Gentile Direttore,

vorrei raccontare alcuni fatti degli ultimi giorni. Non perché siano particolarmente rilevanti in sé, ma perché, presi insieme, hanno fatto emergere qualcosa di me che faccio fatica a guardare.

C’è stata una paziente venuta in visita lamentando un dolore alla gamba. Poi alla schiena. Poi a entrambe. Mi ha raccontato che le varie cure prese in passato erano risultate inefficaci. Nelle sue parole, che tornavano sempre sul suo dolore intricato, come un cane che si morde la coda, avvertivo lamento, e questo generava in me un fastidio intenso. Riflettendoci, il giorno dopo mi sono chiesto: quando domando io, sono così diverso? Attendo davvero una risposta? Quanto sono povero quando chiedo?

Un’altra paziente è venuta per una scoliosi. Mi ha detto: “Non so bene perché vengo. So che non si può curare. Vorrei un corsetto elastico per tenermi dritta, ma la sua collega non ha voluto prescriverlo.” Le ho spiegato che il corsetto rischia di indebolire ulteriormente i muscoli della schiena. Lei ha risposto: “È quello che mi dicono tutti. Lo so.” Una risposta piuttosto frustrante per me. Pensando a lei, mi sono chiesto: quanto ascolto davvero ciò che mi viene detto?

Questa mattina il Cantico di Isaia dice: “Come la fidanzata è la gioia del fidanzato, così tu sarai la gioia del tuo Dio.” L’ho sentito come un sussurro che veniva dall’esterno. Per un attimo mi ha liberato. Poi è svanito, come le fragranze di un profumo e non sono riuscito a trattenerlo.

Penso a due personaggi biblici molto lontani nel tempo: Abramo e il giovane ricco. Abramo sente dire: “Lekh lekha”, va’ verso te stesso. Abbandona la tua terra e vai dove ti mostrerò, fallo per il tuo bene. Il giovane ricco sente dire: “Va’, vendi quello che hai.” Abramo parte. Il giovane ricco no. Di fronte agli avvenimenti mi chiedo spesso da che parte sto io.

Mettendo insieme tutto questo, mi accorgo che non sono fatto per bastarmi. Non sono un contenitore da riempire. Sono una ferita aperta. E quando cerco di reggermi da solo, mi irrigidisco, mi arrabbio, non ascolto, metto un dubbio tra me e ciò che accade.

In questi giorni ho visto che l’altro — i pazienti, l’amica, la parola di Isaia — mi raggiunge sempre da un punto che non controllo. C’è un’alterità che arriva fino in fondo e mi prende, anche quando io non voglio ascoltare. È quello che canta Claudio Chieffo in “Favola”: “Una mano più grande ti solleverà. Non temere perché c’è Qualcuno con te.” E in un altro canto: “Noi non sappiamo chi era.” Come a dire che, fino alla fine, avremo bisogno di Qualcuno che ci raggiunga.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *