: 10 aprile 2026 – Leone XIV riceve in udienza Emmanuel Macron, presidente della Repubblica di Francia (Vatican Media/SIR)

Gentile Direttore,
in un mondo che misura, traccia e anticipa ogni gesto, il ritorno alla fede non è un residuo del passato, ma un atto di libertà. Non nasce dalla tradizione, ma dalla rottura della prevedibilità. È da qui che vorrei partire, perché questo dice qualcosa di essenziale sul nostro tempo.
Da anni la sociologa americana Shoshana Zuboff, docente emerita ad Harvard, descrive l’avvento di un nuovo regime economico: il capitalismo della sorveglianza. Non un semplice modello di business, ma una trasformazione antropologica. Le grandi piattaforme digitali non vendono più servizi: estraggono l’esperienza umana, la trasformano in dati comportamentali e li rivendono come previsioni. Noi non siamo più i clienti: siamo la materia prima venduta nel mercato delle previsioni dei comportamenti futuri.
Il cuore del processo è ciò che Zuboff chiama surplus comportamentale: tutto ciò che facciamo, e soprattutto ciò che non sappiamo di fare — micro-gesti, esitazioni, tempi di reazione, preferenze
latenti. Il machine learning li elabora, riconosce pattern, costruisce modelli matematici, aggiorna parametri. È un processo statistico.
Per questo, secondo Zuboff, il capitalismo della sorveglianza è una minaccia antropologica: perché tenta di ridurre l’umano a ciò che è prevedibile. Ma qui emerge la differenza decisiva tra uomo e macchina: l’apprendimento umano non è statistico, è esistenziale. L’essere umano non ottimizza parametri: trasforma l’esperienza in significato. Può imparare da un singolo evento, immaginare ciò che non esiste ancora, sbagliare in modo creativo, cambiare direzione senza motivo apparente. Può sorprendere.

Nel mondo accade qualcosa di inatteso

E forse è proprio per questo che accade qualcosa di inatteso.
Quest’anno, in Francia, 20.000 adulti hanno chiesto il battesimo. Un numero sorprendente, cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni: circa 2.000 negli anni ’90; 3.000–4.000 negli anni 2000; 7.000 nel 2023; più di 12.000 nel 2024; oltre 20.000 nel 2025.
Non è un ritorno nostalgico, non è un fenomeno tradizionalista: riguarda giovani adulti, persone
senza educazione religiosa, convertiti provenienti da famiglie non praticanti. È un cristianesimo di scelta libera, non di eredità.
Nessun modello predittivo lo aveva previsto. Eppure alcuni segnali profondi — crisi di senso, solitudine urbana, ricerca di comunità, desiderio di un’esperienza non riducibile a consumo — erano già presenti. In un Paese come la Francia, dove la secolarizzazione è stata radicale, questo risveglio non è un ritorno al passato: è un gesto che dice “io non sono solo dati”.
Qualche giorno fa ho chiesto a un prete amico, che nella Veglia di Pasqua ha battezzato otto nuovi
catecumeni, se avesse domandato loro cosa li muoveva. Mi ha risposto così: «Motivi diversi, strade
tutte diverse. Cammini imprevedibili: alcuni leggendo la Bibbia, altri no. Alcuni hanno camminato per anni, si sono allontanati e poi sono tornati. Non capiamo. Ma lasciamo fare a Dio il Suo lavoro.»
Durante quella stessa Veglia, ho visto uno dei nuovi catecumeni in prima fila. Guardava noi “anziani”, noi battezzati da bambini, con una timidezza che era anche stupore. Mi sono chiesto cosa vedesse. Io so cosa ho visto io: un fratello. Non perché facciamo le stesse cose, ma perché siamo stati presi — misteriosamente — da qualcosa che non abbiamo prodotto noi.
E questo, oggi, è il punto: che l’umano possa ancora essere toccato da ciò che non controlla. Che possa assecondare un avvenimento che non ha previsto e che non sa dove lo porterà. Che possa cambiare vita dopo un incontro. Non per tradizione, ma per libertà.

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