Quando si stendono a terra, il tempo si ferma. Il canto delle litanie riempie la Cattedrale di Sant’Agata, mentre Clovis Mukenga Kasongo, Giandaniele Pellegrino e Luca Vitaliti affidano tutto a quel gesto. Le loro storie, diverse, si raccolgono lì.

Il 25 aprile la Chiesa di Catania ha accolto tre nuovi sacerdoti. Tre cammini diversi, segnati da attese, cambiamenti e scelte maturate nel tempo, che ora confluiscono nel ministero presbiterale.

Clovis Mukenga Kasongo viene da Luputa, nella Repubblica Democratica del Congo. Il suo è un percorso lungo, attraversato da anni di servizio in alcune realtà della Diocesi e nella Chiesa Madre di Belpasso. Una presenza cresciuta nel tempo, fino a questo passaggio. La sua storia porta dentro questa ordinazione il respiro di una Chiesa universale, che passa da popoli diversi che si incontrano.

Giandaniele Pellegrino arriva al sacerdozio dopo un tratto di vita nel mondo del lavoro e un percorso inizialmente orientato al diaconato permanente. Poi la strada è cambiata. «Il Signore si è fatto prossimo in tre momenti della mia vita, tutti nel mese di aprile», racconta. «Mi sento con ansia, con tanta gioia e con tanta responsabilità».

Luca Vitaliti continua il suo cammino tra studio e servizio. Originario di Belpasso, è a Roma, dove approfondisce la Storia della Chiesa alla Pontificia Università Gregoriana e presta servizio nella pastorale giovanile dei gesuiti presso la chiesa di Sant’Andrea al Quirinale.

Ordinati diaconi insieme l’8 settembre scorso, i tre hanno condiviso l’ultimo tratto di preparazione. Nel rito, i gesti segnano il passaggio: l’imposizione delle mani, la preghiera consacratoria, l’olio sulle mani e il fazzoletto slegato dai genitori.

Nell’omelia, l’arcivescovo Luigi Renna ha indicato una direzione partendo da un’immagine: «Marco, figlio mio». Un richiamo alla relazione tra l’evangelista e Pietro. Prima di essere guide, si è figli di una fede ricevuta. Da qui nasce il ministero: diventare padri nella fede, capaci di accompagnare.

Il riferimento a san Marco richiama anche uno stile. «Predicarono dappertutto». Una semina che non seleziona e non si misura sui risultati. L’invito è a non chiudersi e a cercare strade nuove.

«Il Signore agiva con loro». È la consapevolezza che attraversa l’annuncio. Non è il sacerdote a garantirne l’efficacia. Da qui nascono scelte: la comunione, l’attenzione ai poveri, la cura dei più fragili, la presenza nelle periferie.

Uno dopo l’altro, i sacerdoti impongono le mani sul capo dei nuovi ordinati; poi l’abbraccio con il presbiterio, numeroso come raramente accade, restituisce il senso di una Chiesa che accoglie e si riconosce.

LEGGI L’OMELIA COMPLETA MONS. RENNA

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